Anno XVII n. 1/01

 

 

 

 

 

Livio Caputo

All’inizio di dicembre, in coda ai festeggiamenti per i 25 anni di regno di Juan Carlos, i giornali di tutto il mondo hanno annunciato che la Spagna, per la prima volta nella storia, aveva conquistato la Coppa Davis di tennis: un trionfo sempre significativo per gli europei in uno sport in genere dominato da americani e australiani, ma soprattutto una esaltante ciliegina sulla torta per un Paese che, nel quarto di secolo trascorso dal ritorno della democrazia, ha percorso a passo di carica tutte le tappe del progresso e si propone oggi come il più dinamico dell’Unione Europea.

Chi conosceva la Spagna degli anni Cinquanta e Sessanta, non può fare a meno di stupirsi degli straordinari cambiamenti avvenuti in una nazione che, dopo avere dominato l’Europa nei secoli XVI e XVII (“Sul mio impero non tramonta mai il sole” soleva dire Carlo V) era progressivamente decaduta, fino a essere relegata ai margini della storia.

La sanguinosa guerra civile della seconda metà degli anni Trenta, conclusasi con la vittoria di Francisco Franco, sembrava avere prosciugato le sue ultime energie vitali.

Per quanto rimasta estranea al secondo conflitto mondiale, essa non era poi riuscita, nonostante la protezione americana, a unirsi al grande processo di ricostruzione che ha interessato il resto dell’Europa, e quando, finalmente, è stata ammessa nell’Unione, sembrava destinata a esserne per lungo tempo il fanalino di coda.

Non bastavano a farne una nazione moderna né i trionfi del Real Madrid nelle Coppe europee, né il fantastico sviluppo turistico delle Baleari, delle Canarie e della Costa del Sol, né la crescita di un sistema bancario singolarmente efficiente.

Pesavano come macigni l’arretratezza dell’industria e dell’agricoltura, le rigidità di una società vissuta a lungo come in un maso chiuso, l’inefficienza delle infrastrutture e l’elevatissimo numero di disoccupati. Invece, è bastato un ventennio per cambiare radicalmente la scena: la Spagna che si affaccia al nuovo millennio non è, ovviamente, il Paese di Bengodi, e non può neppure dire di avere risolto tutti i suoi problemi, ma può essere giustificata se, dopo tante umiliazioni, torna a sfoderare il suo proverbiale orgoglio.

A chi spetta il merito del miracolo? A costo di fare del revisionismo, è giusto, in una prospettiva storica, riconoscere anche il ruolo di Francisco Franco. Il defunto dittatore può vantare almeno due punti al suo attivo: anzitutto ha avviato fin dagli anni Sessanta - con l’aiuto dei tecnici dell’Opus Dei - una serie di riforme economiche che hanno fatto uscire il Paese dall’immobilismo; in secondo luogo, ha designato e allevato come suo successore il giovane Juan Carlos di Borbone, che non solo ha saputo presiedere con grande equilibrio, nella sua veste di sovrano costituzionale, alla transizione dalla dittatura alla democrazia, sventando tra l’altro con la sua autorità morale un tentativo di colpo di Stato da parte di ufficiali nostalgici, ma ha avuto la capacità di riconquistare il consenso popolare all’istituto della monarchia, che sembrava avere perduto definitivamente la partita con l’abdicazione di suo nonno Alfonso XIII nel 1931.

Nessuno può dire se il “caudillo” si aspettasse un simile comportamento dal suo pupillo, o se lo avesse designato alla successione nella segreta speranza che sarebbe riuscito a tenere in vita il vecchio regime. Fatto è che, senza la decisione di Franco, la Spagna si sarebbe ritrovata al momento della sua scomparsa priva di un punto di riferimento, con il pericolo di precipitare di nuovo nella lotta fratricida tra destra e sinistra.

Onore va reso, invece, all’insieme della classe politica spagnola, che ha gestito l’instaurazione della democrazia in maniera quasi esemplare. L’elogio deve accomunare tutti: i tecnocrati moderati che, sotto la guida di Adolfo Suarez e Calvo Sotelo, hanno preso le redini del Paese nell’immediato dopo-Franco, e posto le basi costituzionali per un rapido avvio alla normalità; i socialisti di Felipe Gonzales, che dopo avere vinto le elezioni nel 1982 hanno governato per 14 anni con pragmatismo e serietà, concedendo poco o nulla all’ideologia e negoziando con successo l’ingresso della Spagna nella UE; i conservatori guidati da Fraga Iribarne, che hanno accettato senza scomposte reazioni l’avvento della sinistra al potere e preparato con molta oculatezza la rivincita, arrivata nel 1996 con la vittoria di Josè Maria Aznar.

