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Paolo Grieco

A partire da questo mese su “Leadership Medica” e "Leader for Chemist" verranno affrontati  
temi scottanti che investono l’etica attraverso interviste ad esponenti di spicco del mondo scientifico, filosofico, religioso e del diritto.  
Le testate fin dalla nascita si sono occupate di bioetica,l'evoluzione di tematiche che,inizialmente sembravano riguardare un futuro lontano, mentre, alle soglie del terzo millennio,sono di grandissima attualità.  
La prima tornata di interviste - che riguarda Monsignor Sgreccia, i professori Viano, Cotta, Manni, Anzani e la prof.sa Faden - è introdotta da un dialogo con il direttore di "Leadership Medica". 

 

Genina Iacobone 
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Direttore, su "Leadership Medica" e "Leader for Chemist" lei ha sempre dato molto spazio alla bioetica.Da questo numero poi inizia una serie di articoli  che affronteranno gli argomenti di attualità nei quali la bioetica è più strettamente coinvolta. Perché la bioetica merita tanta attenzione?  

Viviamo un periodo di grande confusione. La ricerca scientifica ha fatto molti progressi e contestualmente sono sorte problematiche che investono direttamente la professione medica. Ritengo importante sentire il pensiero di persone con specifica preparazione su temi tanto delicati e complessi da trasmettere ai nostri lettori, che ormai, attraverso Internet, sono in tutto il mondo.  

Lei si riferisce alla trasformazione in atto nella società, ad esempio, nel concetto di famiglia?  

Direi meglio la trasformazione che sta avvenendo nei rapporti interpersonali, l'abbandono del concetto di complementarità fra uomo e donna, con tutti gli equivoci che questo comporta non soltanto nell'ambito cristiano ma anche in quello cosiddetto laico.  

Nel dibattito sulla bioetica, molti laici sostengono che si può rimanere cattolici, manifestare l'amore per il proprio Dio, pur sostenendo tesi laiche. Come valuta queste opinioni?  

Innanzitutto bisogna chiarire cosa si intende per laico. Per il dizionario Utet il termine è in contrapposizione con "chierico" e indica soltanto chi non appartiene all'ordine sacerdotale e non detiene incarichi confessionali. Ben diversa è la definizione di "laicismo", che, sempre per il dizionario Utet, è da intendersi come il "principio dell'autonomia dell'attività umana, cioè l'esigenza che tali attività si svolgano secondo regole proprie. Pertanto non può essere invocato legittimamente in nome di qualsiasi attività umana legittima e non può essere inteso solamente come rivendicazione dell'autonomia dello Stato di fronte alla Chiesa".  
Di conseguenza coloro che sostengono l'idea contenuta nella sua domanda dovrebbero chiarire se sono laici o si ispirano al laicismo. Questa differenza - come lei può certamente intuire - è determinante. Mi sembra che chi sostiene la tesi da lei riportata si ispiri più al laicismo che all'essere laico ed ovviamente in questo caso non ne condivido l'opinione.  

La morale cristiana pone la necessità di giungere, attraverso il sacrifico, all'elevazione spirituale.  

Non solo nella religione cristiana viene richiesto il sacrificio, basta informarsi su tutte le altre per rendersene conto. A mio avviso la fede cattolica, vissuta dall'uomo comune e non da un santo, è gioiosa, proietta oltre la vita e determina quindi la sconfitta della morte. E' chiaro che per diventare santi il percorso è diverso, infatti di santi ce ne sono pochissimi, ma qui parliamo dell'umanità in generale. Dalla venuta di Gesù sulla terra, il Cristianesimo è fondato sull'amore e l'amore porta all'elevazione spirituale. Al contrario, per quelli che non credono, la concezione della vita è fondata esclusivamente sulla materia, sulla fisicità e si conclude con la morte; questa per l'uomo è una realtà agghiacciante, toglie ogni stimolo, ogni motivo per vivere, la vita diventa inutile, senza finalità. Quando si è in equilibrio morale con se stessi, si raggiunge quello status fatto di serenità, che è poi la vera felicità. Non è colpa della fede, ma della malafede, se l'uomo subisce tante tragedie.  

