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Per l’architettura, il cantiere è il momento della verità, luogo dove il sogno dell’architetto diventa realtà grazie all’opera di tecnici e maestranze capaci di dar forma e materia al progetto.
Da vari mesi il cantiere della chiesa di Tor Tre Teste a Roma è in piena attività e giorno dopo giorno sta prendendo corpo un complesso chiesastico su cui si è scommesso molto.
A cominciare dal committente, il Vicariato di Roma, che coraggiosamente ha deciso di realizzare una chiesa così fuori degli schemi, ma anche tutte le società impegnate nella realizzazione pratica di quest’opera. Del resto l’obiettivo di questa chiesa è di riconnettere un isolato quartiere al tessuto urbano di Roma oltre che di sottolineare la volontà della Chiesa di riappropriarsi del ruolo di promotore delle arti, affievolitosi negli ultimi due secoli dopo una tradizione millenaria, indicando un percorso di ricerca capace di coniugare il presente con i valori senza tempo dell’uomo e della religiosità. Il progetto, fra i numerosi presentati, che più si avvicinava alle richieste implicite ed esplicite dell’iniziativa, era senza dubbio quello di Richard Meier, che proponeva un’architettura con una forte carica simbolica, immediatamente percepibile: la vela, la luce, l’apertura all’intorno, il candore. Moralità e trasparenza, protezione e permeabilità, isolamento e coralità caratterizzano, infatti, fortemente quest’opera. L’esterno è suggestivo come l’interno: tre vele isolate, parallele e gradinate, gonfie di vento, racchiudono uno spazio longitudinale definito da un lungo muro cieco. La luce entra abbondante dalle estremità interamente vetrate e dagli interstizi superiori tra le vele e il muro. Internamente lo spazio è definito dall’alternanza di ampie superfici cieche e traslucide. Le vele affiancate sono squarciate all’interno da grandi portali decrescenti verso l’esterno che dilatano lo spazio dell’aula, conferendo profondità e luoghi di isolamento. Nonostante, infatti, così come in tutti i progetti, si sia prestata attenzione alla volumetria, ai particolari architettonici e al colore, tuttavia ciò che si apprezza maggiormente, in questo caso, è proprio questa volumetria complessa, realizzata attraverso delle curve e delle sezioni di sfera. L’occhio umano è abituato a percepire continuamente linee rette e angoli a 90 gradi, le vediamo continuamente in ogni luogo, mentre qui la superficie che verrà fuori è davvero diversa, dando l’impressione di una vela che sembra gonfiarsi al vento. Va sottolineato tuttavia che Meier non ha mai parlato di “vele”, denominazione, infatti, postuma di altri (lui le definiva “conchiglie”); il suo intento, infatti, era quello di creare tre grandi superfici sferiche prefigurando uno spazio avvolgente, segno di accoglienza fortemente illuminato dalla luce che dall’alto discende, modellandosi sulla curvatura delle pareti e trasformandosi gradualmente in penombra. La vela, del resto, ha sempre suggerito all’immaginario collettivo l’ipotesi di un viaggio verso un mondo nuovo e forse nel nuovo millennio la metafora del viaggio bene si addice ad una Chiesa che non vuole e non può stare ferma. Il vero problema è stato, come spesso accade, quello di passare dal simbolo alla realtà e quindi far sì che le vele stessero in piedi. I progettisti delle strutture si sono, infatti, trovati di fronte a problemi di scienza delle costruzioni e a difficoltà esecutive, in laboratorio, in stabilimento e in cantiere, senza precedenti. Le prime serie riflessioni sul come procedere sono nate dopo aver appreso come intendevano realizzare la chiesa gli strutturisti americani consulenti di Meier. Questi avevano proposto, per le pareti sferiche, una struttura metallica posta all’interno a sostegno di lastre di calcestruzzo successivamente intonacate. A parte l’estraneità di tale tecnica rispetto alla tradizione costruttiva italiana, la soluzione era parsa subito poco percorribile, sia per problemi di deformabilità della struttura, sia per l’eterogeneità dei materiali, che non potevano essere così facilmente “appiccicabili” l’uno all’altro. L’idea è stata invece quella di costruire le vele con grandi e pesanti pannelli prefabbricati e post-tesi di calcestruzzo bianco e dalla geometria a doppia curvatura, che rappresenta un sistema costruttivo certamente inedito. Questa procedura è stata preferita ad altri processi costruttivi, per ricondursi alle tecniche murarie dei grossi blocchi di travertino degli antichi romani, che durano da due millenni, evitando le tecniche sofisticate di oggi, come le vele in lamiera, che avrebbero invece durata effimera. Questa chiesa, invece, oltre che essere simbolo del Giubileo, farà anche da testo per il suo singolare valore scientifico. Questa chiesa va oltre l’interesse dei fedeli, ma investe anche quello degli altri cittadini della Capitale che credono ancora nell’architettura come ricchezza della città ed è per questo che diventerà chiesa trionfante entrando a far parte di quell’immenso patrimonio culturale delle tante chiese trionfanti consegnate alla storia senza le quali è difficile immaginare la Roma di oggi né tanto meno altre città. Del resto anche il gotico, per esempio, è stato inventato dalla Chiesa perché non vi erano altre strutture che meglio si confacessero alle concezioni teologiche e alle necessità del culto di quel tempo, ma quel linguaggio è poi diventato parte anche dell’architettura civile. Ancora nella seconda metà del secolo scorso all’insorgere dei primi stabilimenti industriali lo schema strutturale del gotico è stato rivisitato come quello che meglio si confaceva per coprire ampi spazi. La Chiesa, quindi, ancora una volta si propone come fonte di ispirazione per nuove tecniche e nuove sfide, sia in termini progettuali che di realizzazione, tenendo tuttavia sempre ben presente il fine ultimo nella realizzazione di una nuova chiesa. Nuova sfida che è stata accettata da tutti coloro che hanno preso parte al progetto per la cui realizzazione hanno messo a punto, come abbiamo visto, sia tecniche che materiali inediti, che però dureranno a lungo. r.p.