Anno XVII - n.01-2001

 

 

 

 

 

 

 

Stenio Solinas

Dieci anni fa Nicolas Bouvier, scrittore e giramondo svizzero, curò la pubblicazione di un album fotografico di Ella Maillart, sua connazionale e nome mitico della letteratura di viaggio del Novecento.

Nel volume, "La vie immédiate" (Payot-24 Heures editori), le immagini di Ella erano scelte e commentate da Nicolas, quasi una sorta di passaggio di testimone: fra i due correva un quarto di secolo (Bouvier era del ’29, la Maillart era nata nel 1903), e negli anni Cinquanta il primo aveva rifatto in parte il viaggio in Afganistan che la seconda aveva intrapreso nel 1939.

Di quest’ultimo La vie immédiate presenta alcune istantanee e in esse prevale il corpo ossuto e spigoloso di Annemarie Schwarzenbach, compagna della Maillart in quel tragitto su una Ford cabriolet da lei stessa guidata. Adesso una bella mostra al Centro culturale svizzero di Milano “Viaggi in Afganistan”,ha messo insieme per la prima volta il lavoro di questi tre protagonisti e affianca alle immagini i relativi testi scritti.

E’ un modo di fare la storia e onorare la memoria: Bouvier è infatti morto due anni fa, a 89 anni, la Maillart l’ha preceduto di un anno, ma ne aveva vissuti splendidamente novantaquattro, la più fragile e infelice Annemarie è scomparsa da oltre mezzo secolo, nel 1942, poco più che trentenne. Dei due, Bouvier è in Italia il meno noto: tra i suoi libri vanno ricordati Chronique japonaise, Journal d’Aran et d’autres lieux, Le Poisson-Scorpion.

Nel 1954 partì da Ginevra diretto in Iran: arrivato alla frontiera, al momento di scrivere il suo nome su un registro di tela grande quanto una valigia, vide che sopra c’era la firma dell’archeologo inglese Aurel Stein, specialista dell’Asia centrale, passato di lì nel…1926.

Il viaggio, compiuto su di un’utilitaria, durò più di un anno. La fama delle altre due è invece da noi maggiore, ma, specie nel caso della Schwarzenbach, le motivazioni attengono più al personaggio che al valore dell’opera. Diversissime se non agli antipodi, le loro biografie permettono di ricostruire il campo minato, ideologico, culturale, di costume, che si impose fra le due guerre.

Un essere umano è anche le sue amicizie, le sue frequentazioni, le sue simpatie. Dietro la Maillart c’è il vitalismo anarchico e individualista di chi cerca una via d’uscita alla decadenza di un continente e di un modello di sviluppo. Lettrice di Spengler, amica di Drieu La Rochelle e di Alain Gerbault, Ella cerca altrove quella sanità che l’Europa non può più darle. L’Asia è per lei il terreno inesplorato dove è ancora possibile attingere a valori primordiali, dove la tecnica e la modernità da un lato, le ideologie dall’altro non hanno ancora colmato tutte le opzioni possibili. Sportiva, abituata a contare su se stessa, disposta sempre a mettersi alla prova, per scelta si distacca dalla agiata classe borghese cui appartiene in vista di un suo superamento. Cerca qualcosa che la appaghi e la realizzi.

Annemarie è più debole e più fragile, eternamente alla ricerca di qualcuno o qualcosa che la possa aiutare o in cui potersi riconoscere. Schiacciata dalla personalità materna, insicura quanto ambigua nei sentimenti, anarcoide più che anarchica, il suo ribellismo non sfocia mai nel rifiuto totale, non significa mai tabula rasa con ciò che le sta dietro, famiglia, status, privilegi.

Nel suo sodalizio con Klaus e Erika Mann, figli di Thomas, sarà l’anello debole di una perversa catena: sfruttata per il denaro che può procurare, plagiata nei vizi e negli atteggiamenti, scaricata allorché si rivelerà troppo instabile e ormai pericolosa per sé e per gli altri. Tanto la Maillart sa cosa vuole, tanto la Schwarzenbach lo ignora. Tanto la prima non ha modelli, tanto la seconda ne va in cerca.

La scrittura, così, assume per loro differenti significati. Ella la considera un mezzo, non un fine: “Dopotutto, la terra è là, la terra mi appartiene, voglio vederla, voglio andare per deserti e montagne. La sorte mi ha dato occhi che amano vedere”.

I suoi reportages sono il frutto della necessità, il resoconto pagato che le permette di andare lì dove vuole andare; viaggia per conoscere e per conoscersi, non per farsi conoscere.

