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Un
passaporto timbrato nell’anno in cui le sue gemme non hanno certo portato
risultati eclatanti. Luis Figo è il vincitore dell’ultima edizione del
millennio del Pallone d’oro, massimo riconoscimento europeo, assegnato
al calciatore che teoricamente si è più distinto nell’arco della stagione.
Un premio però paradossalmente guadagnato nell’unico anno nel quale
il fuoriclasse portoghese non ha centrato nessun obiettivo. Di lui si
è più parlato per il trasferimento record, a livello economico, dal
Barcellona al Real Madrid, che ha scosso e sconvolto il mercato iberico;
140 miliardi versati per il suo acquisto e un ingaggio che supera i
10 a stagione nell’ambito di una operazione che lo ha reso particolarmente
impopolare in Catalogna. Ora che le acque si sono calmate, di Figo si
ricomincia a parlare per quello che sa fare in campo. Certo è che il
trattamento riservatogli lo scorso ottobre al Nou camp in occasione
della sua prima uscita da ex è stato degno della peggiore violenza psicologica:
striscioni, cori e lancio di oggetti ogni volta che il neo-madrilista
cercava di battere un calcio d’angolo. Alla faccia di chi dice che il
calcio di adesso non ha più bandiere e non si riconosce più in nessun
giocatore. Luis Figo per il Barcellona lo è stato per cinque anni, nei
quali ha aiutato la società blaugrana a vincere quasi tutto. Non ha
mai avuto un feeling continuativo con il gol visto che il suo mestiere,
a livello tattico, è sempre stato quello di far segnare gli altri. Chiedere
informazioni a Ronaldo e Rivaldo, due degli ultimi vincitori del Pallone
d’oro, grazie agli assist a raffica del portoghese. Non sembra un caso
che il Barcellona attuale, dopo aver attutito al meglio alcune cessioni
doc, non abbia ancora saputo rimpiazzarlo nello scacchiere di gioco
e che lo stesso Rivaldo ne sia uscito particolarmente ridimensionato.
Di Figo il calcio italiano si è accorto già nel 1995. C’era da vincere
una certa riluttanza nel pescare promesse del calcio lusitano; ritmi
blandi, possesso di palla giudicato eccessivo, poca disciplina tattica.
Una serie di considerazioni che fornivano lo stereotipo del giocatore
portoghese, inadatto ai ritmi frenetici del nostro campionato. Eppure
per lui , dopo gli arrivi di Rui Costa, Paulo Sousa, Futre e Couto,
si muovono addirittura all’unisono Parma e Juventus. All’unisono arriva
anche la firma di due precontratti con entrambe le società. La Fifa
se ne accorge e gli inibisce l’ingresso in Italia per cinque anni. Dalla
società che lo ha cresciuto dall’età di 12 anni, ovvero lo Sporting
Lisbona, Figo passa allora al Barcellona. Chi lo conosce bene pensa
che il trasferimento possa rivelarsi un trauma visto che il club portoghese
è quasi una seconda famiglia per lui e visto che il suo straordinario
equilibrio gli arriva dalla vicinanza proprio dei parenti più stretti.
Invece Figo dà dimostrazione di grande capacità di adattamento. Col
club catalano vince tutto in Spagna e fallisce solo qualche traguardo
europeo. A livello continentale però con la maglia della propria nazionale,
dopo tante amarezze, arriva vicino al titolo proprio nell’edizione alle
spalle, fermato da un rigore dubbio a favore dei francesi in semifinale.
Il Barcellona invece cambia pelle per l’ennesima volta. Però dopo gli
allenatori (Cruyff, Robson, Van Gaal) arriva la svolta societaria con
un cambio al vertice. Situazione che coinvolge anche gli acerrimi nemici-rivali
di Madrid. E qui nasce l’intrigo, visto che la nuova dirigenza del Real
vuole presentarsi con un colpo ad effetto e corteggia insistentemente
il talento del Barcellona. Contemporaneamente la dirigenza catalana
deve fronteggiare gli assalti di mezza Europa all’altro fuoriclasse
presente nel gruppo, ovvero Rivaldo. Non si sa se solo il vil denaro,
oppure anche la voglia di cambiare aria, siano decisivi per la scelta
di Luis. Fatto sta che nel momento in cui i catalani fanno sforzi economici
probanti per la firma del fenomeno brasiliano, l’accordo col Real va
in porto. Figo, da capitano e da ex-bandiera, approda nella capitale.
“Al Barcellona abbiamo rubato il cuore”. Con queste parole l’estate
scorsa Florentino Perez, neo presidente dei “Bianchi”, annuncia l’acquisto.
Gli inizi non sono però confortanti. Nonostante la scelta saggia di
non entrare in conflitto col gioiellino di casa Raul per la “sua” ex-casacca
numero sette, con lui in campo il Real perde sia la Supercoppa Spagnola
che la Coppa Intercontinentale col Boca Juniors. E nella sfida di campionato
che tutta la Spagna attende, a metà ottobre, ovvero la visita dei madrileni
al Nou Camp, arriva per Figo e il suo nuovo club un KO senza attenuanti.
Come detto il risultato del campo è accompagnato da insulti e ululati
ad ogni tocco di palla del “traditore”. I più scaramantici, tra i tifosi
del Real, pensano addirittura che lo sconfinato odio, giurato dai supporter
blaugrana all’ex-idolo, possa sfociare in una sorta di macumba. Pian
piano però, anche grazie alle prodezze del portoghese in Champions league,
Madrid torna in quota. E con l’uscita del Barcellona dalla massima manifestazione
continentale, la bilancia dei guai comincia a pendere dalla parte catalana.
Per il campione di Lisbona si avvera invece la profezia che lui stesso
aveva espresso a soli 17 anni. “Un giorno vincerò il Pallone d’oro”
. Così è, grazie anche all’eccessivo nervosismo del rivale più accreditato,
ovvero Zidane, che perde la testa, o meglio la sbatte incomprensibilmente
contro dei colleghi, finendo per vedere penalizzato il suo straordinario
talento in nome delle sacrosante regole comportamentali. Alla luce di
quel poco-nulla vinto da Figo nel 2000 rispetto alle precedenti campagne
col Barcellona, si può dire; a volte per essere il più grande basta
anche fare le cose semplici, senza complicarsi troppo la vita.
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