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All’inizio
di dicembre, in coda ai festeggiamenti per i 25 anni di regno di Juan
Carlos, i giornali di tutto il mondo hanno annunciato che la Spagna,
per la prima volta nella storia, aveva conquistato la Coppa Davis di
tennis: un trionfo sempre significativo per gli europei in uno sport
in genere dominato da americani e australiani, ma soprattutto una esaltante
ciliegina sulla torta per un Paese che, nel quarto di secolo trascorso
dal ritorno della democrazia, ha percorso a passo di carica tutte le
tappe del progresso e si propone oggi come il più dinamico dell’Unione
Europea.
Chi
conosceva la Spagna degli anni Cinquanta e Sessanta, non può fare a
meno di stupirsi degli straordinari cambiamenti avvenuti in una nazione
che, dopo avere dominato l’Europa nei secoli XVI e XVII (“Sul mio impero
non tramonta mai il sole” soleva dire Carlo V) era progressivamente
decaduta, fino a essere relegata ai margini della storia.
La
sanguinosa guerra civile della seconda metà degli anni Trenta, conclusasi
con la vittoria di Francisco Franco, sembrava avere prosciugato le sue
ultime energie vitali.
Per
quanto rimasta estranea al secondo conflitto mondiale, essa non era
poi riuscita, nonostante la protezione americana, a unirsi al grande
processo di ricostruzione che ha interessato il resto dell’Europa, e
quando, finalmente, è stata ammessa nell’Unione, sembrava destinata
a esserne per lungo tempo il fanalino di coda.
Non
bastavano a farne una nazione moderna né i trionfi del Real Madrid nelle
Coppe europee, né il fantastico sviluppo turistico delle Baleari, delle
Canarie e della Costa del Sol, né la crescita di un sistema bancario
singolarmente efficiente.
Pesavano
come macigni l’arretratezza dell’industria e dell’agricoltura, le rigidità
di una società vissuta a lungo come in un maso chiuso, l’inefficienza
delle infrastrutture e l’elevatissimo numero di disoccupati. Invece,
è bastato un ventennio per cambiare radicalmente la scena: la Spagna
che si affaccia al nuovo millennio non è, ovviamente, il Paese di Bengodi,
e non può neppure dire di avere risolto tutti i suoi problemi, ma può
essere giustificata se, dopo tante umiliazioni, torna a sfoderare il
suo proverbiale orgoglio.
A
chi spetta il merito del miracolo? A costo di fare del revisionismo,
è giusto, in una prospettiva storica, riconoscere anche il ruolo di
Francisco Franco. Il defunto dittatore può vantare almeno due punti
al suo attivo: anzitutto ha avviato fin dagli anni Sessanta - con l’aiuto
dei tecnici dell’Opus Dei - una serie di riforme economiche che hanno
fatto uscire il Paese dall’immobilismo; in secondo luogo, ha designato
e allevato come suo successore il giovane Juan Carlos di Borbone, che
non solo ha saputo presiedere con grande equilibrio, nella sua veste
di sovrano costituzionale, alla transizione dalla dittatura alla democrazia,
sventando tra l’altro con la sua autorità morale un tentativo di colpo
di Stato da parte di ufficiali nostalgici, ma ha avuto la capacità di
riconquistare il consenso popolare all’istituto della monarchia, che
sembrava avere perduto definitivamente la partita con l’abdicazione
di suo nonno Alfonso XIII nel 1931.
Nessuno
può dire se il “caudillo” si aspettasse un simile comportamento dal
suo pupillo, o se lo avesse designato alla successione nella segreta
speranza che sarebbe riuscito a tenere in vita il vecchio regime. Fatto
è che, senza la decisione di Franco, la Spagna si sarebbe ritrovata
al momento della sua scomparsa priva di un punto di riferimento, con
il pericolo di precipitare di nuovo nella lotta fratricida tra destra
e sinistra.
Onore
va reso, invece, all’insieme della classe politica spagnola, che ha
gestito l’instaurazione della democrazia in maniera quasi esemplare.
L’elogio deve accomunare tutti: i tecnocrati moderati che, sotto la
guida di Adolfo Suarez e Calvo Sotelo, hanno preso le redini del Paese
nell’immediato dopo-Franco, e posto le basi costituzionali per un rapido
avvio alla normalità; i socialisti di Felipe Gonzales, che dopo avere
vinto le elezioni nel 1982 hanno governato per 14 anni con pragmatismo
e serietà, concedendo poco o nulla all’ideologia e negoziando con successo
l’ingresso della Spagna nella UE; i conservatori guidati da Fraga Iribarne,
che hanno accettato senza scomposte reazioni l’avvento della sinistra
al potere e preparato con molta oculatezza la rivincita, arrivata nel
1996 con la vittoria di Josè Maria Aznar.