Quando però la sofferenza fisica è terribile l'uomo potrebbe arrendersi, chiedere di non continuare la sua agonia.  

Parliamo dell'eutanasia? Preservare la vita è un principio che non ammette violazioni. L'accettazione dell'eutanasia - il tema sarà oggetto di un'ampia discussione - è la conseguenza della realtà in cui viviamo, fatta di paradossi, come evidenzia il prof. Manni.  
L'uomo è inserito in un ciclo perverso, che rende indispensabile approfondire il ruolo della bioetica, che deve porsi l'obiettivo di fissare dei confini ben precisi fra il lecito e l'illecito, confini che sia cattolici che laicisti devono rispettare.  

Come si può modificare tutto questo?  

Il danno fatto in questi ultimi cinquant'anni è un danno gravissimo. Bisogna parlare ai giovani, cominciando da quando non sono ancora attirati dalle sollecitazioni della nostra società. Ed è compito della famiglia.  Diceva padre Virginio Rotondi: “il mondo va a scatafascio, perché le famiglie  vanno a scatafascio”. Dietro un ragazzo che si droga, che soffre di turbe psichiche, c'è quasi sempre una famiglia sfaldata. D'altronde le pressioni fatte sulle famiglie da parte dei mass media sono talmente pressanti che ci vuole una contrapposizione altrettanto forte delle famiglie stesse.  
Un ruolo importante può essere svolto dalle religioni, in quanto,seppure diverse, hanno tutte un comune denominatore: la tutela dell'uomo e  della società.  
I giovani vogliono certezze, i dubbi lasciamoli agli adulti, che possono anche elucubrare, purché questo non faccia agli altri grossi danni.  
Per fortuna ultimamente vi è da parte dei giovanissimi un ritorno ai valori, quelli veri, non costruiti dalle disquisizioni degli intellettuali.   
Nello svolgere i temi bioetici riporteremo tutte le opinioni, anche se ispirate al laicismo, nel rispetto reciproco.

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Elio Sgreggia

Elio Sgreccia, nato ad Arcevia (AN) il 6 giugno 1928  
Discipline Scientifiche: Studi Classici, Teologia, Bioetica  
Titoli accademici: Professore di Bioetica, Direttore dell’Istituto di Bioetica e del Centro di Bioetica della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del S. Cuore.  
Attività: Vescovo titolare; Vice Presidente della Pontificia Accademia per la Vita; Membro del Pontificio Consiglio per la Famiglia; Membro del Ponficio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari; Membro del Comitato Nazionale per la Bioetica; Codirettore della Rivista “Medicina e Morale”; Direttore del Centro per la Cooperazione Internazionale.  
Pubblicazioni: Oltre al “Manuale di Bioetica”, in due volumi, tradotto in diverse lingue (spagnolo, portoghese, francese, russo) il quale ha già avuto tre edizioni e numerose ristampe, è autore, coautore e curatore di numerosi volumi riguardanti la pastorale sanitaria, l’etica medica e la famiglia.  
In particolare di recente pubblicazione sono i volumi della Collana “Scienza Medicina Etica” presso l’Editrice Vita e Pensiero.  
Ha inoltre pubblicato numerosi lavori su riviste italiane e straniere (in lingua inglese, tedesca, spagnola,francese, Portoghese,polacca e russa - oltre 200 lavori).  

L.M.  Monsignor Sgreccia, lei è stato uno dei primi ad occuparsi in Italia di bioetica attraverso l'insegnamento universitario e numerosi scritti. Come si può pensare che un tema così delicato venga percepito e capito in una società che appare priva di tensione morale, una società che sempre più sembra allontanarsi dai valori cristiani?  

