

Il
giorno in cui decise di ammazzarsi passò da Charvet, in place Vendome, e si
comprò una vestaglia di seta rossa, come quelle che amava indossare Willie
Bauché, uno dei protagonisti di Les couleurs du jour, il più riuscito dei
suoi romanzi falliti.
La indossò per delicatezza verso il prossimo, perché il sangue non si notasse
troppo. Nella casa di rue du Bac, luminosa, piena di libri, gonfia di ricordi,
preparò tutto con cura. Chiuse in una busta la sua “altra” identità, dando
al figlio e all’editore Gallimard il compito di decidere se e quando renderla
pubblica, lasciò un biglietto con su scritto il perchè del suicidio: “Nessun
rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi
altrove. Si può mettere tutto in conto alla depressione, ma allora bisognerebbe
ammettere che questa dura da quando ho l’età della ragione e che comunque
non mi ha impedito di portare a buon fine la mia opera letteraria. Allora
perché? Forse la risposta è nel titolo della mia opera autobiografica: La
Notte sarà calma…”. L’anno prima Jean Seberg, la sua ex moglie, l’adolescente
triste di Bonjour tristesse che diceva di sé “sono libera perché sono infelice”,
la ragazza borghese, viziata e un po’ sbandata di A bout de souffle, era stata
trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina. Aveva 40 anni. Si erano
sposati nel 1962, 24 anni lei, il doppio lui. Il colpo di pistola con cui
Roman Gary si bruciò le cervella la notte del 3 dicembre 1980 fece scalpore
ma non rumore. Eroe di guerra, diplomatico, viaggiatore, cineasta, tombeur
de femmes, vincitore di un Goncourt, nel mondo letterario Gary era considerato
un sopravvissuto, una gloria nazionale onusta ma ormai patetica, un romanziere
a fine corsa, senza più nulla da dire. Il colpo di scena con cui, pochi mesi
dopo, si seppe che Emile Ajar, il romanziere più promettente degli anni settanta,
il vincitore, cinque anni prima, del Goncourt con La vie devant soi, l’inventore
di uno stile gergale da banlieu e da emigrazione, il cantore di quella Francia
multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi, altri non era che
lui stesso, ebbe invece l’effetto di un tuono. In odio a sé, Romani Gary si
era finto un altro da sé. Ma qual era quello vero? “Per essere qualcuno bisogna
essere molti”, aveva fatto dire al piccolo Momo, di La vie devant soi: “Sono
sempre stato un altro” stava scritto nel suo testamento Vie et mort d’Emile
Ajar. “Ho avuto in sorte un destino troppo breve”, si era lamentato con il
saggista Jean Paul Enthoven, che a Gary ha dedicato un capitolo commosso del
suo Les enfants de Saturne (Grasset), i figli della malinconia, gli adepti
della sidus trieste, l’amara stella dell’umore nero. Nato nel 1914 in Lituania,
figlio naturale di un’attrice di scarso talento e di Ivan Mosjoukine, la più
celebre vedette, insieme a Rodolfo valentino, del cinema muto, a trent’anni
Gary è già una leggenda. Dal padre, che non ha mai conosciuto, ha ereditato
la sindrome del protagonista: “Ho bisogno di un pubblico per dare il meglio
di me stesso”, confesserà in La promesse de l’aube, l’autobiografia romanzata
che lo consacra al successo. Dalla madre, di cui in quello stesso libro traccia
un ritratto indimenticabile, la mitomania e l’amore per la Francia. Ebrea
russa fuggita della rivoluzione, Nina Kacew passa la sua vita a cadere e a
rialzarsi. Nulla la abbatte, su tutto e con tutti combatte. Sogna per Romain
una vita inimitabile, lo difende e lo forgia e intanto fa la fame, apre e
chiude negozietti, s’inventa come couturiere di grido in Polonia, dirige una
pensione a Nizza. “Cosa hai fatto oggi?” chiede la figlio studente. “Ho incominciato
un grande poema sulla reincarnazione e l’emigrazione delle anime” “E la scuola
come è andata?” “Ho preso zero in matematica” “Non ti comprendono, lo rimpiangeranno.
