

Dopo
aver varcato la frontiera tra Mongolia e Cina, i campi arati e i villaggi
della Cina fanno capire che qui non c’è più spazio per nomadi liberi e selvaggi.
Le tende di feltro e i cavalieri in abiti tradizionali della parte cinese
della Mongolia servono solo da sfondo per i turisti e per testimoniare quanto
la Cina rispetta gli stili di vita e le culture delle minoranze etniche.
La prima città cinese che raggiungo esprime quella che è l’assoluta priorità
di questo popolo: il commercio. Finalmente il senso dei cinesi per il business,
oppresso da troppo tempo, si può di nuovo sprigionare. Ad Erkenhut ogni edificio
è un ufficio o un negozio, coperto da insegne di neon e cartelloni pubblicitari.
Più che negli appartamenti i commercianti vivono nei negozi dove mangiano
e dormono, e mentre in Mongolia i rari mezzi di trasporto percorrevano piste
quasi inesistenti nella prateria, qui un pullman tedesco con cuccette ed aria
condizionata mi trasporta comodamente verso la “capitale del Nord”, Bei-jing.
Non si può dire che Pechino non sia una bella città, bella nel senso di nuova,
pulita. Non so come sia stata prima che il progresso comunista spazzasse via
monumenti e palazzi antichi per far posto a vialoni a sei corsie; o come sarà
dopo che la speculazione capitalistica avrà eliminato gli ultimi vicoli e
le casette dei quartieri popolari per sostituirli con centri commerciali e
banche da venti piani con una pagoda in cima. Si guarda al futuro rimovendo
il passato, a Pechino come a Chicago. Alcune stradine del vecchio quartiere
- che con i suoi negozi di seta, erboristerie, case da te, mercerie e altre
botteghe mantiene un’atmosfera medievale – sono così strette che i carri dei
venditori ambulanti devono entrare nelle case quando incontrano un’automobile.
In questi vicoli nei cortili delle siheyun, le case tradizionali cinesi, si
gioca a carte nei tipici pigiami di seta o si dorme su reti senza materasso.
Vicino alle porte d’entrata statuette di draghi di pietra tengono lontani
gli spiriti maligni e i grilli cantano nelle loro minuscole gabbiette come
fanno da migliaia di anni. Più in là, sotto i grattacieli del Pacific Century
Plac, altri cinesi affollano gli Internet caffè sulla Via Wangfujjing, la
principale via commerciale. Qui una volta sorgeva il Bai Huo Da Lou, il grande
padiglione delle cento merci, l’unico tempio del consumo ai tempi Mao, quando
gli articoli in vendita venivano ancora definiti “di necessità”. Ora le folle
si ammassano negli shopping malls, per fare acquisti al suono delle stesse
musichette che puoi ascoltare nei centri commerciali dell’occidente. Inutile
parlare del passato, che qui è più passato che altrove. Interessante invece
osservare come si instaura, partendo da zero, una società dei consumi: i cinesi
non inventeranno prodotti nuovi ma consumeranno i nostri, made in Cina, poiché
firmando contratti di joint venture con le aziende leader nei vari settori
si possono fare più soldi e soddisfare più esigenze più rapidamente. Le automobili
sono quelle che conosciamo e il dentifricio non è un esotico mix di erbette
cinesi, ma il solito prodotto delle multinazionali. I cinesi chiamano Mao
Zedong “il grande timoniere”, Deng Xiaoping “il grande architetto” e Jiang
Zemin “il grande pilota automatico”, con l’obbligo di tenere la rotta prestabilita.