Sgreccia: Il problema venne avvertito fin dal tempo dei primi fondatori della bioetica in America, come Potter. La società attuale, a partire dall'illuminismo e con l'affermarsi delle scienze sperimentali è stata caratterizzata dal rifiuto di Dio e da una assoluta fiducia nella scienza. Un fatto pericoloso, perché la scienza può divenire strumento di dominio e di distruzione. Potter parla della bioetica come di una  'scienza della sopravvivenza'. Se non si ricongiunge il polo scientifico con il polo etico l'umanità può andare incontro a una catastrofe. L'umanità ha infatti nelle sue mani gli strumenti per l'autodistruzione: la bomba atomica, l'ingegneria genetica, la bomba ecologica...E' chiaro come la morale non possa essere assente da questo tipo di problemi. Nel mondo esiste una situazione ambivalente dovuta al fatto che il progresso si può rivoltare contro l'uomo. Ecco perché c'è bisogno di un collegamento fra scienza umana e scienza sperimentale.Così è nata la bioetica.  

LM: Come ha reagito la comunità scientifica internazionale di fronte a questo aspetto?  

Sgreccia: “Di fronte al progresso il mondo cattolico  dà la priorità ai valori dell'uomo. La nostra non è una posizione fideista, lo ha chiaramente annunciato Paolo VI :“Tutto l'uomo in tutti gli uomini”.  
E' una posizione che ha ottenuto il rispetto del mondo laico tant'è che vi sono laici antiabortisti. Questo non avviene invece per coloro che sostengono che quando l'uomo ha perso le facoltà mentali non ha più valore. Noi mettiamo in primo piano, veneriamo la vita umana, sia quando l'uomo è sano, sia quando l'uomo è malato, handicappato e da questo punto di vista vogliamo tenere aperto il dialogo con i non credenti.  

LM: Qual è secondo lei il problema più grave tra quelli posti dalla bioetica?  

Sgreccia: Quello basato sulla concezione antropologica.Dobbiamo chiederci cos'è il nostro corpo. E' una specie di macchina che possiamo montare, rimontare a nostro piacimento quando non è perfetta, oppure è una parte essenziale del nostro io? Se il nostro corpo è uno strumento si può vendere, ingegnerizzare, allora diventa un rottame da buttare. Se invece il corpo è una parte fondamentale della nostra vita allora tutto cambia.  
Noi siamo nella storia e nel tempo grazie al nostro corpo. Persino Dio, volendo partecipare alla storia del mondo, si è incarnato. La sacralità del corpo riguarda ogni aspetto della bioetica, come l'aborto.Oggi, per esempio alcuni giustificano l'aborto di fronte ai fatti di violenza che si ripetono in varie parti del mondo, ma uccidere il figlio di una donna che è stata violentata non è fargli del bene.  
Fargli del bene significa, invece aiutarla, sostenerla.  
Lo so che la violenza non è il modo migliore per concepire un figlio perché ci vuole amore, ma ciò non vuol dire che lo dobbiamo uccidere.  

LM: Comunque, Monsignore, questo tema sarà oggetto di ulteriori approfondimenti.

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Carlo Augusto Viano  

Professore ordinario di Storia della filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, socio dell'Accademia delle scienze di Torino e dell'Accademia Europea.   

Fa parte del Comitato Nazionale di Bioetica ed è uno dei componenti della Consulta di Bioetica. Ha scritto libri su Aristotele, Locke, sull'etica e sulla filosofia contemporanea, e in generale si occupa di storia della filosofia e di etica, con particolare riguardo all'etica applicata, all'etica pubblica e alla bioetica.   
Insieme con Pietro Rossi ha curato una Storia della filosofia in sei volumi.  

LM: Professor Viano quali sono i punti sostanziali del "Manifesto di bioetica laica" che sin dalla sua pubblicazione ha suscitato tante riserve?  