Il Parlamento ha anche trovato una formula costituzionale capace di venire incontro alle forti spinte separatiste della Catalogna e dei Paesi Baschi, concedendo loro tutta l’autonomia compatibile con l’unità dello Stato: nel primo caso, essa ha riportato la concordia tra Madrid e Barcellona, assurta, anche grazie al successo delle Olimpiadi, a una brillante ristrutturazione urbanistica e al grande sviluppo dell’economia locale, al rango di seconda capitale; nel secondo, ha favorito la crescita dei Paesi Baschi come grande polo industriale e accontentato la maggioranza della popolazione, ma non ha purtroppo placato le furie degli estremisti dell’ETA.

Bisogna precisare, peraltro, che il federalismo spagnolo è una specie di incompiuta, un istituto tuttora in evoluzione di cui non si conosce l’approdo finale.

L’autonomia varia grandemente da regione a regione, soprattutto per quel che riguarda il settore finanziario, e rimangono molte spinte insoddisfatte che, se fronteggiate con troppa indulgenza, potrebbero rendere precario il funzionamento dello Stato centrale.

Un altro capolavoro della classe politica spagnola è stato l’uso che ha fatto dell’Europa: da un lato ha sfruttato con straordinaria efficienza i fondi strutturali messi da Bruxelles a disposizione delle regioni più arretrate, dall’altro ha saputo piazzare i suoi uomini in una serie di posizioni strategiche, acquisendo nelle istituzioni comunitarie un peso decisamente superiore a quello dell’Italia: l’ultimo successo è la nomina di Javier Solana, già ministro degli Esteri di Felipe Gonzales, a Mr. PESC, cioè a portavoce dell’Unione per la politica estera e di sicurezza comune. In cambio, Madrid ha dovuto aumentare - anche al di là delle disponibilità finanziarie - la sua partecipazione alle varie iniziative dell’Unione, dal Corpo d’armata di pronto intervento alle spedizioni in Bosnia e nel Kosovo.

Una parte notevole delle grandi opere pubbliche spagnole, a cominciare dal favoloso treno veloce Madrid-Siviglia, sono state cofinanziate da Bruxelles, e l’importanza di questo cespite finanziario è diventata tale, che il governo Aznar si è battuto alla morte per mantenere il diritto di veto sul suo utilizzo. Nel solo 2001, la Spagna prevede di ricevere contributi netti dall’Unione Europea per circa 17.000 miliardi, destinati alle otto regioni “obbiettivo uno”, cioè con un reddito pro-capite inferiore al 75% della media europea.

Per conquistare il suo posto al sole nell’Europa comunitaria, ed assurgervi nella ristretta cerchia delle grandi, la Spagna ha dovuto peraltro superare non pochi ostacoli.

Nessuno, per esempio, avrebbe immaginato che essa sarebbe riuscita a aderire alla moneta unica con il gruppo di testa. Infatti, quando per un momento Romano Prodi disperò che l’Italia potesse farcela, si recò da Aznar per proporgli di fare blocco e negoziare insieme un allentamento delle condizioni di Maastricht; ma il primo ministro spagnolo gli rispose a muso duro che il suo Paese era sicuro di farcela, e che se gli italiani fossero rimasti indietro dovevano arrangiarsi da soli.

Le cifre gli hanno dato ragione: al contrario dell’Italia, la Spagna ha non solo rispettato tutti quattro i famosi parametri, ma riuscirà anche ad azzerare il deficit di bilancio con un anno di anticipo sul termine prescritto. Da quando il centro-destra è al potere, e ha introdotto una serie di nuove norme liberalizzatrici che Gonzales non era stato in grado di imporre alla sua maggioranza, la Spagna cresce al ritmo del 4% l’anno, ha creato due milioni di nuovi posti di lavoro e ridotto l’incidenza della spesa pubblica sul PIL dal 49 al 42 per cento.

Ultimamente, qualche nube si è affacciata a questo roseo orizzonte: sei mesi di caropetrolio hanno rallentato la crescita, l’inflazione è tornata ad alzare la testa e il virtuale completamento delle privatizzazioni (quello che rimane, l’Iberia, le ferrovie e la radiotelevisione di Stato, è difficilmente vendibile) ha privato lo Stato di una fonte di entrate importante per fare quadrare i conti.

La concorrenza, specie nel settore dei servizi pubblici, non è ancora quella che dovrebbe essere, e a mano a mano che si toccano gli interessi più forti le resistenze aumentano.

La ritrovata vitalità dell’economia spagnola si riscontra anche nella sua apertura verso l’estero.

Fino a non molto tempo fa la Spagna era una importatrice di capitali, europei, americani ed asiatici, e molte delle sue industrie erano controllate dalle multinazionali.

La principale fonte di valuta pregiata era rappresentata, come in certi Paesi in via di sviluppo, dalle entrate del turismo.