Andrò a leggergli le tue ultime poesie. Sono stata una grande attrice, so
declamare. Sarai D’Annunzio! Sarai Victor Hugo, avrai il Nobel! Ti vestirai
a Londra, tutte le donne saranno ai tuoi piedi”. A Varsavia Nina cerca di
sembrare ciò che non è: una gran dama, con amicizie a Parigi, che lavora per
il bel mondo più per piacere che per dovere; per il momento in Polonia, ma
presto di nuovo fra cannes e Beaulieu, fra duchi, principi, baroni, a scambiare
bon mots al Negresco, a prendere il sole dell’Hotel d’Angleterre…I suoi modelli
originali però sono fatti nello scantinato di casa, la Maison Poiret di cui
si dichiara importatrice ignora la sua esistenza e Paul Poiret, il grande
sarto che viene un giorno a inaugurare la boutique, non è altro che un vecchio
attore russo compagno di miserie di Nina sui palcoscenici di Mosca, complice
della messinscena in cambio di un pranzo, di una stecca di sigarette, di pochi
soldi…La gente mormora e ogni rovescio finanziario è buono perché la verità
torni a galla: un figlio illegittimo, più matrimoni e più divorzi, qualche
sospetto di furto, un passato fallimentare di artista…Un giorno il quattordicenne
Romani torna a casa piangendo: “A Nizza non vai perché lì non accettano le
vecchie puttane”, gli ha detto schernendolo, un compagno di scuola più grande.
La reazione della madre è in linea con il personaggio: “Lì non ci torni più,
finirai gli studi in Francia. Ma ascoltami: la prossima volta che insultano
tua madre davanti a te, la prossima volta…voglio che ti riportino in barella
a casa. Sanguinante, mi capisci, con tutte le ossa rotte. Altrimenti…non vale
la pena partire…non ha senso” .Una scarica di schiaffi chiude la questione,
e dopo due settimane madre e figlio sbarcheranno a Nizza. Nella giovinezza
di Gary ci sono tutti gli elementi per spiegarne la maturità e la decadenza,
la voglia di emergere e la paura di essere dimenticato, l’ansia di stupire
e la noia nel riuscire. In russo Gari significa “brucia”, così come Ajar,
il suo ultimo pseudonimo, nella stessa lingua indica “la brace”. Le brasier
ardent, “Il braciere ardente” s’intitolava il grande film non riuscito di
Mosjoukine (vedendo il quale però Jean Renoir decise di abbandonare la ceramica
per il cinema), il padre mai visto che nelle sue memorie scriverà: “Bisogna
vivere più vite possibili. Bruciare dieci esistenze contemporaneamente”. Nell’adolescenza
riempie i quaderni con nomi di fantasia ma nessuno gli sembra all’altezza
più che del suo genio dell’orgoglio materno: Armand de la Torre, Vasco de
la Fernaye, Roland de Chanteclerc, Romain de Mysore…La madre sorveglia e consiglia.
“Meglio togliere il ‘de’ nobiliare, dovesse esserci una rivoluzione anche
in Francia…” E allora, Roland Campeador, Romain Cortés, Alain Brisard…Anni
dopo, quando sentirà alla radio l’appello del generale de Gaulle avrà un moto
di stizza: che bel nome sarebbe potuto essere per lui… L’incontro con de Gaulle
segna la sua vita. Quando scoppia la guerra Gary ha 26 anni, ha fatto mille
mestieri, scritto qualche novella, raccontato tante bugie. Il servizio militare
lo presta in aviazione, ma essendo naturalizzato da poco invece che ufficiale
lo nominano caporale. Mentre l’armata si sfascia e la vergogna monta, l’ebreo
russo che, complice sua madre, ha scelto la Francia come terra d’elezione,
non ce la fa a vederla prima sconfitta, poi “alleata” con la Germania hitleriana.
Una scelta istintiva, anche se per molti versi obbligata. La vecchia Francia
libera l’ha accettato, ma con riserva: la nuova Francia occupata difficilmente
gli spalancherà le porte. In La nuit serà calme, libro intervista in cui riassume
la sua vita, Gary darà del suo sì a de Gaulle un’interpretazione nobile ma
un po’ artificiosa. “Era la debolezza che dice no alla forza, l’uomo solo
nella debolezza assoluta che a Londra diceva no alle più grandi potenze del
mondo, no allo schiacciamento, no alla resa. Era per me la condizione umana
in quanto tale: il rifiuto di cedere è la sola dignità che possiamo pretendere”.