Viano: L'aspetto essenziale del documento è il massimo rilievo dato all'autonomia del paziente in collaborazione con il medico.Vogliamo una bioetica che favorisca le soluzioni pluralistiche, in cui non vi sia, da parte di autorità o leggi, nessuna posizione di privilegio per certe linee di condotta rispetto ad altre.  

LM: Com'è naturale le risposte sono negative soprattutto da parte cattolica.  

Viano: Certo. Si tratta di un'opposizione di natura culturale molto sentita in diversi paesi, specialmente nel nostro. Ma la bioetica laica e cattolica hanno dei punti sui quali si possono trovare d'accordo. Parlo di temi quali l'accanimento terapeutico - per il quale vi è ampia convergenza sull'opportunità di evitarlo - e il consenso informato; che consiste nell'informare accuratamente il paziente in modo da coinvolgerlo nelle scelte terapeutiche. Inoltre ci troviamo d'accordo sulla revisione del concetto di morte per consentire i trapianti.  

LM: I punti invece di disaccordo?  

Viano: C'è un forte dissenso sui temi relativi alla procreazione, sull'inizio della vita, sulle pratiche di fecondazione, sul rapporto fra la procreazione e la famiglia intesa nel suo aspetto tradizionale e sui problemi relativi alla fine della vita. Se sull'accanimento terapeutico possiamo fare molto cammino assieme ai cattolici, lo stesso non accade per l'eutanasia.  

LM: Ragionare in termini di bioetica laica significa escludere tout court l'esistenza di Dio, ogni norma di natura religioso-morale. Lei è convinto di ciò?  

Viano: Per nulla. La fede di Dio si configura in maniere diverse. L'etica laica mette al centro la libertà di scelta dell'individuo nei confronti di Dio, anche nel modo d'interpretare la propria fede, di fronte alle alternative della medicina contemporanea. Per l'etica laica è perfettamente legittimo che gli individui riconoscano su se stessi la sovranità di un'autorità ecclesiastica purché questa sia distinta dall'autorità statale.  

LM: Lei ha scritto che la bioetica laica non propugna né sperimentazioni selvagge, né coartazione della volontà di nessuno. Per voi insomma al centro di tutto sta la libertà dell'individuo.  

Viano: Si, la libertà di scegliere per esempio se abortire o portare a termine una gravidanza rischiosa se la donna pensa che così facendo risponde alla volontà del proprio Dio.  

LM: E i medici come si devono comportare?  

Viano: Molte legislazioni, compresa la nostra, prevedono l'obiezione di coscienza. Chi fa il medico deve sapere che potrà trovarsi di fronte a scelte  difficili per la propria coscienza. Anche il soldato è nella stessa posizione.  

LM: Quali prospettive pensa si verificheranno fra le due posizioni: laica e cattolica?  

Viano: Dal  punto di vista legislativo e politico il conflitto crescerà certamente, ma si tratta di divergenze sulle quali le leggi possono fare poco.  
Sono convinto che saranno molte le persone, anche fra i credenti, che accederanno di più alle pratiche mediche che la visione religiosa della bioetica tende ad escludere.  
Sappiamo dalle statistiche che le donne che accettano la contraccezione o l'aborto aumentano, che siano o no religiose.  

LM: Lei vede quindi una scienza medica sempre più vincente?  

Viano: La superstizione e l'ignoranza sono molto più diffuse della scienza medica.  
Le pratiche che la medicina contemporanea offre tendono a diffondersi molto rapidamente.  
E' la stessa cosa che avviene per il consumo dei prodotti industriali in paesi che fino a poco tempo fa li rifiutavano.  

LM: Penso, professore, di dover tornare su questo argomento prossimamente.

