Anno XVII n. 1/01

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni

Un passaporto timbrato nell’anno in cui le sue gemme non hanno certo portato risultati eclatanti. Luis Figo è il vincitore dell’ultima edizione del millennio del Pallone d’oro, massimo riconoscimento europeo, assegnato al calciatore che teoricamente si è più distinto nell’arco della stagione. Un premio però paradossalmente guadagnato nell’unico anno nel quale il fuoriclasse portoghese non ha centrato nessun obiettivo. Di lui si è più parlato per il trasferimento record, a livello economico, dal Barcellona al Real Madrid, che ha scosso e sconvolto il mercato iberico; 140 miliardi versati per il suo acquisto e un ingaggio che supera i 10 a stagione nell’ambito di una operazione che lo ha reso particolarmente impopolare in Catalogna. Ora che le acque si sono calmate, di Figo si ricomincia a parlare per quello che sa fare in campo. Certo è che il trattamento riservatogli lo scorso ottobre al Nou camp in occasione della sua prima uscita da ex è stato degno della peggiore violenza psicologica: striscioni, cori e lancio di oggetti ogni volta che il neo-madrilista cercava di battere un calcio d’angolo. Alla faccia di chi dice che il calcio di adesso non ha più bandiere e non si riconosce più in nessun giocatore. Luis Figo per il Barcellona lo è stato per cinque anni, nei quali ha aiutato la società blaugrana a vincere quasi tutto. Non ha mai avuto un feeling continuativo con il gol visto che il suo mestiere, a livello tattico, è sempre stato quello di far segnare gli altri. Chiedere informazioni a Ronaldo e Rivaldo, due degli ultimi vincitori del Pallone d’oro, grazie agli assist a raffica del portoghese. Non sembra un caso che il Barcellona attuale, dopo aver attutito al meglio alcune cessioni doc, non abbia ancora saputo rimpiazzarlo nello scacchiere di gioco e che lo stesso Rivaldo ne sia uscito particolarmente ridimensionato. Di Figo il calcio italiano si è accorto già nel 1995. C’era da vincere una certa riluttanza nel pescare promesse del calcio lusitano; ritmi blandi, possesso di palla giudicato eccessivo, poca disciplina tattica. Una serie di considerazioni che fornivano lo stereotipo del giocatore portoghese, inadatto ai ritmi frenetici del nostro campionato. Eppure per lui , dopo gli arrivi di Rui Costa, Paulo Sousa, Futre e Couto, si muovono addirittura all’unisono Parma e Juventus. All’unisono arriva anche la firma di due precontratti con entrambe le società. La Fifa se ne accorge e gli inibisce l’ingresso in Italia per cinque anni. Dalla società che lo ha cresciuto dall’età di 12 anni, ovvero lo Sporting Lisbona, Figo passa allora al Barcellona. Chi lo conosce bene pensa che il trasferimento possa rivelarsi un trauma visto che il club portoghese è quasi una seconda famiglia per lui e visto che il suo straordinario equilibrio gli arriva dalla vicinanza proprio dei parenti più stretti. Invece Figo dà dimostrazione di grande capacità di adattamento. Col club catalano vince tutto in Spagna e fallisce solo qualche traguardo europeo. A livello continentale però con la maglia della propria nazionale, dopo tante amarezze, arriva vicino al titolo proprio nell’edizione alle spalle, fermato da un rigore dubbio a favore dei francesi in semifinale. Il Barcellona invece cambia pelle per l’ennesima volta. Però dopo gli allenatori (Cruyff, Robson, Van Gaal) arriva la svolta societaria con un cambio al vertice. Situazione che coinvolge anche gli acerrimi nemici-rivali di Madrid. E qui nasce l’intrigo, visto che la nuova dirigenza del Real vuole presentarsi con un colpo ad effetto e corteggia insistentemente il talento del Barcellona. Contemporaneamente la dirigenza catalana deve fronteggiare gli assalti di mezza Europa all’altro fuoriclasse presente nel gruppo, ovvero Rivaldo. Non si sa se solo il vil denaro, oppure anche la voglia di cambiare aria, siano decisivi per la scelta di Luis. Fatto sta che nel momento in cui i catalani fanno sforzi economici probanti per la firma del fenomeno brasiliano, l’accordo col Real va in porto. Figo, da capitano e da ex-bandiera, approda nella capitale. “Al Barcellona abbiamo rubato il cuore”. Con queste parole l’estate scorsa Florentino Perez, neo presidente dei “Bianchi”, annuncia l’acquisto. Gli inizi non sono però confortanti. Nonostante la scelta saggia di non entrare in conflitto col gioiellino di casa Raul per la “sua” ex-casacca numero sette, con lui in campo il Real perde sia la Supercoppa Spagnola che la Coppa Intercontinentale col Boca Juniors. E nella sfida di campionato che tutta la Spagna attende, a metà ottobre, ovvero la visita dei madrileni al Nou Camp, arriva per Figo e il suo nuovo club un KO senza attenuanti. Come detto il risultato del campo è accompagnato da insulti e ululati ad ogni tocco di palla del “traditore”. I più scaramantici, tra i tifosi del Real, pensano addirittura che lo sconfinato odio, giurato dai supporter blaugrana all’ex-idolo, possa sfociare in una sorta di macumba. Pian piano però, anche grazie alle prodezze del portoghese in Champions league, Madrid torna in quota. E con l’uscita del Barcellona dalla massima manifestazione continentale, la bilancia dei guai comincia a pendere dalla parte catalana. Per il campione di Lisbona si avvera invece la profezia che lui stesso aveva espresso a soli 17 anni. “Un giorno vincerò il Pallone d’oro” . Così è, grazie anche all’eccessivo nervosismo del rivale più accreditato, ovvero Zidane, che perde la testa, o meglio la sbatte incomprensibilmente contro dei colleghi, finendo per vedere penalizzato il suo straordinario talento in nome delle sacrosante regole comportamentali. Alla luce di quel poco-nulla vinto da Figo nel 2000 rispetto alle precedenti campagne col Barcellona, si può dire; a volte per essere il più grande basta anche fare le cose semplici, senza complicarsi troppo la vita.