Ma negli anni Novanta industria e finanza madrilene hanno deciso di allargare i propri orizzonti, partendo alla “conquista” di quell’America latina che un tempo era sottomessa alla corona spagnola e che con la madrepatria ha ancora lingua e costumi in comune. Oggi la Spagna è la principale partner europea di Argentina, Venezuela, Messico e Cile nei settori bancario, telefonico ed energetico, seconda (e neppure dappertutto) soltanto agli Stati Uniti. Qualcuno, riferendosi alla aggressività delle grandi società spagnole come Repsol, Telefonica o Endesa, ha addirittura parlato di ritorno dei “conquistadores”. La nuova, massiccia presenza iberica nelle sue ex colonie si traduce in continue visite di Stato, in scambi culturali, in collaborazione nel campo dei media. L’ingresso nella UE ha influito profondamente anche sul costume, determinando cambiamenti che, in altre circostanze, avrebbero richiesto un secolo.

Da Paese maschilista per eccellenza, la Spagna è diventata uno dei paradisi delle donne, oggi attivissime in politica, negli affari e nelle università, dove costituiscono ormai il 60 per cento della popolazione studentesca.

Le ragazze, che fino a un quarto di secolo fa dovevano chiedere il permesso per uscire la sera, usano oggi un numero record di contraccettivi, tanto che il tasso di natalità si è dimezzato fino ad essere, con 1,26 figli per ogni donna in età di concepimento, uno dei più bassi del mondo.

Se l’era della “movida”, che aveva attratto a Madrid giovani di tutta Europa, è ormai finita, resta una libertà sessuale insolita per un Paese cattolico e mediterraneo, e una diffusione della droga decisamente allarmante.

In apparenza, la grande sconfitta di questa evoluzione è la Chiesa, che ai tempi di Franco esercitava una influenza enorme sulla popolazione e oggi vede il numero dei praticanti ridursi di anno in anno, soprattutto nelle città, e i suoi comandamenti palesemente ignorati.

Ma le gerarchie ecclesiastiche hanno saputo adeguarsi alle nuove circostanze, rinunciando a interferire nella vita pubblica, mantenendo una fortissima presenza in campo scolastico e intervenendo con grande successo nel sociale. Esattamente come l’Italia, la Spagna si è trasformata nell’ultimo decennio da Paese di emigrazione in Paese di immigrazione, con lo stesso problema di lunghe coste da difendere dall’assalto dei clandestini. Anche qui, con l’arrivo del benessere, i giovani hanno preso a rifiutare i lavori meno qualificanti e meno remunerativi, e nonostante un tasso di disoccupazione che supera ancora il 13% numerosi settori dell’economia, a cominciare da quello agricolo, hanno dovuto reclutare braccia in Marocco per andare avanti.

La produzione di primizie e di agrumi in Andalusia e nella Mancha dipende in larga misura dai lavoratori stranieri.

Ma la convivenza con gli arabi, che occuparono la penisola iberica per molti secoli, non è facile. Due anni fa nella provincia di Almeria scoppiò un vero e proprio conflitto razziale, con morti e feriti, e sempre più si tende ad attribuire agli immigrati la colpa del costante aumento della criminalità.

Se la nuova Spagna ha un tallone d’Achille, è la scuola. L’istruzione obbligatoria è stata elevata a 16 anni e le Università sfornano un gran numero di laureati, ma la preparazione dei giovani non corrisponde sempre alle esigenze del mondo del lavoro.

Risultato: molta disoccupazione intellettuale e carenza di personale nell’informatica, nel turismo e in altre attività essenziali per il Paese.

La metamorfosi è stata talmente rapida, che molte istituzioni hanno stentato a tenerne il passo. Il primo ministro spagnolo Aznar, un ex ispettore delle finanze poco loquace e riservato nei modi, dispone dall’anno scorso della maggioranza assoluta alle Cortes, e non dipende perciò più, come nei suoi primi quattro anni di governo, dall’appoggio dei nazionalisti catalani e baschi.

Questo gli permetterà di accelerare le riforme e modernizzare i settori rimasti indietro.

Egli ha in questo momento anche la leadership dei moderati europei, perché la Spagna è in questo momento l’unico dei grandi Paesi dell’Unione a essere governato dal centro-destra, ma questa responsabilità non lo spaventa.

Il suo vero cruccio è che la Spagna non è ancora riuscita a liberarsi del terrorismo dell’ETA.

I baschi sono, nell’insieme, cittadini privilegiati, con un reddito pro-capite superiore alla media nazionale, un’autonomia che non ha nulla da invidiare a quella del Trentino-Alto Adige, scuole e media che insegnano e diffondono la loro (incomprensibile) lingua.

Eppure, una minoranza di loro continua a uccidere - ventuno vittime nel solo 2000 - per una indipendenza che solo un quinto della popolazione desidera.

Una follia che nessuno è riuscito a estirpare, una macchia sulla reputazione di un Paese che, per il resto, merita i voti più alti.