|
Un
antico proverbio cinese molto noto recita una precisa teoria quando
si subisce un torto: “Siediti sul bordo del fiume e aspetta
con pazienza il corpo del cadavere del colpevole”.
Ora che la disastrosa
stagione dell'Inter trova l'epilogo finale anche nelle dimissioni
del presidente Moratti, è il momento di tracciare bilanci e considerazioni
su come è stato gestito il giocattolo nerazzurro, costruito a suon
di miliardi.
Occorre però fare
un passo indietro, esattamente un anno fa, quando dopo un campionato
perso tra mille polemiche e presunti torti ed una Coppa Uefa vinta,
si programmava il gruppo per vincere tutto la stagione seguente. A
cominciare dalla conferma di un tecnico spesso discusso, anche dalla
dirigenza, ma con i risultati dalla sua parte. Gigi Simoni da Crevalcore,
alla guida di una “Grande”, per la prima volta, alla soglia
dei 65 anni, aveva senz'altro corrisposto alle aspettative. Eppure
proprio alla vigilia della finale di Parigi, quella poi stradominata
da Ronaldo e soci sulla Lazio, sul suo capo penzolava l'ipotesi di
una mancata riconferma, soprattutto in caso di sconfitta. Già scelto
l'eventuale sostituto nella persona di Alberto Zaccheroni, attuale
allenatore del Milan, “liberato” poi a malincuore proprio
da Moratti quando Simoni riuscì a conquistare l'Uefa. Con questi presupposti
da separati in casa, tecnico e dirigenza nerazzurra hanno affrontato
una stagione che doveva essere sfavillante con un rapporto già in
crisi, per giunta acuito col passare dei giorni dalle voci dell'accordo
Inter-Lippi, già raggiunto per la stagione 1999-2000.
Simoni, dignitoso
quanto consapevole del compito difficile, ha comunque continuato a
remare per il bene della squadra nell'unica direzione possibile, ovvero
quella dei risultati, traghettandola ai quarti di Champions League
e di Coppa Italia, e mantendendosi in carreggiata nell'inseguimento
all'allora capolista Fiorentina.
Nonostante questo, pochi giorni dopo
una storica vittoria sul Real Madrid, all'indomani di una sofferta
vittoria in campionato sulla Salernitana e nello stesso giorno in
cui una giuria di addetti ai lavori gli consegnava il premio quale
miglior allenatore dell'anno, Simoni subiva l'onta di un esonero clamoroso.
Ancora oggi inspiegabile, a suo dire, e col senno di poi, dalle conseguenze
disastrose. Tutti hanno sotto gli occhi come sia naufragata miseramente
su ogni fronte la teorica armata morattiana, affidata in un clima
da tragicomica prima al rumeno Lucescu, poi al preparatore dei portieri
Castellini ed infine a Hodgson, tecnico dimissionario un paio di anni
fa. Dodici mesi dopo il momento migliore, e 150 giorni dopo il suo
forzato allontanamento, alla luce del disastro totale in casa
Inter, Simoni potrebbe calcare la mano nei commenti e nell'analisi
della situazione, soprattutto ora che anche Moratti ha rassegnato
le dimissioni da presidente. Ma dalle sue parole traspare solo amarezza
e delusione, certo non astio verso chi lo ha scaricato senza alcuna
remora e soprattutto senza spiegazioni valide.
“Inizialmente
ho sofferto parecchio. E' stata indubbiamente una scelta “contro
natura” , nel senso che difficilmente un allenatore viene cacciato
dopo due vittorie. Penso modestamente di essere un allenatore adatto
se si vuole vincere qualcosa. Se invece si vuole fare poesia, si può
senza dubbio scegliere qualcun altro”.
Il riferimento all'unica
motivazione addotta dalla dirigenza nerazzurra circa il suo licenziamento
è evidente. Moratti disse allora che il cambiamento era necessario
perché l'Inter giocava male e non faceva divertire.