E così la Cina avanza con un pilota automatico che conduce verso la felicità
dei consumi. La globalizzazione riesce a unirci tutti: consumismo comunista
lì, consumismo democratico qui, con il potere nelle mani di pochi, in Cina
come da noi. In comune con gli americani i cinesi hanno anche l’esaltazione
del patriottismo, del militarismo e del mercantilismo. Indossano scarpe firmate,
magliette firmate, orologi firmati, bevono bibite firmate, mangiano gelati,
hamburger, polli firmati e…amano le carte di credito, anzi quelle di debito,
visto che le banche hanno già cominciato ad introdurre le debitcard, il sistema
d’acquisto (e di indebitamento) del futuro. Anche la tv sembra americana:
lo spot pubblicitario di un’azienda statale che produce autobus sembra l’advertising
per una macchina di lusso. Inoltre soap-operas, talk shows, sit coms con lo
stesso livello, basso, che c’è da noi, ma con la differenza che alcuni canali
appartengono alle forze armate. Quindi è possibile vedere un coro d’ufficiali
che canta una marcia in falsetto, o minute soldatesse che danzano di fronte
a finti tramonti con lacrime finte agli occhi. Il treno che collega Nanjing,
la “capitale del Sud” (nan vuol dire sud e bei nord), con Shangai è modernissimo
e copre la distanza in meno di tre ore. Sono seduto tra uomini d’affari e
funzionari di stato che sorseggiano te verde e comunicano via cellulare. Il
servizio a bordo è impeccabile: signorine con carrelli ineleganti uniformi
offrono te, snacks e giornali. Scopro che non tutti sono contenti con la Via
Cinese al Consumismo, quando mi si presenta Mister Zhui che di mestiere fa
il professore universitario: “Guadagno 100 dollari al mese e non riesco a
comprarmi niente. Lo sviluppo della Cina è rallentato dalla politica incompetente
dei funzionari di partito” – dice – “Una volta era lo stato a decidere dove
viveri, studiavi, lavoravi, ed erano le unità di lavoro che provvedevano alla
sanità, alla casa, alla scuola e agli altri benefici. Adesso tolgono i servizi,
ma non installano neanche un’economia di mercato libera”. Lo stato tenta di
impedire che si accentui il divario tra chi ha e chi non ha, impegnando milioni
di disoccupati e operai in giganteschi progetti di costruzione: edifici, dighe,
autostrade. Per eliminare alcune residue resistenze Jiang Zemin ha rimosso
i militari dalla politica e dall’economia, purgato il Parlamento nazionale
dai nostalgici e intimorito i governi regionali nella sottomissione. Fa slip-sink
con la sinistra e permette la continuazione delle riforme economiche liberiste.
E mentre le masse disoccupate si ritrovano con la scodella di riso mezza vuota
e potrebbero costituire il futuro focolaio di disordini sociali, chi ha soldi
li spende per assicurarsi quello che lo stato non fornisce più: un’educazione
d’alta qualità, un servizio medico qualificato, un appartamento. La Cina assomiglia
all’Europa del boom negli anni Cinquanta e Sessanta e in pochissimi anni è
cambiata così velocemente che l’immaginario collettivo occidentale ancora
non si è abituato al fatto che le formiche nelle tute blu si sono estinte.
L’egualitarismo è definitivamente fuori moda a Shangai, città simbolo della
rimonta del drago. La spettacolare skyline del quartiere di Padong fa impallidire
persino i grattacieli di Manhattan e camminando lungo il panoramico Bund si
ha l’impressione di essere contemporaneamente sul set di due film: da una
parte la Gotham City di “Batman”, dall’altra la metropoli di “Blade runner”.
Imponenti edifici neoclassici di fronte all’impressionante facciata del mondo
economico del domani. Opto per Gotham, dove ordino un piatto di spaghetti
cinesi, saltati nella padella con verdure e pezzettini di carne di maiale,
in uno dei tanti ristoranti eleganti. E’ il posto giusto per osservare i cinesi
di domani, così simili a noi, che offrono ai loro figli tutto quello che la
vita offre e che a loro non fu concesso: lezioni di danza private, computer
games, vestitini firmati, happy meals. E se la vita moderna diventa troppo
stressante, cercano aiuto da psicoterapeuti che sanno fare la giusta diagnosi:
COB, ovvero, comportamento compulsivo ossessivo. Un segno del nostro tempo.







