

Paolo Grieco
Parlare
di malattia significa entrare in un mondo completamente diverso, il mondo
della sofferenza e del dolore, “un mostro che aggredisce il nostro corpo”.
Il malato si allontana dalla realtà quotidiana, non la vede più con gli occhi
di quando era sano. Il suo processo conoscitivo e la sfera degli affetti subiscono
dei mutamenti. Ma fino a che punto il medico è in grado di capire la malattia,
la sua origine, i vari gradi in cui si sviluppa? Oggi più che mai si avverte
il distacco tra il medico e il paziente, anche perché il medico è troppo fiducioso
dei sofisticati strumenti di diagnosi di cui dispone, piuttosto che ascoltare
ciò che il paziente racconta. Ogni malattia presenta infatti una sua storia
peculiare. “Per la persona malata, - scrive Byron J. Good in
“Narrare la malattia. Lo sguardo antropologico sul rapporto medico
paziente." -come certo per il medico, la malattia è vissuta
come presente sul corpo, ma per chi soffre il corpo non è semplicemente un
oggetto fisico o uno stato fisiologico: è una parte essenziale del sé. Il
corpo è soggetto, il fondamento stesso della soggettività o dell'esperienza
del mondo”. Non si può essere dunque distinto dagli 'stati di coscienza',
non può essere solo un oggetto di cognizione per il sapere medico. Docente
di antropologia presso la prestigiosa Harvard Medical School e considerato
tra i massimi ricercatori del campo, Good ha sottolineato come il medico tende
a trascurare, nell'imporre le sue conoscenze, tutta una serie di aspetti psicologici
essenziali per capire la malattia. “Un tumore - dice - è chiaramente
una forma materiale...una grossa massa, un'alterazione istologica concepita
in relazione a processi di proliferazione cellulare... è una condizione fisiologica,
un prodotto di uno schema regolativo genetico che ha 'attivato' certe forme
di crescita. Ma è anche molto di più. E' parte di un corpo vivo e sensibile,
è una frattura drammatica in una storia esistenziale”. Quali sono
quindi i criteri che devono guidare il medico
nell'individuazione della malattia? Le ricerche effettuate dall'autore in
paesi come l'Iran e la Turchia, di diversa tradizione e cultura medica, lo
hanno portato a considerare la malattia come una sorta di 'oggetto estetico',
non in quanto la malattia abbia in sé alcunché di bello, ma dal punto di vista
dell'analogia interpretativa. L'opera d'arte è fatta per esempio di un quadro,
un oggetto materiale, che provoca sensazioni ed emozioni in chi la osserva,
sensazioni ed emozioni distinte dalla tela o dall'olio del dipinto. Lo stesso
avviene per la malattia. Da una parte sta il corpo malato, l'oggetto, dall'altra
la presenza della malattia nella vita di una persona. Così è necessario avvicinarsi
alla malattia in una prospettiva di antropologia culturale, cercando cioè
di capire l'aspetto culturale della malattia, costituita anche dalla storia
sociale, religiosa, umana della malattia. La malattia - sostiene Good - presenta
una sua struttura narrativa, è come la trama di un libro che deve essere letto
fino in fondo. Da questo punto di vista sono particolarmente interessanti
le interviste antropologiche effettuate dall'autore in pazienti trattati con
sistemi medici umorali, di medicina orientale o islamica, effettuate, come
dicevamo, in Iran e in Turchia. Si tratta di metodologie di cura che in Occidente
sono spesso considerate frutto di credenze popolari e superstizioni, ma che
invece servono a mettere in luce altri aspetti della sofferenza e
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Byron J. Good |
del
dolore, a verificare il dato soggettivo, a far capire come non si possa avere
una visione 'riduttivamente biologica' della vita umana. Del resto - annota
Good - “il dibattito sull'aborto non si occupa più della presenza dello
spirito o dell'anima nel feto, o magari della natura della personalità, ma
si limita ad un impegno politicizzato verso la vita. Il tasso di mortalità
infantile è considerato l'unico criterio di successo dei programmi sanitari
internazionali. E gli Stati Uniti spendono una quota notevole del bilancio
sanitario badando alle ultime settimane di vita, tale è il nostro impegno
e la nostra potenzialità tecnologica a estendere la durata della vita”.
Analisi estremamente interessante quella di Good. Mette in luce quella che
potremmo definire la 'superbia' della medicina moderna, troppo orgogliosa
dei successi raggiunti. Già in un celebre saggio di anni fa, un sociologo
come Norbert Elias parlava di Solitudine del morente, una solitudine inevitabile
in una società (e in un ambiente ospedaliero come quello dei paesi evoluti
economicamente) in cui si tende a rimuovere l'idea della morte, sottoponendo
il malato a continua quanto inutile terapia. Il libro dell'antropologo americano
richiama la necessità di un approccio che rispetti la sofferenza, la paura
della morte. Allo stesso tempo Good ci fa toccare con mano quanto la malattia
sia ancora difficile da comprendere, costituisca qualcosa di nascosto, di
segreto che non può - vorremmo aggiungere - essere separata dal mistero stesso
della nostra vita.
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