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Paolo Ghisoni

Un antico proverbio cinese molto noto recita una precisa teoria quando si subisce un torto: “Siediti sul bordo del fiume e aspetta con pazienza il corpo del cadavere del colpevole”.  
Ora che la disastrosa stagione dell'Inter trova l'epilogo finale anche nelle dimissioni del presidente Moratti, è il momento di tracciare bilanci e considerazioni su come è stato gestito il giocattolo nerazzurro, costruito a suon di miliardi.  
Occorre però fare un passo indietro, esattamente un anno fa, quando dopo un campionato perso tra mille polemiche e presunti torti ed una Coppa Uefa vinta, si programmava il gruppo per vincere tutto la stagione seguente. A cominciare dalla conferma di un tecnico spesso discusso, anche dalla dirigenza, ma con i risultati dalla sua parte. Gigi Simoni da Crevalcore, alla guida di una “Grande”, per la prima volta, alla soglia dei 65 anni, aveva senz'altro corrisposto alle aspettative. Eppure proprio alla vigilia della finale di Parigi, quella poi stradominata da Ronaldo e soci sulla Lazio, sul suo capo penzolava l'ipotesi di una mancata riconferma, soprattutto in caso di sconfitta. Già scelto l'eventuale sostituto nella persona di Alberto Zaccheroni, attuale allenatore del Milan, “liberato” poi a malincuore proprio da Moratti quando Simoni riuscì a conquistare l'Uefa. Con questi presupposti da separati in casa, tecnico e dirigenza nerazzurra hanno affrontato una stagione che doveva essere sfavillante con un rapporto già in crisi, per giunta acuito col passare dei giorni dalle voci dell'accordo Inter-Lippi, già raggiunto per la stagione 1999-2000.  
Simoni, dignitoso quanto consapevole del compito difficile, ha comunque continuato a remare per il bene della squadra nell'unica direzione possibile, ovvero quella dei risultati, traghettandola ai quarti di Champions League e di Coppa Italia, e mantendendosi in carreggiata nell'inseguimento all'allora capolista Fiorentina.  
Nonostante questo, pochi giorni dopo una storica vittoria sul Real Madrid, all'indomani di una sofferta vittoria in campionato sulla Salernitana e nello stesso giorno in cui una giuria di addetti ai lavori gli consegnava il premio quale miglior allenatore dell'anno, Simoni subiva l'onta di un esonero clamoroso. Ancora oggi inspiegabile, a suo dire, e col senno di poi, dalle conseguenze disastrose. Tutti hanno sotto gli occhi come sia naufragata miseramente su ogni fronte la teorica armata morattiana, affidata in un clima da tragicomica prima al rumeno Lucescu, poi al preparatore dei portieri Castellini ed infine a Hodgson, tecnico dimissionario un paio di anni fa. Dodici mesi dopo il momento migliore, e 150 giorni dopo il suo forzato allontanamento,  alla luce del disastro totale in casa Inter, Simoni potrebbe calcare la mano nei commenti e nell'analisi della situazione, soprattutto ora che anche Moratti ha rassegnato le dimissioni da presidente. Ma dalle sue parole traspare solo amarezza e delusione, certo non astio verso chi lo ha scaricato senza alcuna remora e soprattutto senza spiegazioni valide. 
“Inizialmente ho sofferto parecchio. E' stata indubbiamente una scelta “contro natura” , nel senso che difficilmente un allenatore viene cacciato dopo due vittorie. Penso modestamente di essere un allenatore adatto se si vuole vincere qualcosa. Se invece si vuole fare poesia, si può senza dubbio scegliere qualcun altro”. 
Il riferimento all'unica motivazione addotta dalla dirigenza nerazzurra circa il suo licenziamento è evidente. Moratti disse allora che il cambiamento era necessario perché l'Inter giocava male e non faceva divertire. 