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Professor Manni  

- Ordinario di Anestesiologia e rianimazione, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma  
- Presidente del CEMEC (Centro Europeo Medicina delle Catastrofi)  
- Full Member dell'Accademia Europea di Anestesia  
- Esperto del Consiglio Superiore di Sanità  
- Membro del Comitato Nazionale per la Bioetica  
- Presidente del Consorzio Telemed  
- Direttore del Servizio di Emergenza Medica del Quirinale (S.E.M.)  
- Medaglia d'oro "al merito della Sanità Pubblica"  
- Socio fondatore della Fondazione Internazionale "Pain"  
- "Consultore" della Pontificia Comissione per la Pastorale Sanitaria  
- Membro del Consiglio Direttivo della Pontificia Accademia per la Vita  
- Membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione della Medesima Accademia  
- Vice Presidente della European Society for Emergency Medicine  

LM: Professor Manni, non crede che la medicina moderna sia divenuta troppo 'orgogliosa', troppo superba per gli strumenti tecnologici di cui dispone e che ciò renda più difficile affrontare il problema etico?  

Manni: Se non dobbiamo dimenticare che la tecnologia ha fatto fare molti passi in avanti alla medicina, non possiamo neppure negare che oggi si registra una mancanza d'umiltà.  
Alcuni medici prendono il mancato recupero alla vita di una paziente come una sconfitta personale del loro sapere, come se la morte dovesse essere vinta ad ogni costo.  
A mio avviso il mutamento, il deterioramento del rapporto medico-paziente è parallelo al frantumarsi del concetto di famiglia, una famiglia che una volta significava affetto, rispetto, custodia dei valori.  
E' un discorso che si potrebbe analizzare a fondo e a lungo e che riguarda la crisi morale dell'intera società.  

LM: Lei si è occupato spesso anche di trapianti.  

Manni: Bisogna convincersi che  donare gli organi è  un'opera d'umanità, è una donazione di carattere morale.  
A noi gli organi non servono quando siamo nella bara mentre possono far vivere un'altra persona.  
Il problema è molto delicato e inoltre non bisogna dimenticare che in Italia la cultura del corpo è diversa in alcune regioni.  

LM: Come giudica la legge sui trapianti recentemente approvata?  

Manni: Ho varie volte parlato di ciò in commissione parlamentare e con gli esponenti di governo.  
E' stata scelta la soluzione del silenzio assenso informato, vale a dire quella che prevede che il silenzio del cittadino equivale all'assenso dopo però che il cittadino stesso è stato ampiamente informato.  
E' una soluzione garantista, che prevede norme di assoluta sicurezza, ma è una normativa comunque difficile da gestire perché richiede un'informazione corretta, completa, non facile da attuare in un paese come il nostro.  
Tuttavia il problema è più ampio nel senso che non basta una legge, occorre formare una coscienza della donazione. La gente deve sapere, come dicevo prima, che donare un organo costituisce un atto di carità verso  un fratello sofferente e bisogna aggiungere che la stampa spesso non aiuta a rendere chiaro questo aspetto.  
L'informazione - come quando si è parlato di morti resuscitati in un caso recente - contribuisce ad aumentare la confusione.  
Esiste poi un altro aspetto tipico che ritarda la trapiantologia nel nostro paese. Il trapianto richiede un personale medico di altissima preparazione e dotato di una strumentazione di precisione. In Italia i reparti di 'area critica', come quelli di rianimazione sono al di sotto delle necessità.  

LM: Un altro tema attuale di bioetica è quello della fecondazione assistita.  

Manni: E' una questione gravissima perché tra gli stessi medici vi sono opinioni divergenti. Ma è un problema che mette in luce anche le contraddizioni della società.  
Da una parte vi sono donne che vogliono l'aborto senza porsi nessun problema morale, dall'altra c'è chi vuole un figlio ad ogni costo anche utilizzando il seme congelato del marito morto. La società parte dal concetto dell'assoluta libertà di scelta.  
L'uomo ha diritto ad ogni cosa senza guardare alla sua liceità.  
Pensi all'aberrazione di un figlio che nasce già orfano, oppure dal seme di una persona sconosciuta proveniente da un centro di raccolta degli spermatozoi, da una banca del seme.  

LM: Una crisi di valori della società dunque ma anche una crisi morale della medicina.  

