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Amedeo Pavone

 

 

Nel recente Congresso SNAMI tenutosi a Gardone Riviera con la partecipazione del Presidente della Fnomceo, di numerosi parlamentari, l'Assessore Regionale alla Sanità della Lombardia ed una nutrita platea di medici, si sono evidenziate le numerose storture contenute nel Decreto legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri per la revisione della Legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale che di fatto diventerà un Servizio di Stato.
Questo ultimo provvedimento, ha rilevato il Presidente Snami Anzalone, ha creato un vero e proprio clima di smarrimento in tutti i medici italiani trovatisi al centro di una spirale perversa che denota il risoluto orientamento collettivistico del Ministero della Sanità deciso ad organizzare nello Stato tutto e tutti. - Regole rigide e protocolli vincolanti - Legge delega - Modifiche contrattuali introdotte per legge dalla Finanziaria - Pretesa di decidere di imperio la libertà di una professione - Abbassamento dei limiti di età per il pensionamento imposti senza tenere conto della effettiva incidenza sui calcoli attuariali sia dell'Ente di Previdenza, sia della pensione dei medici.
Anzalone ha anche denunciato i colpevoli ritardi delle Organizzazioni Mediche nell'insorgere contro questo atteggiamento Governativo che come un rullo compressore è in marcia già da oltre un anno, deciso ad imporre Regole sempre più soffocanti a tutta la professione medica.
La Legge di delega approvata nello scorso anno aveva infatti dato al Ministro, con un linguaggio insidioso, sfumato, espresso in politichese, la possibilità di costruire una Legge molto ampia che non aveva bisogno di discussione ed approvazione da parte del Parlamento e che di fatto poteva rivoluzionare tutto l'impianto legislativo della Sanità italiana. E' proprio contro la genericità della delega che la Regione Lombardia ha promosso una azione sulla legittimità costituzionale di una norma che non può riguardare generiche materie o generici settori, bensì deve fare riferimento ad oggetti definiti e precisi:
“Leggendo le disposizioni contenute nell'art. 2 si evince chiaramente come la grande maggioranza di esse, anziché dettare principi e criteri direttivi, talvolta individuino, talaltra precisino l'oggetto della delega, oggetto che non è affatto limitato, bensì è molto ampio, e la mancata indicazione dei principi non può pertanto ritenersi giustificata neppure alla luce di quanto statuito dalla giurisprudenza costituzionale”.
A questa opposizione di legittimità costituzionale, sollevata dalla Regione Lombardia, lo Snami ha deciso di aderire con una costituzione in Corte del Sindacato. Nella continua diatriba tra pubblico e privato, con la scusa di privilegiare il pubblico, che ha un significato molto ampio, si è voluto trasformare il pubblico in statale, cosa che ha invece un significato molto ristretto.
Sull'altare della statalizzazione si è sacrificata tutta la categoria medica, senza guardare in faccia nessuno. A questo punto non resta che informare i cittadini del fatto che i più penalizzati da questo atteggiamento statalizzato saranno i malati che dovranno subire le conseguenze di un sistema che tra continua imposizione di ticket taglieggianti, protocolli di Stato vincolanti, regola emanate per Legge, continue asfissianti forzature burocratiche, non potrà che arrecare danni a chi si dovrà rivolgere al Sistema.
“Noi dobbiamo operare per allargare il consenso e favorire una mobilitazione sull'asse MEDICO-CITTADINO, generando un vero e proprio ribaltamento culturale, premessa indispensabile per favorire leggi più umane e rispettose dei diritti individuali.