Per il giovane Romain, scrittore senza editore, aviatore senza aviazione,
avventuriero senza avventure, la Francia così com’è è una tomba, e finirebbe
per rimanervi seppellito. Mentre la Francia come potrebbe essere, quel barlume,
quell’aborto di coscienza e di reazione che da fuori sembra sbocciare, è la
poesia dell’azione, il regno del possibile, il luogo dove reinventarsi e recitare
un’altra vita. Senza esitare, e senza pensare, la sente come propria. Nei
quattro anni di guerra Gary fa un po’ di tutto. In Africa del nord sono più
i voli che finiscono con atterraggi di fortuna che le missioni di guerra.
Contrae il tifo, emorragie intestinali, flebite, gli si paralizza il lato
sinistro del viso, i medici lo danno per spacciato. A Londra, prima si prende
a pistolettate al Regent Hotel con un ufficiale polacco per una questione
di donne e di onore, poi cerca di buttar giù dall’aereo l’ufficiale di stato
maggiore incaricato del reclutamento. I francesi espatriati vorrebbero battersi
nella Raf, il governo De Gaulle li vuole invece tenere in naftalina fino a
che il loro numero non consenta di formare delle squadriglie francesi. La
politica ha le sue ragioni che il cuore non riconosce. Il comandante Chènevier
è l’uomo incaricato dal generale di tenere a freno gli ardori. Gary non è
un uomo paziente. Così come più tardi accadrà per i militari dell’Oas, decide
che il modo migliore per liberarsi dei politici con le stellette è farli fuori.
In volo prende Chènevier per i piedi per gettarlo sotto. Gli rimangono in
mano gli scarponi da lancio, e quei talloni nudi lo immobilizzano. Chiamato
con gli altri membri dell’equipaggio a discolparsi, butta lì che si è trattato
di uno scherzo, il “battesimo dell’aria” per il nuovo comandante. Messo alle
strette, esplode: “In Francia ci considerano disertori e siamo condannati
a morte. Siamo venuti qui e ci impedite di batterci. Non ci interessano i
vostri calcoli, siamo stanchi di aspettare”. Seduto alla scrivania, de Gaulle
lo ascolta e i suoi baffetti sono attraversati da un tic. Poi si alza: “Va
bene. Vi do il permesso, potete andare. Non dimenticate di farvi uccidere…”.
Gary e compagni salutano. Sulla porta, de Gaulle, ironico, aggiunge: “Comunque
non vi succederà niente. Sono sempre i migliori quelle che ci lasciano la
pelle”. Gary non muore, però gli danno la Croix de la Liberation: in missione
il pilota del suo bombardiere è rimasto accecato perché gli è scoppiato il
vetro dell’abitacolo davanti agli occhi, lui, che è il navigatore, ha una
ferita all’addome e schegge sulle natiche. A pochi minuti dall’obiettivo fissato
decidono comunque di procedere, scaricare le bombe e tornare indietro. Impossibilitati
a lanciarsi col paracadute, tentano l’atterraggio, con Gary che guida con
la voce e il pilota che cerca di sollevare con le dita le palpebre crivellate.
Al terzo tentativo l’aereo si pianta per terra e là rimane. Dalla guerra Gary
ha tutto. A trent’anni è un eroe con annessa Legion d’honneur, ha scritto
un libro di racconti, Education européenne che Sartre giudica il miglior testo
sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Sofia, Berna, l’Onu
come portavoce della Francia, il consolato generale a Los Angeles. Però teme
di essere una sorta di sopravvissuto: è arrivato come una meteora, e come
una meteora può scomparire, lasciando il ricordo di una luce, ma non il calore
di un’idea. Malraux può esibire, forse, meno decorazioni, ma è il pensiero
che si è fatto azione, è la condizione umana elevata a filosofia, è l’ideologia
in forma di romanzo. Per de Gaulle è “il diavolo”, mentre Gary è soltanto
“un bravo ragazzo”… Vent’anni dopo, al giovane Bernard Henri-Lévi da lui per
farsi raccontare (ancora…) le avventure di guerra o la parentesi hollywoodiana
– marito di una diva, regista, amico dello star-system – replica con rabbia
mista a scoramento: loro si beano del grado zero della scrittura, dello strutturalismo…
ma lui ha scritto Pour Sganarelle, un saggio in più volumi sul perché della
letteratura, sul senso del romanzo…”Nessuno ne parla, nessuno lo cita, le
mie idee nessuno le prende sul serio”. In questo lamento c’è la confessione
di un fallimento. E però come si fa a definire fallito uno scrittore che nel
1956, quando ancora l’ecologia non esisteva, ha vinto il Goncourt con Les
racines du ciel, primo romanzo ecologista, che nel ’60 ha immortalato se stesso
con La promesse de l’aube, che nel ’62 ha sposato Jean Seberg, il sogno fatto
realtà di Bonjour tristesse, la sregolatezza romantica di A bout de souffle?
