

Mentre scrivo, una fiumana di tifosi romanisti imperversa da un paio di giorni nella capitale. Ce ne sarebbero di osservazioni da fare: sullo scudetto, sui valori calcistici, sui retroscena, sul significato di un milione d’anime in piazza....ecc. ecc. Magari lo farò, osservazione per osservazione, nel prossimo futuro. Ma vorrei partire proprio da questo milione, dalla festa, dal pretesto-testo-ipertesto del calcio come ragione di aggregazione sociale e di cultura. Anzi, di “cultura”, nel caso come è ovvio di “cultura popolare”. Banalmente, la dizione “cultura popolare” può non lasciare segni, passar via come una definizione non interessante, che non dice nulla, o che semplicemente non si capisce, perché allude a chi è colto, che per antonomasia (magari sbagliata, come vedremo) non è popolare, e al popolo, che di suo è solitamente “schedato” come bue. Una specie di ossimoro, la figura retorica che tiene insieme significati contrastanti, tipo uno stupido intelligente, un lentone rapido ecc. Credo invece che non affrontando la serissima questione della “cultura popolare” si perpetri un reato, appunto culturale, sociale, politico: si faccia un grave, epocale torto sia ai cosiddetti colti, parlanti dalle loro cosiddette “torri d’avorio”, sia a quelli per definizione non colti, a quel popolo costretto “per strada”. Tenendo da parte, ma ben viva, l’immagine del milione di tifosi che fa da sfondo al discorso, partiamo da un esempio straniero, e poi traduciamolo in casi italiani. In primavera, a Venezia, ha tenuto un concerto la cantante argentina Mercedes Sosa, nel corso della sua tournée da noi. Durante un altro suo concerto di piazza, in Argentina, nel ’78,fu arrestata dal regime di Videla e soci perché cantava una canzone contro i proprietari terrieri aguzzini dei “campesinos”, dei contadini. Via dal palcoscenico pubblico del suo paese, via da radio e tv, via dal suo paese, in esilio per anni. E a petto delle stragi, le è andata ancora bene... Nelle interviste, ha ripetuto, come dicevo prima, “banalmente” che la canzone popolare “può arrivare dove il messaggio politico latita”, e che “questo suo enorme potere deve servire a far riflettere” Non credo che ci sia nessuno in disaccordo con tutto ciò, al massimo - appunto - lo dà per scontato e non gliene frega nulla. Ma è così. Tempi tragici, in Argentina, in Cile, sotto le tirannie: tempi molto più allegri e “ribelli” nell’Italia a cavallo degli anni ’70, quando imperversava la coppia Mogol-Battisti, le cui canzoni fanno saltar su o comunque muovono corde emozionali forti anche oggi. E che altro è tutto ciò se non “cultura popolare”? Che altro è una tradizione, delle abitudini, delle interpretazioni delle abitudini se non una cultura non d’elite, non respingente, che vada incontro di partenza a tutti, che non selezioni se non, ovviamente e giustamente, all’arrivo? Che altro è tutto ciò che riempie le nostre giornate, sviluppato in riflessioni un po’ più “ferme”, meno esposte al momento, se non un ponte tra il colto sulla torre d’avorio e il popolino sulla strada? La maggior parte del mondo non conosce Kant, ed è felice o infelice lo stesso: il medesimo Kant aveva - è proprio il caso di dirlo - un occhio per tutto, e per tutti, se in sostanza pensava che fosse il nostro occhio a fondare la realtà. Ebbene, la canzone, la musica ma tanto altro sono forme di cultura popolare che se ponderate e diffuse potrebbero rendere più “colto” il popolo, e meno remoto e sfuggente, più sociale e quindi più politico nel senso etimologico del termine, l’intellettuale, l’erudito essendo per definizione un’altra cosa. Quando, a fine maggio, è morto Renato Carosone, che ha inondato cuori e cervelli per decenni, a partire dall’Italia del dopoguerra, di musica e parole napoletane e “americane”, per forza ho pensato al suo “fare cultura” in questo senso. E quando, in contemporanea o quasi, a Cannes Nanni Moretti ha vinto la “Palma d’oro” con il suo profondo “La stanza del figlio”, ho pensato cose analoghe collegate invece che alla canzone, al cinema. E ora questo milione affidato a un pallone che rotola...Che altro è, questo insieme, se non “cultura popolare”, ciò che molto poco librescamente per un popolo che legge pochissimo fa da tessuto emotivo, mentale, ambientale, esistenziale e quindi “culturale” per una moltitudine? E’ troppo “banale” tutto ciò, in un paese sempre meno colto e sempre più impopolare (nel senso di inconsapevolezza e ostilità a se stesso)?