Il
Parlamento ha anche trovato una formula costituzionale capace di venire
incontro alle forti spinte separatiste della Catalogna e dei Paesi Baschi,
concedendo loro tutta l’autonomia compatibile con l’unità dello Stato:
nel primo caso, essa ha riportato la concordia tra Madrid e Barcellona,
assurta, anche grazie al successo delle Olimpiadi, a una brillante ristrutturazione
urbanistica e al grande sviluppo dell’economia locale, al rango di seconda
capitale; nel secondo, ha favorito la crescita dei Paesi Baschi come
grande polo industriale e accontentato la maggioranza della popolazione,
ma non ha purtroppo placato le furie degli estremisti dell’ETA.
Bisogna
precisare, peraltro, che il federalismo spagnolo è una specie di incompiuta,
un istituto tuttora in evoluzione di cui non si conosce l’approdo finale.
L’autonomia
varia grandemente da regione a regione, soprattutto per quel che riguarda
il settore finanziario, e rimangono molte spinte insoddisfatte che,
se fronteggiate con troppa indulgenza, potrebbero rendere precario il
funzionamento dello Stato centrale.
Un
altro capolavoro della classe politica spagnola è stato l’uso che ha
fatto dell’Europa: da un lato ha sfruttato con straordinaria efficienza
i fondi strutturali messi da Bruxelles a disposizione delle regioni
più arretrate, dall’altro ha saputo piazzare i suoi uomini in una serie
di posizioni strategiche, acquisendo nelle istituzioni comunitarie un
peso decisamente superiore a quello dell’Italia: l’ultimo successo è
la nomina di Javier Solana, già ministro degli Esteri di Felipe Gonzales,
a Mr. PESC, cioè a portavoce dell’Unione per la politica estera e di
sicurezza comune. In cambio, Madrid ha dovuto aumentare - anche al di
là delle disponibilità finanziarie - la sua partecipazione alle varie
iniziative dell’Unione, dal Corpo d’armata di pronto intervento alle
spedizioni in Bosnia e nel Kosovo.
Una
parte notevole delle grandi opere pubbliche spagnole, a cominciare dal
favoloso treno veloce Madrid-Siviglia, sono state cofinanziate da Bruxelles,
e l’importanza di questo cespite finanziario è diventata tale, che il
governo Aznar si è battuto alla morte per mantenere il diritto di veto
sul suo utilizzo. Nel solo 2001, la Spagna prevede di ricevere contributi
netti dall’Unione Europea per circa 17.000 miliardi, destinati alle
otto regioni “obbiettivo uno”, cioè con un reddito pro-capite inferiore
al 75% della media europea.
Per
conquistare il suo posto al sole nell’Europa comunitaria, ed assurgervi
nella ristretta cerchia delle grandi, la Spagna ha dovuto peraltro superare
non pochi ostacoli.
Nessuno,
per esempio, avrebbe immaginato che essa sarebbe riuscita a aderire
alla moneta unica con il gruppo di testa. Infatti, quando per un momento
Romano Prodi disperò che l’Italia potesse farcela, si recò da Aznar
per proporgli di fare blocco e negoziare insieme un allentamento delle
condizioni di Maastricht; ma il primo ministro spagnolo gli rispose
a muso duro che il suo Paese era sicuro di farcela, e che se gli italiani
fossero rimasti indietro dovevano arrangiarsi da soli.
Le
cifre gli hanno dato ragione: al contrario dell’Italia, la Spagna ha
non solo rispettato tutti quattro i famosi parametri, ma riuscirà anche
ad azzerare il deficit di bilancio con un anno di anticipo sul termine
prescritto. Da quando il centro-destra è al potere, e ha introdotto
una serie di nuove norme liberalizzatrici che Gonzales non era stato
in grado di imporre alla sua maggioranza, la Spagna cresce al ritmo
del 4% l’anno, ha creato due milioni di nuovi posti di lavoro e ridotto
l’incidenza della spesa pubblica sul PIL dal 49 al 42 per cento.
Ultimamente,
qualche nube si è affacciata a questo roseo orizzonte: sei mesi di caropetrolio
hanno rallentato la crescita, l’inflazione è tornata ad alzare la testa
e il virtuale completamento delle privatizzazioni (quello che rimane,
l’Iberia, le ferrovie e la radiotelevisione di Stato, è difficilmente
vendibile) ha privato lo Stato di una fonte di entrate importante per
fare quadrare i conti.
La
concorrenza, specie nel settore dei servizi pubblici, non è ancora quella
che dovrebbe essere, e a mano a mano che si toccano gli interessi più
forti le resistenze aumentano.
La
ritrovata vitalità dell’economia spagnola si riscontra anche nella sua
apertura verso l’estero.
Fino
a non molto tempo fa la Spagna era una importatrice di capitali, europei,
americani ed asiatici, e molte delle sue industrie erano controllate
dalle multinazionali.
La
principale fonte di valuta pregiata era rappresentata, come in certi
Paesi in via di sviluppo, dalle entrate del turismo.
