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Mentre
scrivo, non è ancora finita la guerra (che pare non sia nemmeno più
“politically correct” chiamare guerra, bensì “operazione
di polizia” in Kosovo), non sono ancora cessati i bombardamenti,
si muore, si deporta, si pulisce etnicamente, si negozia, si trama,
ci si sonda diplomaticamente si usa strumentalmente in patria, pare
in tutte le patrie, della nostra alle altre d'occidente, a quelle dell'Est
Europa a partire dalla Russia, il pacifismo, la tregua, la necessità
di continuare ecc.
Dico questo non tanto e non solo come
escamotage temporale per ovviare al rischio di un mio intervento datato,
quanto proprio per invocarlo esorcisticamente, per mettere in campo
auguri e aruspici, volo degli uccelli e lettura delle viscere, e qualunque
forma di scaramanzia: spero, in una parola, che quando lo leggerete
questo pezzo vi appaia superato (ma positivamente!!!) dagli eventi.
Ma risparmiandovi opinioni sulla guerra,
già sventagliate da illustri politologi, e domande basiche sui perché,
sui percome, sulle modalità di questa guerra, sull'impossibilità di
prevedere (ma dove, ma quando, dunque la Cia sarebbe un circolo Pickwick?)
gli effetti in Kosovo delle bombe, perché davvero a porre le domande
più logiche non torna nulla-non si tratta di volere la pace, e grazie,
ma di pesare cause ed effetti, mezzi e fini-risparmiandovi tutto ciò
mi restano due enormi, urgenti difficilmente risolvibili questioni,
tra loro in qualche modo collegate.
Sono due questioni rimaste ai margini
della guerra (leggasi “operazione di polizia” magari per
contrarre “operazioni di pulizia”) e delle polemiche quasi
non importassero davvero, quasi non aggiungessero e non togliessero
nulla ai fatti e alla loro interpretazione.
Vi dico subito che non solo le reputo
centrali, ma che “qualunque cosa accada” tra la stesura
e la lettura di questo articolo esse rimarranno centrali, e a lungo,
nodi aggrovigliati che nessun Alessandro taglierà perché gordiani e
temo al momento nessun politico, nessun governo saprà sciogliere.
Di che nodi si tratta, dunque? Del tempo,
e dell'odio.
Cominciamo dal primo. Fino all'altro
ieri, a prima dei bombardamenti Nato e contemporaneamente alle ferocie
di Mlisevic, come si sa databili molto prima degli attacchi occidentali,
si diceva che con la globalizzazione dell'economia planetaria, si stesse
assistendo anche all'omologazione diciamo così “culturale”
di un'intera generazione, una specie di Pasolini vulgato mondialmente
(ricordate l'ultimo Pasolini che contagiava sul consumismo? Quello).
In una parola, il Mc Donald di Belgrado (e Mosca, e di Kinshasa) riusciva
a tendere un denominatore comune per gli adolescenti:giovani, e poco
più che giovani, che arrivava fino a Roma, Londra, Washington ecc. Una
generazione largamente “mcdonaldizzata” che superate le
ideologie si sarebbe riconosciuta in qualche polpetta, avrei trovato
l'esperanto nei wurstel, e comunicato il linguaggio della Coca Cola.
Ebbene, non è stato così: la guerra ha opposto le generazioni, come
una volta, come sempre, questa omologazione è risultata di facciata,
di superficie, una specie di cellophane stracciato dalla prima pulsione
seria.
Il discorso potrebbe e dovrebbe essere
molto più lungo, e largo. Ma forse basta questo
spazio per arrivare a quello che è, secondo me, il punto.
Il tempo: proprio così. Si è ormai tanto
disabituati a storicizzare, a fare uso di memoria (e non c'è identità
senza memoria, come è evidente), a prefigurarsi scenari futuri, a considerarsi
figli e nipoti e bisnipoti di altre generazioni, a risalire la corrente
del tempo a immaginare se stessi nel suo decorso anteriore, che è bastata
una spolverata di senape e ketchup per giudicare confezionata la suddetta
omologazione.
No, il passato va “rinegoziato”
(felice espressione di Furio Colombo), bisogna tornare alle fatiche
del tempo, della distinzione, certo possibilmente per trovare un terreno
di compatibilità nelle diversità storico-culturali scaturite dallo stesso
seme umano. Anche questo, per certi versi soprattutto questo ci ha detto,
ci sta dicendo questo conflitto del Kosovo.
Il tempo, un valore e uno stato che
sembrano polverizzati dal presente. E, seconda questione collegata alla
guerra e se vogliamo subito al discorso appena fatto sul tempo, l'odio.
Ossia l'odio tra popoli, di là dell'Adriatico e di qua, quindi anche
per noi italiani.
Pensate che la pianta dell'odio, purtroppo
così ben inseminata nei Balcani, si possa estirpare con un accordo politico
tra governi? Davvero pensate questo? Ma via, verrà potata, magari così
bene da sembrare ormai sterile, ma sradicata no...Quanto ci vorrà per
estirparla, e riseminare il terreno della nostra convivenza.
Il tempo e l'odio, due piccole variabili
in una “operazione di pulizia”...

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