home page
sommario
inglese
I NOSTRI SITI
-CESIL
-SANITADE
-CONCORSI MEDICI
-ITALIAN LEADERSHIP
-GESTIONE BILANCI IN
CONTROLUCE

RUBRICHE
-concorsi
-aggiornamento
-sport news
-links

Vi sono grandi e piccoli anniversari. Quello di cui parlerò in questo "Lunario" potrà sembrare piccolo, ma io non lo considero tale, se è vero che le canzoni hanno un posto incancellabile nella vita e nella memoria degli uomini. Vent'anni fa, in una clinica di Palm Springs, in California, moriva Hoagy Carmichael.

Aveva 82 anni, era l'autore di "Polvere di stelle" ("Stardust"), che un sondaggio del 1949 proclamò "la migliore canzone di tutti i tempi". E ora il lettore è pregato di venire con me in un salotto della fine degli anni Trenta, dove alcuni studenti stavano ballando. Se pensate che il ragazzo di cui parlerò ero io, siete abbastanza vicini alla verità. Il dilemma era difficile da risolvere. Romanticamente sfiorando con le labbra la guancia infuocata della ragazza, respirando il sentore di gelsomino che emanava dai capelli, come continuare il discorso? L'approccio era cominciato (il ragazzo era un insaziabile lettor) con il riassunto di "Uomini e topi" ("Of mice and men") di John Steinbeck, e la ragazza aveva avuto un brivido d'orrore. Ah, quell'America di violenti, di maniaci, di giacche larghe e cadenti, di berretti cenciosi. L'effetto pareva sicuro, la ragazza sembrava essersi aggrappata come per allontanare una minaccia. Ma ora "Polvere di stelle" complicava ogni cosa. Via i pionieri, via gli staccioni dei villaggi e dei sobborghi, via i sentieri delle piantagioni, gli incubi razziali, le carrette sgangherate. Il disco girava, la tavola del salotto era stata appoggiata al muro, le sedie accatastate sulla tavola, l'unica fonte di luce arrivava dalla stanza accanto. "Come dicono le parole?" chiedeva sospirando la ragazza. Lui stentava a riprendersi, fra Steinbeck e "Polvere di stelle". Era aprtito premendo il rude pedale del realismo, aveva perfino incattivito la voce per ottenere l'effetto migliore. Si ritrovò con il morale a terra, indifeso, arrendevole. Smise di sfiorare la guancia. Steinbeck sparì. Basta con quel racconto d'untopo accarezzato e schiacciato in una tasca. Rispose: " So soltanto l'inizio£ e canticchiò : "Talvolta guardo su nel ciel e vedo te...". Nel testo originale le parole sono: "Sometimes I wonder why / I spend the lonely nights / dreaming of a song...". Questo èuno dei possibili ricordi, legati all'indistruttibile canzone di Hoagy Carmichael. Credo che nel mondo milioni di altri uomini e d'altre donne potrebbero raccontare la loro breve favola intorno a "Polvere di stelle". Spunterebbero luoghi che non riesco nemmeno a immaginare, stanze della giovinezza, inverni o estati di chissà quali latitudini. Se èvero che a una canzone possono essere affidati alcuni segni del destino, il motivo di Carmichael è, a suo modo, un immenso libro dello Zodiaco. "Polvere di stelle" arrivò in Italia verso il 1937. Conoscevamo le stelle che si specchiavano nel fiorentino Arno "d'argento" o che inducevano a metafisici addii:" Che mai sarà di me? / Non domamdarlo perchè / come una stella cadrò / e forse un dì nel nulla tornerò...". Ma erano Pleiadi domestiche, firmamenti che si chiudevano sul tetto di casa. Quell'idea della "polvere di stelle", invece, pareva spalancare anche a una canzone le strade lattiginose che dominavano le notti estive, proprio quei cieli formicolanti e ardenti che inducevano a lunghi sogni. Carmichael compose "Polvere di stelle" nel 1928, durante una "rimpatriata" all'Università dell'Idiana dove anni prima si era laureato in giurisprudenza. In un libro autobiografico scrisse:" Passai un'intera notte in solitudine a immaginare una canzone. Volevo che fosse molle e strana come le fantasie dell'adolescenza". Soltanto due anni dopo un paroliere, Mitchell Parish, adattò alla musica le parole. La leggenda cominciò a mettersi in moto. La canzone fu incisa da Benny Goodman, Tommy Dorsey, Glenn Miller, Bing Crosby, Frank Sinatra, Perry Como e da jazzisti come Louis Armstrong. Nel 1933 una ragazza, ferita a morte, chiese che al suo funerale fosse suonata "Polvere di stelle". Abbandonati i codici, Carmichael era diventato musicista. Alla musica alternò il cinema come attore non protagonista. Interpretò il ruolo di un pianista ( e compose anche le canzoni) in un film del 1944, "Acque del Sud ("Have and Have not") tratto da un romanzo di hemingway, accanto a Humphrey Bogart e all'allora esordiente Laureen Bacall. Un altro film è "Chimere" ("Young man and a Horn") del 1950, accanto a Kirk Douglas e Laureen Bacall. Sullo schermo Carmichael mostrava la magrezza di un longilineo e un volto legnoso. Se dovessi fare riferimento agli anni remoti in cui "Polevre di stelle" entrò nella mia memoria, Carmichael avrebbe dovuto avere sembianze pressochè angeliche, e non la camicia sbottonata, la cravatta allentata, la sigaretta pendente dalla labbra. Le sembianze di uno che, appunto, aveva creato sulla tastiera una melodia "molle e strana" come l'adolescenza: una melodia lontanissima discendente dell'America più segreta, dalle cui profondità quell'immensa poetessa che fu Emily Dickinson chiedeva di portarle "il tramonto in una tazza". Una canzone conserva il segreto di milioni di vite. Questo fu il pensiero che accompagnò, vent'anni fa, la scomparsa del vecchio Carmichael. Il suo nome (era facile previsione) non sarebbe arrivato fino alle nuove generazioni e avrebbe avuto qualche riga nelle enciclopedie: "Carmichael Hoagy 1899-1981, compositore, pianista, cantante statunitense". E' rimasta la canzone, ed è ciò che conta. Nel vago universo dell'identità, le canzoni hanno lo stesso ruolo dei proverbi. Essi ci trasmettono un'inalterata saggezza, ma non sappiamo chi sia il saggio che li formulò. Così avviene per certe note lente, suadenti, che abitano nelle soffitte della memoria. Un niente può ridestarle, si scrollano di dosso la patina del passato, si muovono tra oggetti abbandonati, vecchie fotografie di scolaresche, album dimenticati, lettere d'amore piene di entusiasmi e di gelosie. Le note sembrano voler spalancare le finestre per immergersi nel sole o in un'antica neve o tra foglie e fiori. Accade, anche con i capelli grigi, di guardare "su nel ciel". La rivista "Time", a proposito di "Polvere di stelle", scrisse che era "confortevole come una vecchia scarpa, ma preziosa come uno zoccoletto di cristallo". Mi piace di più la cara immagine della vecchia scarpa: la possono indossare, ci possono ballare, anche i nostri figli.

 

Giulio Nascimbeni