

LE PROSPETTIVE DELLA PRIMA LEGISLATURA DOMINATA DAL CENTRO DESTRA
Il titolo di questa inchiesta sul nostro prossimo futuro contiene di per sé un auspicio: quello di un Governo stabile che duri davvero cinque anni, e possa realizzare, o almeno avere il tempo di tentare di realizzare, il programma con cui si è proposto al corpo elettorale. Se, come i risultati della consultazione sembrano promettere, questo avverrà davvero - senza ribaltoni e senza crisi estemporanee - avremo fatto un altro fondamentale passo verso un Paese normale. Un contributo a questa sperata stabilità è stato dato - forzando un po’ la mano alla tradizione e magari anche alla lettera della Costituzione - dall’inserimento del nome dei candidati premier nei simboli elettorali dei due schieramenti. L’innovazione farà sì che un Presidente del Consiglio diverso da quello per cui la gente ha votato potrà essere considerato, a meno che il subentro non avvenga per ragioni di forza maggiore, un usurpatore. Un’altra osservazione è d’obbligo : il risultato elettorale non è stata la conseguenza di un epocale trasferimento di voti da uno schieramento all’altro, ma solo il risultato rovesciato di una abilità nel tessere alleanze che nel 1996 aveva premiato Prodi e che nel 2001 ha premiato Berlusconi. Sostanzialmente la suddivisione del Paese in due blocchi non è molto cambiata. C’è stato sicuramente uno spostamento di voti in quella stretta fascia che viene definito “l’elettorato mobile”, ma di molto inferiore a quello registrato nella distribuzione dei seggi: uno spostamento di voti dovuto, più che alla conversione di un paio di milioni di cittadini dalla sinistra alla destra, al fatto che Berlusconi è stato più efficace di Rutelli nel promettere un rinnovamento del Paese. In sostanza, abbiamo raccolto i primi benefici del sistema maggioritario, che garantisce la stabilità trasformando modeste maggioranze numeriche in consistenti maggioranze parlamentari.. Ma che cosa cambierà, in realtà, nell’Italia del centro-destra? In politica estera, nessuno deve attendersi grandi novità, perché su questo terreno si profila non tanto una bipartisanship, come pure viene auspicata spesso dalle forze politiche di entrambi gli schieramenti, quanto una specie di diarchia - quasi alla francese - tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica, garantita dalla presenza alla Farnesina di un ministro tecnico come Renato Ruggero. In sintesi, il Presidente della Repubblica si è fatto garante della “legittimità” del cambio della guardia di fronte ad una Europa che spesso, sotto lo stimolo dei propri interessi e su istigazione di alcuni esponenti del centro-sinistra, ha fatto il viso dell’armi alla Casa delle Libertà; in cambio ha chiesto, e ottenuto, una continuità nella linea politica dell’Italia che va nell’interesse di tutti. Nulla impedirà, tuttavia, che in questa cornice di stabilità avvengano alcune variazioni sul tema, basate essenzialmente su una più attenta considerazione dell’interesse nazionale. Ciò potrebbe comportare due novità. La prima è un tentativo di giocare di sponda con la nuova amministrazione americana, che ha con la Casa delle Libertà forti affinità ideologiche, un po’ per contrastare l’egemonia socialista nell’UE, un po’ per ritagliare all’Italia un ruolo più incisivo in una Europa in cui, finora, siamo andati sempre a rimorchio degli altri. Esempio: io non credo che la nuova Italia si sarebbe presentata al vertice di Nizza, quel vertice che doveva preparare una riforma radicale delle istituzioni, senza alcune rivendicazione nazionale, mentre tutti gli altri, dalla Finlandia al Portogallo, sono arrivati ciascuno con il proprio dossier in bella evidenza. Un primo assaggio del nuovo atteggiamento italiano lo abbiamo già avuto con le riserve espresse dalla nuova maggioranza sui protocolli di Kyoto per la salvaguardia dell’ambiente, pieni di buone intenzioni, ma