Il dramma di Gary è che le interpretazioni successive a quelle del trionfo
bellico sempre da quest’ultimo sono viziate. Consapevole o no, sempre in quel
filone vanno a finire. Quel trionfo è il cilicio che suo malgrado si ritrova
ad indossare: l’alba della vittoria non ha mantenuto le sue promesse e occorre
fare i conti con le disillusioni del presente. Non contento dei suoi doni
di romanziere, quei conti, che sono poi conti ideologici, Gary prova lo stesso
a farli. In Les couleurs de jour, una specie di romanzo-manifesto del Gary-pensiero
si trova a risolverli. C’è la nostalgia per un’epoca “in cui le idee erano
ancora intatte, non erano ancora diventate tristi realtà” e quindi ci si continua
a comportare scegliendo l’azione, scegliendo la causa perduta e punendo così
“le idee quando si comportano in modo sbagliato”. Pur non essendo comunista,
Gary si è ritrovato durante la guerra “a essere così spesso dalla stessa parte
che non posso più perdonargli niente”. Ma la sua sinistra, negli anni della
guerra fredda, della cortina di ferro, dell’Indocina, della Corea e della
decolonizzazione assomiglia ad un vaso di coccio: è nobile ma fragile, attiene
all’individuo, ma non riesce a incarnarsi in un’idea, in una nazione, in un
popolo. Se prima Gary si è sentito partecipe di una speranza e di un progetto
comuni, adesso si ritrova schierato contro i compagni di un tempo, che detesta
perché quelle speranze e quel progetto l’hanno seppellito, non può legarsi
agli avversari di ieri, fatica ad accettare la sopravvenuta logica dei blocchi.
“Non accetto nessuna crociata, perché non accetto nessuna fede, non conosco
certezze e il solo bene che difendo è il diritto al dubbio. Non partirò mai
per una crociata, sempre per rifiutare di essere convertito.” E’ un dramma
comune alla sinistra democratica, che durante il conflitto ha chiuso gli occhi
sull’alleato comunista, ha fatto finta fosse un’altra cosa e ora se lo ritrova
più grande e più forte, per nulla disposto a mettersi da parte, pronto ad
accusare gli altri di tradimento, a difendere il suo ruolo, i suoi morti,
i suoi martiri. Scrittore prestato alla politica e alla diplomazia Gary non
ha alle spalle una visione del mondo e della storia cui appoggiarsi, e gli
manca quel superomismo e quell’individualismo assoluto che permette a un Malraux
di identificarsi in un’ideologia mantenendo però intatta la propria autonomia.
Così si affida alla dignità dell’essere umano, ne difende i margini egli spazi.
E’ la sua un’etica della debolezza, della femminilità nel mondo…Una posizione
nobile, certo, non fosse che fosse che il più debole non è necessariamente
il più buono, né il migliore. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta,
Gary scrive una ventina di libri, passa dalla diplomazia alla macchina da
presa, è un personaggio internazionale. E’ una vita piena la sua, e la si
può anche definire nuova a petto di quella che da giovane ha vissuto con orgoglio
e partecipazione. E però, come nota uno dei protagonisti di Les couleurs du
jour, “non si vive che una volta”, dopo si fa solo finta. A 46 anni può già
scrivere la propria autobiografia: “La vita è giovane. Invecchiando si fa
durata, tempo, addio. Vi ha preso tutto e non ha più ninete da darvi. Sono
stato vinto, ma non ho imparato nulla. Né la saggezza, né la rassegnazione”.
E ancora: “La verità muore giovane. Non baro con me stesso, so che per l’essenziale
sono stato e non sarò più”. Il matrimonio con Jean Seberg è del ’62. Fra i
due passano vent’anni, ma lei, che la successo è arrivata a 17, a 24 è già
finita. Non è mai stata una grande attrice, ma con due film ha incarnato un’epoca.
