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Dieci
anni fa Nicolas Bouvier, scrittore e giramondo svizzero, curò la pubblicazione
di un album fotografico di Ella Maillart, sua connazionale e nome mitico
della letteratura di viaggio del Novecento.
Nel
volume, "La vie immédiate" (Payot-24 Heures editori), le immagini di
Ella erano scelte e commentate da Nicolas, quasi una sorta di passaggio
di testimone: fra i due correva un quarto di secolo (Bouvier era del
’29, la Maillart era nata nel 1903), e negli anni Cinquanta il primo
aveva rifatto in parte il viaggio in Afganistan che la seconda aveva
intrapreso nel 1939.
Di
quest’ultimo La vie immédiate presenta alcune istantanee e in esse prevale
il corpo ossuto e spigoloso di Annemarie Schwarzenbach, compagna della
Maillart in quel tragitto su una Ford cabriolet da lei stessa guidata.
Adesso una bella mostra al Centro culturale svizzero di Milano “Viaggi
in Afganistan”,ha messo insieme per la prima volta il lavoro di questi
tre protagonisti e affianca alle immagini i relativi testi scritti.
E’
un modo di fare la storia e onorare la memoria: Bouvier è infatti morto
due anni fa, a 89 anni, la Maillart l’ha preceduto di un anno, ma ne
aveva vissuti splendidamente novantaquattro, la più fragile e infelice
Annemarie è scomparsa da oltre mezzo secolo, nel 1942, poco più che
trentenne. Dei due, Bouvier è in Italia il meno noto: tra i suoi libri
vanno ricordati Chronique japonaise, Journal d’Aran et d’autres lieux,
Le Poisson-Scorpion.
Nel
1954 partì da Ginevra diretto in Iran: arrivato alla frontiera, al momento
di scrivere il suo nome su un registro di tela grande quanto una valigia,
vide che sopra c’era la firma dell’archeologo inglese Aurel Stein, specialista
dell’Asia centrale, passato di lì nel…1926.
Il
viaggio, compiuto su di un’utilitaria, durò più di un anno. La fama
delle altre due è invece da noi maggiore, ma, specie nel caso della
Schwarzenbach, le motivazioni attengono più al personaggio che al valore
dell’opera. Diversissime se non agli antipodi, le loro biografie permettono
di ricostruire il campo minato, ideologico, culturale, di costume, che
si impose fra le due guerre.
Un
essere umano è anche le sue amicizie, le sue frequentazioni, le sue
simpatie. Dietro la Maillart c’è il vitalismo anarchico e individualista
di chi cerca una via d’uscita alla decadenza di un continente e di un
modello di sviluppo. Lettrice di Spengler, amica di Drieu La Rochelle
e di Alain Gerbault, Ella cerca altrove quella sanità che l’Europa non
può più darle. L’Asia è per lei il terreno inesplorato dove è ancora
possibile attingere a valori primordiali, dove la tecnica e la modernità
da un lato, le ideologie dall’altro non hanno ancora colmato tutte le
opzioni possibili. Sportiva, abituata a contare su se stessa, disposta
sempre a mettersi alla prova, per scelta si distacca dalla agiata classe
borghese cui appartiene in vista di un suo superamento. Cerca qualcosa
che la appaghi e la realizzi.
Annemarie
è più debole e più fragile, eternamente alla ricerca di qualcuno o qualcosa
che la possa aiutare o in cui potersi riconoscere. Schiacciata dalla
personalità materna, insicura quanto ambigua nei sentimenti, anarcoide
più che anarchica, il suo ribellismo non sfocia mai nel rifiuto totale,
non significa mai tabula rasa con ciò che le sta dietro, famiglia, status,
privilegi.
Nel
suo sodalizio con Klaus e Erika Mann, figli di Thomas, sarà l’anello
debole di una perversa catena: sfruttata per il denaro che può procurare,
plagiata nei vizi e negli atteggiamenti, scaricata allorché si rivelerà
troppo instabile e ormai pericolosa per sé e per gli altri. Tanto la
Maillart sa cosa vuole, tanto la Schwarzenbach lo ignora. Tanto la prima
non ha modelli, tanto la seconda ne va in cerca.
La
scrittura, così, assume per loro differenti significati. Ella la considera
un mezzo, non un fine: “Dopotutto, la terra è là, la terra mi appartiene,
voglio vederla, voglio andare per deserti e montagne. La sorte mi ha
dato occhi che amano vedere”.