carenti negli strumenti operativi. L’Europeismo - comunque - ci sarà e sarà anche abbastanza forte, ma in qualche modo condizionato alla soddisfazione di alcune nostre esigenze che in passato sono state trascurate. La seconda novità potrebbe essere uno sforzo, in parallelo con quello del Governo spagnolo, di subordinare la nostra piena accettazione dell’allargamento all’Est nei tempi brevi voluti dalla Germania al mantenimento di una quota di fondi strutturali per il nostro mezzogiorno e una migliore tutela dei nostri legittimi interessi sulla sponda orientale dell’Adriatico. Ma chi immagina che il governo di centro-destra possa ignorare gli impegni connessi alla moneta unica - sempre che a livello europeo non si arrivi a un’intesa per un temporaneo allentamento dei rigidi parametri esistenti al fine di sostenere l’economia - è fuori dalla realtà. La necessità di rispettare gli impegni europei condizionerà del resto - talvolta in positivo, talvolta in negativo, l’azione del nuovo Governo in molti settori, esattamente come avrebbe condizionato quella di un governo di centrosinistra. In positivo, nel senso che il coinvolgimento di Bruxelles lo aiuterà a realizzare due innovazioni che incontrano fortissime resistenze interne a livello politico e sociale, al punto che il precedente Governo non ha mai avuto il coraggio di mettervi mano. La prima è la liberalizzazione del mercato del lavoro per cui ormai esistono inderogabili direttive europee, la seconda è la riforma delle pensioni. Entrambe sono, per così dire, riforme di destra, nel senso che la liberalizzazione del mercato del lavoro va sicuramente a favore degli imprenditori e contro la volontà del sindacato, e la riforma previdenziale priverà i lavoratori dipendenti di alcuni anacronistici privilegi conquistati negli anni Settanta. Ma, a detta di tutti gli organismi internazionali, sono assolutamente indispensabili se vogliamo che l’Italia rimanga competitiva. C’è però il rovescio della medaglia. L’aspetto negativo dell’impegno europeo è la fissazione annuale da parte dell’Unione di un tetto al deficit pubblico e la concomitante, intensa pressione esercitata sul nostro Paese, sulla base del trattato di Maastricht, perché riduca finalmente anche il debito pubblico. Questi fattori rendono più difficile l’applicazione della ricetta della Casa delle Libertà “meno tasse, più sviluppo”, che è stata uno delle cause del suo successo. Non si tratta di voodoo economy - come ebbe a dire Bush padre durante le primarie americane del 1980, quando contendeva l’investitura repubblicana alla presidenza degli Stati Uniti a Reagan - e neppure di un dilettantesco tentativo di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Si tratta di una formula che ha dimostrato la sua efficacia, sia negli Stati Uniti, sia in Gran Bretagna, sia in altri Paesi che l’hanno copiata. Per funzionare, tuttavia, ha bisogno di tempo e della possibilità di disporre di una fase transitoria in cui le entrate dello Stato calano prima di risalire e in cui pertanto il debito pubblico tende a crescere. E’ accaduto in America durante la presidenza Reagan, dove c’è stata effettivamente una crisi dei conti pubblici prima dello straordinario boom degli anni novanta, ed è accaduto in misura minore anche in Spagna all’inizio dell’epoca Aznar. Per evitare di mettersi in rotta di collisione con il patto di stabilità, il nuovo governo dovrà calibrare bene la riduzione della pressione fiscale, concentrandosi all’inizio su quei provvedimenti che non fanno gran danno all’erario ma hanno l’effetto di stimolo immediato, come a suo tempo la legge Tremonti sulla detassazione degli utili reinvestiti. Solo in un secondo tempo, quando saranno stati colmati i buchi di bilancio provocati da una Finanziaria smaccatamente elettorale e sarà passata la fase di frenata in cui si trova attualmente l’economia italiana, sarà possibile cominciare