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Tra
i centenari che ricorrono quest'anno vi è quello di Ernest Hemingway,
nato a Oak Park (Illinois) nel 1899. Di Hemingway è stato detto tutto,
o quasi tutto, in saggi, biografie, articoli, polemiche. Il suo linguaggio
narrativo è considerato uno dei grandi modelli della prosa del Novecento.
I suoi libri sono conosciuti in tutto il mondo: da “Fiesta”
("The sun also rises”) a “Addio alle armi”
(“A farewell to arms”), “Morte nel pomeriggio”
(“Death in the afternoon”), “Verdi colline d'Africa”
("Green hills of Africa”), “Avere e non avere”
(“To have and have not”), “49 racconti” (“The
first fortynine stories”), “Per chi suona la campana”
(“For whom the bell tolls”), “Di là dal fiume e
tra gli alberi” (“Across the river and into the trees”),
“Il vecchio e il mare” (“The old man and the sea”),
fino ai libri postumi, “Festa mobile” (“A moveable
feast”), “Isole nella corrente” (“Island in
the stream”), “Il giardino dell'Eden”
(“The garden of Eden”). La domanda potrebbe essere la
seguente: c'è un tema dominante nell'opera e nell'esistenza di questo
scrittore? Rispondo muovendo da un episodio. Un giorno dell'ottobre
1918 Hemingway, allora diciannovenne, scrisse al padre questa lettera:
“Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo
so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio
la cosa più facile che abbia mai fatto...E come è meglio morire nel
periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in
un bagliore di luce, piuttosto che avere il corpo consunto e vecchio
per le illusioni disperse”. Tre mesi prima, a Fossalta di Piave,
Hemingway era stato dilaniato alla gamba da 227 schegge d'un proiettile
di mortaio e da una raffica di mitragliatrice. Si trovava sul fronte
italiano come volontario al seguito della Croce Rossa americana. Nella
notte del ferimento rimase per due ore senza soccorsi
sul pavimento di terra battuta di una stalla scoperchiata. Aveva con
sé una pistola, e per la prima volta, sentendo tanto dolore e vedendo
su di sé tanto sangue, gli attraversò i pensieri la tentazione del
suicidio. A me sembra, dunque, che il tema della morte, messo in evidenza
dalla lettera al padre del 1918, possa essere assunto come un perenne
sottofondo dell'esistenza di Hemingway. E' facile immaginare inevitabili
obiezioni in quanto la vita dello scrittore è colma di fatti che sembrano
contrastare questa interpretazione. Tanto per citare qualche esempio,
Hemingway che reagisce agli odiati studi di violoncello, preferendo
imparare l'arte della boxe. Hemingway che dorme all'aperto nei boschi,
nuota nudo nei fiumi e nei laghi, spara agli orsi, ai leopardi e
ai leoni, insegue il pescespada nell'oceano. Hemingway che, nel 1948,
scrive a un'amica: “Mi piace far l'amore, combattere, bere,
leggere, pescare, cacciare, scrivere. Immagino che combattere e bere
siano vizi, ma mi piacciono entrambi”. Come diretta conseguenza
di questo ritratto, si può prevedere un altro rilievo. Un personaggio
così atletico, così vitale e sprezzante del pericolo, potrebbe aver
inseguito un'idea della morte quale fu delineata negli anni Trenta
dalla cultura di destra. Basterebbe la partecipazione alla guerra
civile di Spagna nelle file antifranchiste per smentire questa ipotesi,
ma c'è di più. Acutamente, un biografo di Hemingway ha scritto: “Nel
suo sconfinato senso di solitudine
era come se la vita per lui non avesse avuto un inizio ma ci fosse
sempre stata e lui ne fosse un attore, non uno destinato a viverla
ma uno chiamato momentaneamente a interpretarla”. In questa
spiegazione c'è perfino il latente istrionismo dello scrittore, le
sue scorribande attraverso la Spagna al seguito delle “troupes”
dei toreri, le sue intemperanze di bevitore (gin durante il giorno
e due bottiglie di vino Valpolicella sul comodino per la notte), la
sua volontà di apparire, di volta in volta, come un avventuroso protagonista
di safari, come un romantico amante, come un lupo di mare. La verità
è che, in nessun ruolo, Hemingway era pienamente se stesso, come un
attore sempre sulla soglia del congedo, cosciente della propria effimera
recitazione. L'idea della morte va, dunque, ricondotta all'inestinguibile
vanità delle cose, alla fragilità umana. Non per niente Hemingway
amava i versetti iniziali dell'Ecclesiaste dai quali trasse il titolo
del romanzo che lo rivelò, “The sun also rises” (“Il
sole sorge ancora”). Quei versetti dicono: “Una generazione
va e una generazione viene, ma la Terra sta fino a tempo indefinito.
Il sole sorge ancora, e il sole tramonta, andando al suo luogo dove
risorge...Tutte le cose stancano, l'uomo non riesce a discorrerne”.
Ma quei versetti non furono pronunciati al funerale di Hemingway che
si tenne a Ketchum, nell'Idaho, il 6 luglio 1961. Lo scrittore si
era ucciso quattro giorni prima. La vedova Mary aveva chiesto al reverendo
Robert J. Waldmann di leggere soprattutto il passo riguardante l'eterno
andirivieni del sole, ma il prete lo saltò. Mary sapeva che in quel
passo Hemingway aveva identificato la sua nozione della continua sconfitta
dell'uomo, vagabondo e casuale “zingaro dell'universo”,
secondo la celebre definizione dello scienziato francese Jacques Monod.
La decadenza fisica e psicologica che condusse Hemingway al gesto
estremo, ebbe molte tappe: dalle avvisaglie d'una depressione per
il divorzio dalla prima moglie Hadley alla notizia del suicidio del
padre nel 1928, dall'incidente aereo nel Kenya in cui lo scrittore
fu dato per morto al terrore di un'inestistente povertà. Pesava 120
chili, affrontava diete distruttive, la pressione era sempre altissima.
In una clinica del Minnesota subì quindici elettroshocks, sentì che
l'infallibile, leggendaria memoria si era irrimediabilmente appannata,
e ai medici disse: “Voi mi avete sottratto il mio capitale”.
Ormai, nei pensieri di Hemingway, restavano soltanto i fantasmi dei
romanzi e dei racconti, che nel 1954 gli avevano fatto vincere il
premio Nobel per la letteratura. L'ispirazione non c'era più, e diventava
impossibile l'avventura (che lui aveva definito “pericolosissima
e irrefrenabile”) di scrivere un libro. Anche i fantasmi, del
resto, sembravano modellati su lente e nebulose immagini di morte.
Come il leopardo del racconto “Le nevi del Kilimangiaro”
(“The snows of Kilimanjaro”), la cui carcassa di trova
misteriosamente presso la vetta, senza che nessuno abbia mai saputo
spiegare che cosa cercasse l'animale a quelle altezze. Come il pescatore
de “Il vecchio e il mare” che trascina sulle onde l'enorme
lisca del pescespada e sogna i pigri, fulvi, irraggiungibili leoni
sulle rive lontane dell'Africa.
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