I
suoi reportages sono il frutto della necessità, il resoconto pagato
che le permette di andare lì dove vuole andare; viaggia per conoscere
e per conoscersi, non per farsi conoscere.
Per
la Schwarzenbach, al contrario, la scrittura è un’àncora di salvezza,
un centro cui aggrapparsi, un’identità in cui ritrovarsi. E’ altresì
un modo per emendarsi dal complesso di colpa per essere quella che è:
ricca, viziata, dalla parte del torto.
Scrive
perché i suoi amici scrivono, perché essere intellettuali è meglio che
essere borghesi, perché così ci si illude di essere alternativi, rivoluzionari,
persino proletari. Solo che in Ella il disinteresse per la scrittura
dà vita a uno stile diretto, semplice, visivo che lo rende di primo
acchito godibile, senza orpelli stilistici. Mentre in Annemarie, la
paura di non essere all’altezza, di fallire rispetto alle persone di
cui cerca e vuole il consenso, provoca il corto circuito mentale, trasforma
la scrittura in tortura, nell’autocompiacimento del piangersi addosso.
Lì dove il libro di viaggio e di memoria della Maillart rimangono freschi
e compiuti, gli abbozzi di romanzo della Schwarzebach non riescono mai
a distendersi e i suoi reportage “politici” non hanno alle spalle la
cultura sufficiente per imporsi come interpretazione dei fatti.
Nel
viaggio in Afganistan che le due donne fanno insieme, i diversi caratteri
finiscono per scontrarsi paurosamente e ciascuna si rende conto di aver
preteso troppo dall’altra. Ella pensava che il suo esempio sarebbe bastato
a guarire la debolezza dell’amica; Annemarie che la forza di quella
l’avrebbe risanata.
Nel
resoconto lasciatoci dalla Maillart, La via crudele, c’è emblematica,
la descrizione di un sogno: “Giaceva per terra raggomitolata su se
stessa, esangue, più simile a un cane morente che a una creatura umana.
In piedi accanto a lei la coprivo di calci gridando furiosamente: “'Ora
direte qualcosa! Perché non mi rispondete?'Sentivo che se fossi riuscita
a farle abbastanza male avrebbe finalmente parlato e tutto sarebbe andato
a posto. Cercando di causarle più dolore possibile mi accanivo sulla
sua testa senza vita. Doveva parlare! Furibonda, infersi un tale colpo
dentro la massa tenera del ventre da torcermi la caviglia…e mi risvegliai”.
Le fotografie della mostra accentuano e chiariscono quanto detto finora.
La Maillart ha l’occhio incantato della viaggiatrice nata, e la macchina
è il prolungamento meccanico di una sensibilità estetica ed etica che
fa parte del suo essere. Laddove, invece, l’altra raramente riesce ad
andare al di là del bozzetto idillico o della rappresentazione pura
e semplice. Le loro stesse fisionomie accentuano questo stato di cose.
Ella è fisica, Annemarie è diafana, Ella è sana, Annemarie è malata,
Ella è calma, Annemarie è inquieta, Ella è primordiale, Annemarie è
artificiale. Entrambe decadenti, ovvero consapevoli della crisi di un
continente, di una civiltà, di una “razza”, è il loro porsi nei confronti
della decadenza che è diverso. La Schwarzenbach vi si crogiola, la assapora
fino in fondo, le vive come una perversione da cui non si può uscire,
da denunciare ma in cui perdersi. La Maillart vuole tirarsene fuori,
non restarne invischiata: sa che l’unico modo per non rimanerne vittima
è andare altrove, è essere altrove. Evita di combatterla sul suo terreno,
perché sa che non ci sarebbe partita, e cerca così di ritagliarsi altri
spazi e altri mondi, all’altra negati perché non sono i suoi, non vi
si riconosce, non può appartenervi.
Destini
e figure esemplari, nella loro vita si rispecchia la temperie culturale
che fra le due guerre incendiò l’Europa. Non è un caso che la Maillart
passi gli anni del secondo conflitto mondiale fuori dal Vecchio continente,
in India, ben decisa a non farsi coinvolgere in uno scontro che non
è il suo; e che la Schwarzenbach vaghi invece fra un sanatorio e un
manicomio, gli Stati Uniti, l’Africa e l’Europa, cercando di dare un
senso a ciò che le sta accadendo intorno per poter dare un senso a ciò
che le è accaduto dentro. Un banale, mortale incidente interromperà
una vita che era già finita.
E
all’amica resterà l’amaro avvertimento che contro l’altrui debolezza
arrendersi è un errore, ma essere forte non è sufficiente.
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