a pilotare verso il basso le aliquote IRPEF e smantellare l’IRAP. Nel frattempo bisognerà arrangiarsi ricorrendo in misura maggiore di quanto non sia mai stato fatto, al taglio delle spese. E’ un cammino arduo che incontra infiniti ostacoli sulla sua strada. a cominciare dalla resistenza di un apparato burocratico che sicuramente, con una politica del genere, ha tutto da perdere. Dire “meno Stato e più mercato” è relativamente semplice, tradurre questa formula in realtà richiede una determinazione grandissima e una forte carica riformatrice. Lo stesso discorso vale per il grande progetto di modernizzazione delle infrastrutture. Tutto il Paese si rende conto che un piano di questo genere è assolutamente indispensabile se vogliamo che l’Italia rimanga competitiva. Perché, allora, è stato fatto così poco e anche sui progetti essenziali sono stati accumulati ritardi biblici? Da un lato, c’è stata la scarsità di risorse dovuta alla necessità di rientrare nei parametri di Maastricht per poter aderire all’EURO al primo colpo, dall’altro abbiamo avuto il grandissimo problema di superare tutte le pastoie legislative, burocratiche, procedurali che caratterizzano, in Italia, ogni progetto di lavori pubblici. Alla scarsità di risorse bisognerà ovviare ricorrendo, in grande stile, ad uno strumento da noi non ancora molto conosciuto, ma che all’estero ha già dato buona prova di sé: il Project Financing. Ci sono indubbiamente in Italia ingenti risorse private che possono essere convogliate verso quelle opere pubbliche che, per la loro utilità al Paese, promettono un dividendo. Agli impedimenti formali, si cercherà di rimediare con una legge che riduca drasticamente i passaggi oggi necessari. Bisogna, soprattutto, creare il clima giusto, avere coraggio. Gli altri grandi progetti di cui si è parlato e di cui dovremmo vedere la realizzazione nei prossimi cinque anni sono i seguenti. Passare dallo Stato centralista allo Stato federale . Si tratta di un progetto ormai avviato a approvato - sia pure in diverse formulazioni - da quasi tutte le forze politiche. Sarà tuttavia necessario evitare una trappola: che, invece di rendere l’amministrazione più efficiente e vicina ai bisogni dei cittadini, il federalismo moltiplichi gli strati della burocrazia e i centri di spesa. Il modello cui ci si vuole ispirare è quello tedesco. Parlare di fare un’Italia come la Svizzera è ridicolo, parlare di fare un’Italia come gli Stati Uniti lo è altrettanto. Italia e Germania hanno invece storie abbastanza simili: entrambe hanno raggiunto l’unità nazionale tardi rispetto agli altri grandi Stati europei, entrambe possono contare su tradizioni regionali forti e radicate. Non dovrebbe perciò esserci alcun pericolo di smembramento dello Stato nazionale se - sull’esempio dei tedeschi - assegnassimo alle Regioni (magari accorpandone qualcuna) poteri sui programmi scolastici e sulla polizia e completassimo quella devolution sulla Sanità già in gran parte realizzata. Dimezzare il numero dei deputati e trasformare il Senato in Camera delle Regioni. E’ un progetto che ha riscosso molto successo presso l’opinione pubblica, un po’ perché i deputati sono antipatici a tutti, un po’ perché la esistenza di due Camere con poteri identici allunga inutilmente i tempi del processo legislativo. In teoria, la riforma dovrebbe andare di pari passo con quella federale, ma bisogna mettere in conto le resistenze dei parlamentari, che saranno chiamati a votare per l’abrogazione delle loro poltrone. Informatizzare la pubblica amministrazione. E’ una questione di risorse, una questione di iniziativa, una questione di coinvolgimento delle persone. I tempi sono maturi, nel governo è stato inserito un grande tecnico proprio per questa bisogna, gli italiani dovrebbero essere tutti d’accordo. Ma, quando c’è di mezzo la pubblica amministrazione, con i suoi dipendenti spesso pigri e demotivati (oggi, molti dispongono già dei computer, ma non li usano) tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. Delegificare. E’ una delle riforme che gli italiani aspettano con maggiore ansia. Oggi, neppure gli addetti ai lavori conoscono esattamente il numero delle leggi esistenti e tutti sappiamo che se ci addentriamo nei meandri dei Codici difficilmente riusciamo a uscirne indenni. Questo è un Paese in cui tutto può essere sanzionato, dove le pene vengono comminate per decimazione più che con il criterio di una giustizia imparziale. Una delegificazione importante e la redazione di Testi Unici per ogni settore è pertanto uno dei primi obiettivi che il nuovo Governo si dovrà proporre. Ci sono anche qui, degli ostacoli, soprattutto nella limitata capacità delle nostre strutture ad affrontare un lavoro tanto complesso. Quando ero alla Farnesina cercai di fare accorpare tutte le norme, che non erano poi neppure tantissime, che regolano le esportazioni di materiale bellico dall’Italia verso l’estero. Si trattava di eliminare alcune clausole della 185/90 che in due anni, avevano ridotto il nostro export da seimila a mille dollari, causato la perdita di moltissimi posti di lavoro e la chiusura di molti stabilimenti. Convocai il capo dell’ufficio legislativo e gli chiesi quanto tempo fosse necessario per la redazione di un DDL. Mi rispose che se mi accontentavo di una miniriforma bastavano tre mesi, mentre per la preparazione di un Testo Unico servivano tre anni. Garantire la sicurezza. Oggi secondo le indagini demoscopiche più accreditate , la preoccupazione maggiore dei cittadini italiani non è più la perdita del lavoro, ma la paura della criminalità, italiana e straniera.. E’ una preoccupazione viscerale, nel senso che non sempre è avvalorata dalle statistiche; comunque è una preoccupazione che nessun Governo può ignorare. E proprio per la sua intrinseca filosofia, credo che le ricette del nuovo Governo possano essere più efficaci di quelle del vecchio, che ha sofferto di una forma di buonismo nei confronti sia della criminalità, sia della immigrazione clandestina, di cui si sono pagate le conseguenze in maniera abbastanza vistosa. Non so se esistano gli strumenti per creare una nuova sicurezza. Certamente ci si proverà con determinazione: ci sarà un’inversione della tendenza al perdonismo, ci sarà una chiusura più netta nei confronti della immigrazione clandestina, ci sarà sicuramente un investimento maggiore. I risultati, anche qui, non saranno immediati, ma il processo comincerà immediatamente. Non è comunque il caso di nutrire attese miracolistiche in nessuna direzione. Neppure la Signora Thatcher, che aveva molti più poteri di un premier italiano e non aveva a che fare con una burocrazia che, soprattutto negli alti gradi, appare tendenzialmente diffidente nei confronti del nuovo esecutivo, riuscì a cambiare la faccia della Gran Bretagna in quattro anni. Nonostante tutti i suoi difetti (tra cui la sua innata diffidenza nei confronti dell’Europa) proprio la Signora Thatcher dovrà rappresentare il modello per il nuovo governo, perché prese in mano un paese che aveva bisogna di essere rivoltato come un guanto e, superando ogni resistenza, lo ha effettivamente rivoltato. La novità vera sarà che, per la prima volta nella storia della Repubblica , ci sarà al potere un centro-destra con idee in molti campi assai diverse da quelle dominanti in Italia dal 1953 in avanti. Sono idee che ovviamente non piacciono a tutti, ma l’augurio è che l’attuale opposizione non cerchi di bloccare ogni innovazione con il ricorso all’ostruzionismo, o peggio, alla piazza, come accadde per la riforma delle pensioni nel ’94 (che, con il senno di poi, molti , anche a sinistra, adesso vedrebbero con favore). Lasciamo che sia l’elettorato, al termine della legislatura - augurandoci appunto che questa arrivi fino in fondo - ad esprimere il suo giudizio.