Manni: Si è perso il senso della sacralità della morte.  
La morte dà fastidio. La vita sembra essere fatta di allegria, di pubblicità, di amore fisico. Gli stessi medici non sono abituati alla morte e poi parlano troppo.  Non che non debbano parlare, ma devono essere parole chiare e semplici perché chi li ascolta ha bisogno di capire i concetti altrimenti la confusione aumenta e le conseguenze nel campo morale diventano gravi  

LM: Grazie professore.

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Professor Sergio Cotta  
Nato nel 1920 a Firenze. Interrotti gli studi per partecipare alla guerra mondiale e poi alla Resistenza, si laurea in scienze politiche nell'agosto 1945 a Firenze.  

Assistente, nel 1950, di Filosofia del diritto dell'Università di Torino, diviene titolare della stessa cattedra nel 1955.   
Successivamente ha insegnato a Perugia, Trieste, Firenze, fino a diventare, nel 1965, direttore dell'Istituto di filosofia del diritto presso la Facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma, carica mantenuta fino al 1995.   

Nel corso della sua attività accademica, Sergio Cotta ha tenuto lezioni e seminari nelle maggiori università europee e nordamericane. Già presidente dell'Institut International de Philosophie Politique e membro del Comitato della International Association for Philosophy of Law and Social Philosophy,  è tuttora presidente dell'Union Internationale des Juristes Catholiques. Benemerito dei ministeri della pubblica istruzione e della cultura, Cotta ha all'attivo un'amplissima attività pubblicistica ed editoriale.   

LM: Professor Cotta  la bioetica è una scienza interdisciplinare. Non riguarda solo la medicina, la religione ma anche il diritto e la filosofia.   
Lei come filosofo del diritto ha assunto posizioni ben precise, intransigenti.  

Cotta: La bioetica ripropone il dissidio fra scienza e religione con la differenza, però, che qui non si tratti della terra che gira attorno al sole ma è in gioco l'uomo stesso.  
L'uomo è l'unico essere che ha la possibilità di intervenire su se stesso.  
Può uccidersi, dilapidare il suo patrimonio, rovinarsi bevendo e così via. Le loro scelte devono perciò avere un contenuto morale.  
Ci troviamo di fronte a problemi di enorme gravità.  
Pensi alla fecondazione assistita, una fecondazione tecnica che snatura completamente la famiglia.  
Non c'è più rapporto affettivo, amore, il concetto di creazione viene ad essere stravolto.  
Pensi alla clonazione. Se io voglio la mia clonazione condanno l'uomo clonato a non nascere libero, ad avere le mie stesse caratteristiche intellettuali e fisiche. E' come un giocare con gli esseri umani, come poter fare del nostro corpo ciò che si vuole.  

LM: Il grande progresso scientifico ha portato poi la felicità all'uomo? Pare di no, visto quello che accade specialmente nel mondo giovanile...  

Cotta: Ricorda la scoperta del DDT dopo la seconda guerra mondiale? Quella polvere insetticida sembrava perfetta eppure dopo ci si è accorti che era nociva e nessuna l'ha più usata.  
Gli scienziati scrutano le possibilità di trovare nuove tecniche, ma non è sempre detto che queste tecniche siano  giuste. Anche loro hanno bisogno di una controprova.  
Le tecniche oggetto della bioetica, se attuate, porteranno dei grandissimi guai per la famiglia umana.  
Per quanto riguarda i giovani non dobbiamo limitarci a insegnare loro l'etica, ma il fondamento dell'etica, questo devono capire.  
Non basta dire che bisogna dare da mangiare agli affamati, ma capire anche il perché, bisogna capire che l'uomo non è condannato alla morte ma alla vita.