“Evidentemente anche il presidente aveva sopravvalutato le cose. Il nostro sulla carta era un gruppo stratosferico. In realtà erano un buon mix di giocatori discreti, ottimi e di alcuni campioni” 
A proposito di campioni, non può essere un'ulteriore attenuante la prolungata assenza di un certo Ronaldo, che ha saltato due terzi di campionato. 
“Lo scorso anno ci hanno spesso gettato la croce addosso perché la manovra e le fortune dell'Inter dipendevano troppo dalle invenzioni del brasiliano. Certo quest'anno la sua assenza si é fatta sentire, ma dire che i mali nerazzurri fossero solo la sua forzata assenza non è corretto. Come non è stato corretto spiegare le fortune della stagione alle spalle solo grazie ai numeri di Ronaldo. Chi mi spiega cosa centra il Fenomeno col fatto che il mio undici lo scorso anno aveva ad esempio la difesa meno battuta del campionato?” 
Schiettezza, onestà e professionalità. Simoni ne fa sfoggio da più di 30 anni, da quando ha intrapreso, dopo quella di calciatore, la professione attuale. Qualità che gli sono valse l'affetto della gente nerazzurra nonostante l'allontanamento. 
“Certo fa piacere. ma non mi gratifica più di tanto. Ripeto, ancora, non mi è stato spiegato il mio esonero. Mancava il gioco? Mah,  l'anno scorso ho visto i tifosi contenti e anche il sottoscritto in parecchie gare ha visto un'Inter spumeggiante.  D'altronde storicamente anche lo straordinario gruppo nerazzurro che negli anni '60 vinse tutto, giocava in maniera speculare, simile alla nostra. Il mio era un gruppo compatto, che sapeva colmare alcune lacune tecniche coi legami umani.” 
E guarda caso il suo esilio forzato ha coinciso con l'inizio dello sfaldamento interno. Litigi tra suoi successori e giocatori, ripicche e velleità tra primedonne che hanno fatto sbottare anche un tipo estremamente pacato come Ronaldo. 
“Inevitabile che finisse così. Anche se, sottolineo, non lo speravo. Alleno da troppo tempo per non conoscere queste situazioni. Non poteva funzionare un cambiamento così radicale a campionato in corso. Sul piano umano, di gestione dei rapporti, mancavano troppi tasselli. Ma ho sempre e comunque tifato Inter, anche quando ogni vittoria sembrava “giocare” contro di me”. 
Cosa invece che non è stata fatta dalla sponda opposta: spesso Moratti durante il breve interregno di  Lucescu si è lasciato andare a paragoni poco signorili riguardo il gioco espresso dall'Inter sotto le due conduzioni, dichiarandosi soddisfatto di come il rumeno aveva disegnato i nuovi schemi. 
“Io lo ringrazio comunque. Dopo 35 anni di provincia mi ha dato la possibilità di allenare una grande squadra, di calarmi in una realtà straordinaria come quella interista. Non capisco piuttosto le parole di un dirigente come Tronchetti Provera che disse che il mio ciclo era già finito dopo la vittoria della coppa Uefa. Ma come, dopo un anno, nel quale avevamo rischiato di vincere tutto? Cos'era forse: un monociclo o un triciclo?” 
Lo lasciano allibito determinati commenti così come determinate ipotesi di complotto assurde. 
“Ho sempre e solamente voluto il bene dell'Inter. Sapevo di Lippi e del suo arrivo, ma avrei continuato a fare il mio lavoro con professionalità. Chiedevo solo di chiudere come il primo anno, ovvero vincendo qualcosa. poi me ne sarei andato senza problemi perché avrei coronato un sogno. C'era il rischio che la gente si affezionasse troppo a me e che Lippi potesse essere accolto con qualche riserva? Via, non scherziamo. L'assurdo di licenziare un tecnico per paura che possa vincere è un'ipotesi assurda, che non vorrei nemmeno prendere in considerazione”. 
Ma perché, caro Simoni. In fondo, alzi la mano chi può azzardare di capire almeno una delle sconsiderate mosse morattiane dell'ultimo periodo.

 
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