“Evidentemente
anche il presidente aveva sopravvalutato le cose. Il nostro sulla
carta era un gruppo stratosferico. In realtà erano un buon mix di
giocatori discreti, ottimi e di alcuni campioni”
A proposito di campioni,
non può essere un'ulteriore attenuante la prolungata assenza di un
certo Ronaldo, che ha saltato due terzi di campionato.
“Lo scorso
anno ci hanno spesso gettato la croce addosso perché la manovra e
le fortune dell'Inter dipendevano troppo dalle invenzioni del brasiliano.
Certo quest'anno la sua assenza si é fatta sentire, ma dire che i
mali nerazzurri fossero solo la sua forzata assenza non è corretto.
Come non è stato corretto spiegare le fortune della stagione alle
spalle solo grazie ai numeri di Ronaldo. Chi mi spiega cosa centra
il Fenomeno col fatto che il mio undici lo scorso anno aveva ad esempio
la difesa meno battuta del campionato?”
Schiettezza, onestà
e professionalità. Simoni ne fa sfoggio da più di 30 anni, da quando
ha intrapreso, dopo quella di calciatore, la professione attuale.
Qualità che gli sono valse l'affetto della gente nerazzurra nonostante
l'allontanamento.
“Certo fa piacere.
ma non mi gratifica più di tanto. Ripeto, ancora, non mi è stato spiegato
il mio esonero. Mancava il gioco? Mah, l'anno scorso ho visto
i tifosi contenti e anche il sottoscritto in parecchie gare ha visto
un'Inter spumeggiante. D'altronde storicamente anche lo straordinario
gruppo nerazzurro che negli anni '60 vinse tutto, giocava in maniera
speculare, simile alla nostra. Il mio era un gruppo compatto, che
sapeva colmare alcune lacune tecniche coi legami umani.”
E guarda caso il
suo esilio forzato ha coinciso con l'inizio dello sfaldamento interno.
Litigi tra suoi successori e giocatori, ripicche e velleità tra primedonne
che hanno fatto sbottare anche un tipo estremamente pacato come Ronaldo.
“Inevitabile
che finisse così. Anche se, sottolineo, non lo speravo. Alleno da
troppo tempo per non conoscere queste situazioni. Non poteva funzionare
un cambiamento così radicale a campionato in corso. Sul piano umano,
di gestione dei rapporti, mancavano troppi tasselli. Ma ho sempre
e comunque tifato Inter, anche quando ogni vittoria sembrava “giocare”
contro di me”.
Cosa invece che non
è stata fatta dalla sponda opposta: spesso Moratti durante il breve
interregno di Lucescu si è lasciato andare a paragoni poco signorili
riguardo il gioco espresso dall'Inter sotto le due conduzioni, dichiarandosi
soddisfatto di come il rumeno aveva disegnato i nuovi schemi.
“Io lo ringrazio
comunque. Dopo 35 anni di provincia mi ha dato la possibilità di allenare
una grande squadra, di calarmi in una realtà straordinaria come quella
interista. Non capisco piuttosto le parole di un dirigente come Tronchetti
Provera che disse che il mio ciclo era già finito dopo la vittoria
della coppa Uefa. Ma come, dopo un anno, nel quale avevamo rischiato
di vincere tutto? Cos'era forse: un monociclo o un triciclo?”
Lo lasciano allibito
determinati commenti così come determinate ipotesi di complotto assurde.
“Ho sempre
e solamente voluto il bene dell'Inter. Sapevo di Lippi e del suo arrivo,
ma avrei continuato a fare il mio lavoro con professionalità. Chiedevo
solo di chiudere come il primo anno, ovvero vincendo qualcosa. poi
me ne sarei andato senza problemi perché avrei coronato un sogno.
C'era il rischio che la gente si affezionasse troppo a me e che Lippi
potesse essere accolto con qualche riserva? Via, non scherziamo. L'assurdo
di licenziare un tecnico per paura che possa vincere è un'ipotesi
assurda, che non vorrei nemmeno prendere in considerazione”.
Ma perché, caro Simoni.
In fondo, alzi la mano chi può azzardare di capire almeno una delle
sconsiderate mosse morattiane dell'ultimo periodo.
|