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Professor Anzani  

Nato il 5.5.1944 a Mariano Comense (Co); coniugato, una figlia. Risiede a Cesano Maderno - Milano  

Titoli di studio  
- laurea in Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Milano, 1971  
- specializzazione in Chirurgia, Università degli Studi di Milano, 1977  
- idoneità nazionale a primario chirurgo, Roma 1984  
- specializzazione in Chirurgia Apparato Digerente ed Endoscopia Digestiva, Università degli Studi di Milano, 1986  

Attività Professionale  
- medico chirurgo presso la Divisione di Chirurgia I dell'Ospedale  San Raffaele di Milano,  dal 1974 ;  
- attualmente medico dirigente di II livello addetto agli Affari Speciali della Sovraintendenza Sanitaria dell'Ospedale San Raffaele.  

Attività Didattica  
- professore a contratto presso la Scuola di specializzazione in Ortopedia dell'Università degli Studi di Milano (1984-90); in Geriatria (1990/92); in Chirurgia (1992-99). Presso questa scuola insegna “Aspetti etici della ricerca sperimentale e clinica”  
Ha pubblicato 120 lavori di cui 70 su temi di etica medica.   

Attività in etica medica  
Dal 1986 è segretario del Comitato Etico del San Raffaele; nel  1994 è stato chiamato a far parte, in qualità di membro effettivo, della Commissione Ministeriale per i problemi relativi alla Procreazione Medico Assistita; dal 1993 membro della Consulta per i problemi della Sanità presso la Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I);dal 1995 Presidente della Associazione Medici Cattolici Italiani, sezione di Milano 1, e delegato italiano presso la Federazione Europea delle Associazioni  dei Medici Cattolici (FEAMC);  
- dal 1996 Membro Corrispondente della Pontificia Accademia per la Vita.   

LM: Professor Anzani, in Italia sembra crescere il dibattito fra coloro che propugnano una visione laica della bioetica fondata sulla libertà di scelta dell'individuo e una concezione cattolica del problema. Come giudica questa contrapposizione di vedute?  

Anzani: Io non ragiono in termini di cattolici e laici. E' una dialettica vecchia, stantia, come quando si dice che il privato è brutto e il pubblico è bello. Io preferisco ragionare in termini umani.  
Nessuno scienziato può  negare la religiosità dell'uomo (non della fede che è cosa diversa). In altre parole io chiedo il rispetto del 'valore umano', che non può essere disconosciuto.  
Del resto la bioetica non è forse nata all'indomani del Processo di Norimberga? Bisognava  dire basta alle nefandezze del nazismo, riflettere nel campo della biologia e sul senso più ampio della vita. Come si fa a dire, come facevano i nazisti, tu hai il diritto di vivere, tu no? Oppure, hai il diritto di far nascere o di congelare?  

LM: Esistono comunque difficoltà di dialogo fra laici e cattolici.  

Anzani: Se il laico è in buona fede bisogna parlare, discutere senza uno spirito di prepotenza, di sopraffazione. Io non tollero gli steccati, le divisioni nette. Forse però oggi non è ancora giunto il momento del dialogo, non ne abbiamo ancora imparato l'arte.  

LM: Mi tolga una curiosità professore. Nei reparti ospedalieri, in concreto ci sono richieste di eutanasia, per esempio, di rinuncia all'accanimento terapeutico? In altre parole come sente l'opinione pubblica il problema della bioetica quando si è in ospedale?  

Anzani: La gente vuol essere trattata bene e vuole guarire. Si fa fatica ad accettare la prognosi infausta, a dire che non c'è più niente da fare.  
Bisogna rispondere facendo riferimento alla verità, all'uomo.  
Ecco perché diventa fondamentale trovare dei momenti educativi culturali sul significato della morte per i medici, e il personale intermedio.  
Devono saper amare, dialogare.Lo stesso vale per i giovani che hanno bisogno di un'educazione che metta al centro la famiglia. L'uomo non si addomestica come gli animali. L'uomo si educa. Non c'è mai stata una scimmia che abbia scritto un libro...  

LM: Professore, la cosa più difficile è educare, ma di questo parleremo più diffusamente.

