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Cominciamo
dalle due date fondamentali. Giuseppe Verdi nacque a Roncole di Busseto,
in provincia di Parma, il 10 ottobre 1813: suo padre, Carlo, faceva
l'oste; la madre, Luisa Uttini, era filatrice. Verdi morì a Milano,
all'Hotel de Milan, il 27 gennaio 1901. Siamo, dunque, nell'anno del
centenario Verdiano e occuperebbe troppo spazio elencare tutte le iniziative
che lo accompagnano.
La
Scala ha inaugurato la stagione con "Il Trovatore", un'opera del 1853,
ma qui, nel "Lunario", vorrei parlare dell'opera che consacrò, nove
anni prima, il 9 marzo 1842, il genio di Verdi. Si tratta del "Nabucco",
la cui attualità, per i motivi che vedremo, è superiore a quella di
riconosciuti capolavori come "Aida", "La Traviata", "La forza del destino",
"Rigoletto", "Otello", "Don Carlos", "Falstaff" e "La Messa da Reqiuem",
composta per la morte di Alessandro Manzoni. "Nabucco" richiama immediatamente
il coro.
Quando
Temistocle Solera, il librettista, scrisse il verso "Va', pensiero,
sull'ali dorate", non pensava certamente all'illustre destino che sarebbe
toccato a quelle parole. Era un decasillabo perfetto, con gli accenti
sulla terza, sesta e nona sillaba: un ritmo "anapestico", come insegnano
i manuali di metrica, tipico dei canti di marcia e dei canti funebri.
Solera
(1815-78) non era un uomo di grandi ideali, ma un personaggio avventuroso
e inaffidabile, pronto a comporre, essendo anche musicista, un inno
intitolato "L'amnistia" e offerto "al miglio re dei monarchi", cioè
all'imperatore d'Austria. Il padre di Solera, condannato in un primo
tempo a morte per cospirazione, era stato graziato e rinchiuso nel carcere
dello Spielberg con Pellico e Maroncelli. Ciò era bastato al figlio
per esaltare in toni trionfalistici la generosità dell'Imperatore.
Detto
questo, si deve aggiungere che ogni tanto Solera, come altri abili verseggiatori,
azzeccava qualche attacco memorabile. Verdi ne fu folgorato. L'impresario
Bartolomeo Merelli gli aveva appena dato il libretto che, buttato con
malagrazia su un tavolo, restò misteriosamente aperto alla pagina da
dove si affacciava la riga fatale del "Va', pensiero".
L'atmosfera
da scena madre raggiunse subito il suo culmine. Verdi era un lettore
della Bibbia e riconobbe lo spirito di uno dei Salmi, il 137 per l'esattezza:"Sulle
rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti / e abbiamo pianto al ricordo
di Sion./ Ai salici di quella terra / abbiamo appeso le nostre cetre...".
Da quel momento "Nabucco", per usare un'immagine proprio verdiana, "gli
trottò nel capo". Dopo queste premesse che non hanno assolutamente alcun
rapporto con lo spirito del Risorgimento italiano, il quadrto si completa
ricordando che l'opera, il cui titolo iniziale era "Nabucodonosor",
fu dedicata da Verdi all'arciduchessa Adelaide d'Austria. Come si spiegano,
dunque, l'infinito fervore popolare e l'inestinguibile durata patriottica
del "Va', pensiero"? La risposta alla domanda è un'ipotesi: nei decasillabi
di Solera c'è uno degli ingredienti di più alta emotività per la poesia
e per il canto: quello dell'esilio, che porta a sentimenti elegiaci
come la nostalgia o vigorosi come l'irredentismo.
Ad
essi si unisce il conseguente elemento della distanza, lo stesso che
trasformò, per citare un celebre esempio, il voluttuoso e sensualissimo
Ovidio dell'"Ars Amatoria" nell'angosciato poeta delle "Tristia". L'irredentismo
funzionò in coincidenza con la seconda guerra d'indipendenza, nel 1859,
Poi restò, con più spiccata evidenza, l'equazione tra esilio e nostalgia.
Anche
l'emigrazione è una forma di esilio, ed è naturale che un popolo, dopo
aver sparso tanta gente per il mondo, riconosca nel coro immortale un
frammento della propria storia. Citiano le parole del libretto di Solera:
"l'aure dolci del suolo natal", "o mia patria sì bella e perduta" appartengono
a un immaginario nel quale non stanno soltanto i fantasmi dell'epica,
ma anche quelli più poveri e più terreni della realtà. Nè si deve dimenticare
che, durante la seconda guerra mondiale, quel canto si è alzato anche
tra le baracche dei campi di prigionia.
La
sera portava "Va', pensiero" insieme con le ombre, e le voci si rivolgevano
alle familiari scene lontane d'una casa o d'una via o d'un cortile.
Come abbiamo già ricordato, il coro riconduce al Salmo 137.
Il
momento delll'invocazione "Arpa d'or dei fatidici vati / perchè muta
dal salice pendi?"), quando tutto il coro si protende come per afferrare
una vaga visione e poi subito si raccoglie in un desolato mormorio,
sembra quasi la traduzione dei versetti che dicono: "Ai salici di quella
terra / abbiamo appeso le nostre cetre". Non ricorriamo alla citazione
per accusare di plagio il librettista Solera e tanto meno Verdi: Anzi
: intendiamo dimostrare che cetre, arpe e salici sono quasi figure obbligate
nel repertorio dei simboli perenni.
Ecco
una conferma.
La
poesia che apre il libro "Giorno dopo giorno" di Salvatore Quasimodo
(1901-1968, premio Nobel per la letteratura nel 1959), una poesia che
rievoca con lampeggianti scorci il tempo della guerra civile inn Italia,
dei morti abbandonati nelle piazze e del "piede straniero sopra il cuore",
si conclude così: "Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre
cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento". Qaunto al
presente, non possiamo dimentioare che "Va', penmsiero" è diventato
lo slogan di una famosa penna stilografica.
Era
destino: un detsino privilegiato, in fin dei conti, se si ricorda che
il Vangelo è servito per una marca di jeans e la Gioconda di Leonardo
per un'acqua minerale. Non sarebbe giusto chiudere con questa nota amara.
Meglio guardare (ero testimone diretto) alla sera del 7 dicembre 1986,
quando si inaugurò la stagione lirica della Scala con "Nabucco", diretto
da Riccardo Muti. Al terzo atto, dopo tre minuti esatti di applausi
e di grida festose, Muti fece un gesto di resa. Sul palcoscenico il
coro, vestito di tuniche e veli bianchi, sullo sfondo di una luce azzurrina
che poteva essere d'alba o di crepuscolo, riprese il canto: "Va', pensiero,
sull'ali dorate, / va ti posa sui clivi e sui colli...". Era il bis,
un avvenimento assolutamente eccezionale per la Scala dopo che, fin
dal 1898, Arturo Toscanini avev proibito, "per ragioni d'ordine e d'arte",
le ripetizioni dei pezzi durante lo spettacolo. La regola fu infranta.
La commozione era profonda.
Se
nostalgia significa "doilore del ritorno", mai come quella sera semtimmo
dove il "Va, pensiero" agisce: nel vago regno dell'impossibile, delle
stagioni perdute, di quello che siamo stati. Un regno di cui tutti siamo,
coscienti o non coscienti, cittadini con la memoria e con il cuore.
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