Ma
negli anni Novanta industria e finanza madrilene hanno deciso di allargare
i propri orizzonti, partendo alla “conquista” di quell’America latina
che un tempo era sottomessa alla corona spagnola e che con la madrepatria
ha ancora lingua e costumi in comune. Oggi la Spagna è la principale
partner europea di Argentina, Venezuela, Messico e Cile nei settori
bancario, telefonico ed energetico, seconda (e neppure dappertutto)
soltanto agli Stati Uniti. Qualcuno, riferendosi alla aggressività delle
grandi società spagnole come Repsol, Telefonica o Endesa, ha addirittura
parlato di ritorno dei “conquistadores”. La nuova, massiccia presenza
iberica nelle sue ex colonie si traduce in continue visite di Stato,
in scambi culturali, in collaborazione nel campo dei media. L’ingresso
nella UE ha influito profondamente anche sul costume, determinando cambiamenti
che, in altre circostanze, avrebbero richiesto un secolo.
Da
Paese maschilista per eccellenza, la Spagna è diventata uno dei paradisi
delle donne, oggi attivissime in politica, negli affari e nelle università,
dove costituiscono ormai il 60 per cento della popolazione studentesca.
Le
ragazze, che fino a un quarto di secolo fa dovevano chiedere il permesso
per uscire la sera, usano oggi un numero record di contraccettivi, tanto
che il tasso di natalità si è dimezzato fino ad essere, con 1,26 figli
per ogni donna in età di concepimento, uno dei più bassi del mondo.
Se
l’era della “movida”, che aveva attratto a Madrid giovani di tutta Europa,
è ormai finita, resta una libertà sessuale insolita per un Paese cattolico
e mediterraneo, e una diffusione della droga decisamente allarmante.
In
apparenza, la grande sconfitta di questa evoluzione è la Chiesa, che
ai tempi di Franco esercitava una influenza enorme sulla popolazione
e oggi vede il numero dei praticanti ridursi di anno in anno, soprattutto
nelle città, e i suoi comandamenti palesemente ignorati.
Ma
le gerarchie ecclesiastiche hanno saputo adeguarsi alle nuove circostanze,
rinunciando a interferire nella vita pubblica, mantenendo una fortissima
presenza in campo scolastico e intervenendo con grande successo nel
sociale. Esattamente come l’Italia, la Spagna si è trasformata nell’ultimo
decennio da Paese di emigrazione in Paese di immigrazione, con lo stesso
problema di lunghe coste da difendere dall’assalto dei clandestini.
Anche qui, con l’arrivo del benessere, i giovani hanno preso a rifiutare
i lavori meno qualificanti e meno remunerativi, e nonostante un tasso
di disoccupazione che supera ancora il 13% numerosi settori dell’economia,
a cominciare da quello agricolo, hanno dovuto reclutare braccia in Marocco
per andare avanti.
La
produzione di primizie e di agrumi in Andalusia e nella Mancha dipende
in larga misura dai lavoratori stranieri.
Ma
la convivenza con gli arabi, che occuparono la penisola iberica per
molti secoli, non è facile. Due anni fa nella provincia di Almeria scoppiò
un vero e proprio conflitto razziale, con morti e feriti, e sempre più
si tende ad attribuire agli immigrati la colpa del costante aumento
della criminalità.
Se
la nuova Spagna ha un tallone d’Achille, è la scuola. L’istruzione obbligatoria
è stata elevata a 16 anni e le Università sfornano un gran numero di
laureati, ma la preparazione dei giovani non corrisponde sempre alle
esigenze del mondo del lavoro.
Risultato:
molta disoccupazione intellettuale e carenza di personale nell’informatica,
nel turismo e in altre attività essenziali per il Paese.
La
metamorfosi è stata talmente rapida, che molte istituzioni hanno stentato
a tenerne il passo. Il primo ministro spagnolo Aznar, un ex ispettore
delle finanze poco loquace e riservato nei modi, dispone dall’anno scorso
della maggioranza assoluta alle Cortes, e non dipende perciò più, come
nei suoi primi quattro anni di governo, dall’appoggio dei nazionalisti
catalani e baschi.
Questo
gli permetterà di accelerare le riforme e modernizzare i settori rimasti
indietro.
Egli
ha in questo momento anche la leadership dei moderati europei, perché
la Spagna è in questo momento l’unico dei grandi Paesi dell’Unione a
essere governato dal centro-destra, ma questa responsabilità non lo
spaventa.
Il
suo vero cruccio è che la Spagna non è ancora riuscita a liberarsi del
terrorismo dell’ETA.
I
baschi sono, nell’insieme, cittadini privilegiati, con un reddito pro-capite
superiore alla media nazionale, un’autonomia che non ha nulla da invidiare
a quella del Trentino-Alto Adige, scuole e media che insegnano e diffondono
la loro (incomprensibile) lingua.
Eppure,
una minoranza di loro continua a uccidere - ventuno vittime nel solo
2000 - per una indipendenza che solo un quinto della popolazione desidera.
Una
follia che nessuno è riuscito a estirpare, una macchia sulla reputazione
di un Paese che, per il resto, merita i voti più alti.
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