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Nl Museo Archeologico Nazionale di Napoli accoglie, dopo il Palazzo Comunale di Velletri, la mostra “La Collezione Borgia”, che prende il nome del Cardinale Stefano Borgia (1731-1804), collezionista che volle imitare cesare Ottaviano Augusto, suo concittadino, “con cose preziosissime per antichità e rarità, ornò le sue dimore…”, facendo divenire Palazzo Borgia a Velletri, prima tappa del Grand Tour sulla strada da Roma a Napoli, nel XVIII secolo una casa-museo, per la verità l’unica nel Settecento europeo ad avere antichità egizie, greche, volsche, etrusche, romane, arabe, indiane, dipinti medievali e oggetti liturgici, curiosità geografiche e, insieme, eccezionali testimonianze del Nuovo mondo, inviate al Borgia dalle missioni cattoliche. Stefano Borgia appartiene ai Borgia di Velletri, famiglia imparentata con la dinastia valenzana di Papa Alesando VI e attestata a Velletri fin dal XII secolo. La collezione nasce nel XVII secolo ad opera di Clemente Erminio Borgia (1640-1711), che raccoglie nel suo palazzo di città le antichità del territorio. Alessandro Borgia (1682-1764), arcivescovo di Fermo, raccoglie l’eredità di Clemente Erminio e dota le collezioni di un bellissimo medagliere. Stefano Borgia partendo da questo nucleo costituisce il suo celebre Museo, grazie alla carica di Segretario di Propaganda Fide (organismo centrale nella politica missionaria della Chiesa) e dal 1770 sollecita l’invio di materiali e oggetti vari da paesi allora fuori dai normali canali di approvvigionamento collezionistico. Questa collezione di tesori e curiosità, “da ogni parte del mondo raccolte”, come si legge nell’iscrizione dedicatoria all’ingresso del suo casino di campagna, approda ben presto a notorietà europea, ammirata perfino da Goethe nel suo “Viaggio in Italia” nel 1787, divenendo così per numerosi eruditi e grandi tourists tappa obbligata nel “voyage de Naples”. A dieci anni dalla morte di Stefano Borgia, il nipote Camillo (1773-1817), giacobino e militare al servizio di molte bandiere, nel 1814 propone la vendita della Collezione a Gioacchino Murat a Napoli, cedendo insomma quel museo universale, quel mondo in una casa, che suo zio Cardinale non avrebbe mai ceduto e per nessun motivo. Stefano Borgia era infatti morto fuori dai lidi italici, mentre era in viaggio al seguito di papa Pio VII, che si recava all’incoronazione di Napoleone a Parigi, esattamente a Lione, nel 1804. La collezione viene oggi ricomposta per la prima volta dopo la dispersione, con circa 400 pezzi, talvolta inediti, e attraversa sia il Mondo Antico che il Mondo Nuovo, l’Oriente, con curiosità geografiche, e rarità per il collezionismo dell’epoca, come il tamburo lappone, l’altare indiano, e il rotolo cinese della Grande Muraglia. C’è la rara serie dei codici in varie lingue, come l’alfabeto etrusco, tanto da far eleggere il Borgia a Lucumone dell’Accademia etrusca di Cortona. Dipinti medievali, oggetti di oreficeria, avori e vetri, danno un’idea del Museo sacro, testimonianze storiche del Cristianesimo, come è un vero tesoro il Messale rinascimentale di papa Alessandro VI Borgia, dalla Biblioteca Vaticana, forse acquisito dal cardinale a rimarcare una identificazione autocelebrativa con i Borgia di Valenza. La predilezione per il “curioso” sovviene al cardinale sulla scia del grande erudito francese Caylus, per l’attenzione al quotidiano, ai giocattoli, utensili domestici; poi l’archeologia cristiana, la scoperta del Medioevo attraverso l’analisi delle fonti grazie alla lezione del Muratori; la riconsiderazione dell’estetica dell’arte medioevale influenzata da Seroux d’Agincourt; l’attenzione ai riti e miti di altre religioni, studiate per meglio svolgere l’azione missionaria; e perfino la vasta ricchezza per il mondo naturale, raccolto nel Gabinetto naturalistico. Osservando più da vicino le antichità greche, si scopre una bellissima stele funeraria ionica, “Uomo con cane” (48 a.C.); una Minerva Galeata in bronzo; un bassorilievo con figura giacente proveniente dall’isola di Milo (I sec. a.C.). Tra le antichità romane, lette anche alla luce dei carteggi che Stefano Borgia intrattiene con i maggiori antiquari dell’epoca (L. Lanzi, E.Q. Visconti, G. Marini), un bassorilievo con le fatiche di Ercole, un capro selvatico in oro di Edessa (IV sec. a.C.), un bassorilievo marmoreo con dromedario; un numero significativo di iscrizioni provenienti dal territorio veliterno; un prezioso medagliere con rare serie di monete imperiali alessandrine, longobarde e arabo-cufiche. Molto preziosi alcuni ritratti di uomini illustri, sul modello rinascimentale, compresi alcuni eruditi celebri nella storia della città di Velletri (Mancinelli, Theoli, Antonelli). La sezione egizia comprende 24 pezzi, alcuni di notevoli dimensioni, come il monumento funerario di Imen-em-Inet (XIX dinastia). Una collezione fra le più belle che si possono ritrovare in Europa, oggi finalmente in mostra a Napoli, un’occasione per leggere quel sogno che il Cardinale Stefano Borgia in essa vide: essere polifonia delle quattro voci del mondo, profetica visione della società multiculturale quale è la nostra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Franza