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Professoressa Ruth Faden  

Ruth Faden è direttrice dell'Istituto di Bioetica della Johns Hopkins University di Baltimora e Senior Research Scholar presso il Kennedy Institute of Ethics della Georgetown University.   
E' autrice di numerosi libri e articoli sull'etica biomedica e la  politica sanitaria, tra i quali ricordiamo “A History and Theory of Informed Consent”, “Aids , Women and the Next Generation”, “Hiv, Aids and Childbearing: Public Policy, Private Lives”.   
Ha fatto parte di numerose commissioni a carattere nazionale. Recentemente ha presieduto l'”Advisory Committee on Human Radiation Experiments”, commissione istituita dal presidente Clinton per indagare sull'uso delle radiazioni nell'ambito di esperimenti effettuati, negli Usa, a partire dagli anni Cinquanta.  

LM: Professoressa Faden, quali sono i problemi di bioetica più dibattuti negli Stati Uniti?  

Faden: Gli aspetti etici della ricerca sugli embrioni umani, il suicidio medicamente assistito (eutanasia), la protezione delle persone, la correttezza delle politiche federali che riguardano l'accesso all'assicurazione sanitaria, la razionalizzazione dell'assistenza medica, lo sviluppo farmaceutico e la ricerca, la fiducia nei medici e nelle istituzioni sanitarie alla luce delle loro rapide modifiche organizzative e il  finanziamento dei servizi medici.  

LM: La società americana è aperta ai cambiamenti, ma l'opinione pubblica si rende conto che alcuni problemi posti dalla bioetica comportano svolte radicali,  come nel caso della fecondazione assistita, del tradizionale concetto di famiglia?  

Faden: E' da discutere se - e sotto quale aspetto - i progressi della bioetica rappresentino modifiche così drastiche nella storia degli uomini.  
E' in ogni caso un problema che sta particolarmente a cuore agli americani, come quello affrontato nei dibattiti internazionali sulla clonazione e l'evoluzione della genetica.  

LM: Molti studiosi di varie discipline sostengono che un malato è libero di decidere - con l'aiuto di un medico - di porre termine alla propria vita per evitare di soffrire. Qual è il suo pensiero in proposito?  

Faden: Quando, e a quali condizioni, sia possibile per una persona porre termine alle proprie sofferenze è una vecchia questione che per alcuni non può trovare una risposta al di fuori dalla visione religiosa. Io penso invece che sia possibile immaginare uno scenario diverso.  
Quando le sofferenze del malato sono così gravi e la morte è imminente, mediante l'assistenza del medico e con il consenso del paziente si può sostenere che l'eutanasia è moralmente giustificabile.  
Diversa comunque è la questione che riguarda l'autorizzazione dell'autorità pubblica a tale comportamento.  

LM: Non sono mancate le affermazioni di coloro che sostengono come la medicina moderna - troppo fiduciosa nella tecnologia - tenda a rimuovere l'idea della morte e della sofferenza. Da questo punto di vista non pensa che i problemi posti dalla bioetica costituiscano una sfida per riaffermare i limiti umani e della scienza?  

Faden: Certamente, la bioetica serve ad equilibrare la nostra capacità di partecipazione alla sofferenza e di valutazione morale  

La prima serie d'interventi è stata dedicata al tema della bioetica in generale con qualche accenno a problemi specifici (aborto, fecondazione assistita, accanimento terapeutico, trapianti, ecc) temi che, nei prossimi numeri, verranno trattati singolarmente.   
Le dichiarazioni raccolte dimostrano come quello della bioetica sia un settore particolare, impegnativo che coinvolgerà anche le generazioni future, forse il problema più grave che dovremo affrontare nel prossimo secolo. Un problema - è bene sottolinearlo - che non riguarda solo l'aspetto scientifico, ma che attiene al significato stesso della vita, della sofferenza e della morte, in una società che tende a rimuovere, a nascondere il dolore. Ogni discorso sulla bioetica deve infatti partire dagli interrogativi di sempre: chi siamo e dove andiamo?

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