Per la Schwarzenbach, al contrario, la scrittura è un’àncora di salvezza, un centro cui aggrapparsi, un’identità in cui ritrovarsi. E’ altresì un modo per emendarsi dal complesso di colpa per essere quella che è: ricca, viziata, dalla parte del torto.

Scrive perché i suoi amici scrivono, perché essere intellettuali è meglio che essere borghesi, perché così ci si illude di essere alternativi, rivoluzionari, persino proletari. Solo che in Ella il disinteresse per la scrittura dà vita a uno stile diretto, semplice, visivo che lo rende di primo acchito godibile, senza orpelli stilistici. Mentre in Annemarie, la paura di non essere all’altezza, di fallire rispetto alle persone di cui cerca e vuole il consenso, provoca il corto circuito mentale, trasforma la scrittura in tortura, nell’autocompiacimento del piangersi addosso. Lì dove il libro di viaggio e di memoria della Maillart rimangono freschi e compiuti, gli abbozzi di romanzo della Schwarzebach non riescono mai a distendersi e i suoi reportage “politici” non hanno alle spalle la cultura sufficiente per imporsi come interpretazione dei fatti.

Nel viaggio in Afganistan che le due donne fanno insieme, i diversi caratteri finiscono per scontrarsi paurosamente e ciascuna si rende conto di aver preteso troppo dall’altra. Ella pensava che il suo esempio sarebbe bastato a guarire la debolezza dell’amica; Annemarie che la forza di quella l’avrebbe risanata.

Nel resoconto lasciatoci dalla Maillart, La via crudele, c’è emblematica, la descrizione di un sogno: “Giaceva per terra raggomitolata su se stessa, esangue, più simile a un cane morente che a una creatura umana. In piedi accanto a lei la coprivo di calci gridando furiosamente: “'Ora direte qualcosa! Perché non mi rispondete?'Sentivo che se fossi riuscita a farle abbastanza male avrebbe finalmente parlato e tutto sarebbe andato a posto. Cercando di causarle più dolore possibile mi accanivo sulla sua testa senza vita. Doveva parlare! Furibonda, infersi un tale colpo dentro la massa tenera del ventre da torcermi la caviglia…e mi risvegliai”. Le fotografie della mostra accentuano e chiariscono quanto detto finora. La Maillart ha l’occhio incantato della viaggiatrice nata, e la macchina è il prolungamento meccanico di una sensibilità estetica ed etica che fa parte del suo essere. Laddove, invece, l’altra raramente riesce ad andare al di là del bozzetto idillico o della rappresentazione pura e semplice. Le loro stesse fisionomie accentuano questo stato di cose. Ella è fisica, Annemarie è diafana, Ella è sana, Annemarie è malata, Ella è calma, Annemarie è inquieta, Ella è primordiale, Annemarie è artificiale. Entrambe decadenti, ovvero consapevoli della crisi di un continente, di una civiltà, di una “razza”, è il loro porsi nei confronti della decadenza che è diverso. La Schwarzenbach vi si crogiola, la assapora fino in fondo, le vive come una perversione da cui non si può uscire, da denunciare ma in cui perdersi. La Maillart vuole tirarsene fuori, non restarne invischiata: sa che l’unico modo per non rimanerne vittima è andare altrove, è essere altrove. Evita di combatterla sul suo terreno, perché sa che non ci sarebbe partita, e cerca così di ritagliarsi altri spazi e altri mondi, all’altra negati perché non sono i suoi, non vi si riconosce, non può appartenervi.

Destini e figure esemplari, nella loro vita si rispecchia la temperie culturale che fra le due guerre incendiò l’Europa. Non è un caso che la Maillart passi gli anni del secondo conflitto mondiale fuori dal Vecchio continente, in India, ben decisa a non farsi coinvolgere in uno scontro che non è il suo; e che la Schwarzenbach vaghi invece fra un sanatorio e un manicomio, gli Stati Uniti, l’Africa e l’Europa, cercando di dare un senso a ciò che le sta accadendo intorno per poter dare un senso a ciò che le è accaduto dentro. Un banale, mortale incidente interromperà una vita che era già finita.

E all’amica resterà l’amaro avvertimento che contro l’altrui debolezza arrendersi è un errore, ma essere forte non è sufficiente.

 

 

 

Ella Maillart

Nicolas Bouvier

 

Annemarie Scwarzenbach

Annemarie inPersia, nel 1935

 

A Berlino con amici