Adesso cerca di rifarsi con l’impegno politico, si identifica con il movimento
delle Pantere Nere, psicologicamente è instabile, l’alcol e la droga le servono
per andare avanti. E’ l’unione fra due sconfitti. In Les couleurs du jour,
che è di dieci anni prima, Gary l’aveva già raccontata: “La grazia è sempre
dalla parte dei poveri. Un tempo si manifestava ai pastori, agli umili pescatori,
alle prostitute. Oggi non sono loro più calunniati, i più disprezzati. Oggi
bisogna andare a cercare una diva di Hollywood e un vecchio uomo di sinistra
non comunista per fare il pieno del disprezzo, delle umiliazioni, delle calunnie.
Noi la grazia l’abbiamo tentata: abbiamo attirato la sua attenzione per l’odio
e gli insulti di cui siamo oggetto”. Finché dura, otto anni, è un matrimonio
a suo modo felice, quando finisce non lascia strascichi d’odio, ma un figlio
in comune e una certa tenerezza. Se Romain ha cercato con esso di fermare
il tempo, in termini di immagine, l’ha pagata cara. Lei è divenuta un personaggio
sempre più patetico e la spazzatura giornalistico-mondana, sapientemente manovrata
dall’FBI, che si ostina vedere in lei non una sbandata ma una pericolosa terrorista,
ha finito per sporcare anche lui. Comincia allora il terzo e ultimo tempo
di una recita che dura ormai da quasi un trentennio. Gary ha ancora un suo
pubblico, ma non ha più il plauso e l’interesse della critica. Gli anni ’60
hanno decretato la morte del romanzo, e lui si ostina a scriverne come se
niente fosse accaduto. La contestazione ha scosso l’edificio del potere gollista,
e lui è identificato con l’immagine di una Francia guascona e coccardiera
che non c’è più. Il socialismo dal volto umano potrebbe essere il suo, ma
lui l’ha detto troppo presto, e in politica essere dei precursori vuol dire
avere torto. E’ allora che Gary compie il suo capolavoro. Inventa un nome,
Emile Ajar, gli presta un’identità, quella di suo nipote, scrive un romanzo,
La vie devant soi. Vent’anni prima di Pennac e degli scrittori dell’immigrazione
araba, ecco la storia di Momo, ragazzino nella banlieu di Belleville, figlio
di nessuno, accudito da una vecchia ebrea, Madame Rosa. Un romanzo toccato
dalla grazia, l’esistenza vista e raccontata con l’innocenza di un bambino.
“Cos’è una puttana?” “Gente che si difende con il proprio culo” “Gli incubi
sono i sogni quando invecchiano”. “Se c’è una cosa che mi riesce bene è correre.
Nella vita non ne puoi fare a meno”. Libero, per la prima e unica volta, dal
suo passato, Gary può dare sfogo al suo piacere di narratore. “Ciò che resta
nei vecchi è la loro giovinezza”, fa dire al piccolo protagonista che la vecchia
Rosa diminuisce d’età per paura di essere lasciata sola. “Non volevo che diventassi
grande troppo in fretta”. Non ci sono idee da difendere, valori da mostrare,
temi ideologici da svolgere, scelte esistenziali e politiche da spiegare.
E’ la narrazione allo stato puro. Vince un altro Goncourt, ma per statuto
si può essere premiati solo una volta e lui che nella istituzione letteraria
vede un simbolo di quella Francia che ancora lo mette in soggezione, non se
la sente di imbrogliare…costringe il nipote a rifiutarlo, decisione che nessuno
capisce e che getta ancora più confusione su questa falsa-vera identità. In
Vie et mort d’Emil Ajar, il suo testamento letterario, Gary sosterrà che un
buon critico avrebbe dovuto capire che Ajar era lui, tante, troppe tracce
rimandavano all’originale. E’ il suo modo per dire che la critica non sa fare
il suo mestiere, non l’ha mai saputo fare. Sarà anche vero, ma ciò prova soltanto
che Gary crede ai critici più di quanto questi non credano agli scrittori.
Gli sfugge, comunque, che per scrivere il suo romanzo più bello ha dovuto
fare tabula rasa di tutta la sua vita precedente. Il Gary più riuscito, più
interessante è quello mai esistito. Quando si dice una vita bruciata.


Roman Gary