La Medicina non ha una finalità in se stessa ma è fatta per aiutare i malati, è logico, dunque, associare i Cittadini per difenderli contro i rischi della malattia assicurando loro una medicina personale, umana, di qualità per cui libera perché è così che risponde al meglio ai bisogni dei malati ed alla sua economicità.
Noi dobbiamo combattere per una medicina che sia la difesa tanto della collettività quanto della persona. L'uomo singolo, la persona, vuole vivere in salute e l'uomo malato vuole guarire. Non è una questione di medicina è una questione di società e lottando noi per una medicina migliore, a misura d'uomo, contribuiamo ad una società migliore.
Quando l'uomo vuole tutelare il suo stato di salute è solo nel suo vissuto, allora vuole essere preso in considerazione come singola entità, tiene alla sua salute, tiene alla sua libertà. Il solo problema è quello di far capire qual è il vero interesse del singolo cittadino.
Se riusciremo a contribuire a questa presa di coscienza, noi saremo paghi di aver insieme concorso a salvaguardare la libertà dei singoli cittadini, sani e malati, la libertà dei Medici e, facendo questo, la libertà del Nostro Paese”.
Con queste esaltanti parole il Presidente dello Snami, Roberto Anzalone ha chiuso la sua relazione al Congresso di Gardone e ha dato l'avvio alla mobilitazione di medici e cittadini per la difesa dei propri diritti. Man mano che ci si avvicina al collo del grande imbuto statale in cui i nostri governanti hanno versato tutta la Sanità italiana, ci si accorge che le varie possibilità di esercitare la professione medica si restringono sempre più attraverso limitazioni, incompatibilità e rapporti esclusivi con il SSN.
Senza voler entrare nel merito delle cause che sono a monte di questa politica che ormai da anni è tesa al sovietizzazione della attività del medico e senza voler ricercare i responsabili dei tanti danni arrecati alla Sanità italiana (anche da molti di coloro che oggi levano alti lai e che dovrebbero invece battersi il petto per gli atteggiamenti di accondiscendenza avuti in passato), occorre anche rendersi conto della situazione che si sta creando sul piano economico per il singolo medico. Il problema riguarda sia i medici dipendenti che quelli convenzionati, sia i liberi professionisti che coloro che hanno rapporti di collaborazione professionale con contratti di vera e propria sottoccupazione.
Tutti i medici che con la continua riduzione degli spazi professionali oltre a vedere contrarsi sempre più i propri emolumenti di oggi, si ritroveranno con la inevitabile ripercussione anche sulle pensioni di domani.
La situazione degli attuali medici pensionati potremmo dire tranquillamente che è rosea rispetto a coloro che negli anni a venire dovranno percepire pensioni commisurate alle attuali contribuzioni, limitate sia in rapporto alla entità dei contributi, relativi ad un mono-reddito sempre più assottigliato, sia in rapporto all'anzianità contributiva, anch'essa limitatissima sia in entrata (a causa della pletora medica), sia in uscita (a causa dei limiti di età sempre più bassi).
Prendiamo ad esempio un medico di medicina generale di 70 anni, già convenzionato all'epoca dei vari Enti mutualistici e del pagamento a prestazione: quel medico ha accumulato contributi per l'attività svolta già dall'età di 26 anni ed in epoca in cui i massimali erano alti e peraltro distinti da Ente a Ente.
Con la rivalutazione dei contributi, nel corso dei 44 anni di professione, quel medico potrà oggi usufruire di un buon trattamento pensionistico, anche se già decisamente inferiore a chi era in questa situazione qualche anno fa. Oggi invece tra tirocinio per la medicina generale, graduatorie regionali e numero di concorrenti, i medici non riescono ad inserirsi nell'elenco della medicina generale prima del raggiungimento del 35o anno di età. Peraltro l'unificazione degli Enti e dei massimali non gli consentirà più di raggiungere quegli emolumenti e quei contributi previdenziali che hanno consentito all'Enpam di corrispondere gli attuali trattamenti pensionistici.
A tutto ciò si aggiunga che il Ministro della sanità ha già annunciato ulteriori limitazioni di età e di massimali. Il medico all'età di 65 anni dovrà cessare l'attività con una anzianità contributiva di soli 30 anni e contributi sempre più modesti con il risultato matematico dei calcoli attuariali previdenziali (legati a contributi, anni di contribuzione ed età) di una pensione sempre più modesta.
Anche l'eventuale aggiunta onerosa dei riscatti per gli anni di studio non consentirà grosse rivalutazioni previdenziali in quanto la base su cui applicare l'aumento percentuale si è molto ridotta e quindi, anche conservando la stessa percentuale di aumento, il conto finale resta sempre contenuto.
Peraltro sono state introdotte di recente delle limitazioni non indifferenti nella legislazione previdenziale, per cui sia la reversibilità delle pensioni ai superstiti, sia la rivalutazione delle pensioni sulla base degli indici ISTAT sono state ridotte drasticamente in relazione al possesso di altri redditi dichiarati. Sono state introdotte pesanti decurtazioni sulla erogazione delle pensioni in relazione alla contemporanea effettuazione di lavoro autonomo, anche se la pensione viene erogata in forza di un rapporto di lavoro diverso e per il quale erano stati versati regolari contributi previdenziali.
Tutto ciò indipendentemente dal fatto che le lire versate sono state trattenute a tutti con le stesse aliquote contributive e pertanto i diritti dovrebbero essere gli stessi indipendentemente dal possesso di altri redditi o dallo svolgimento di un lavoro autonomo, non essendo possibile dilatare o restringere a fisarmonica i diritti del contribuente a seconda del momento della riscossione dei contributi o del pagamento delle pensioni per cui alla fine: chi paga di più ottiene di meno. Peraltro c'è in corso una raccolta di firme appoggiata anche della Federazione Nazionale Sanitari Pensionati e Vedove (FEDERSPEV) per una proposta di Legge popolare che si affianca ad una serie di Disegni di legge già presentati in Parlamento da vari Deputati per l'abrogazione di quella parte della Legge 8/8/95 che ha introdotto queste norme sul cumulo di redditi e pensioni. In compenso è in corso di stesura un Decreto governativo che modifica in maniera sostanziale sul piano fiscale tutte le norme di detraibilità dei contributi previdenziali.
Dal 1999 infatti (dichiarazione dei redditi 2000) dovrebbe essere possibile portare in detrazione dall'imponibile IRPEF oltre ai contributi previdenziali obbligatori in misura totale anche quelli volontari in misura decisamente superiore agli attuali 2.500.000 lire attuali, in cui si sommavano assicurazioni e previdenze volontarie nonché quelli dei riscatti in maniera pressoché totale.
Tutto ciò contribuirà a dare alla future pensioni una chance in più per ottenere un proprio trattamento pensionistico integrativo, sia pure attraverso versamenti volontari che potendo però essere detratti in maniera sostanziale dall'imponibile IRPEF peseranno decisamente meno delle attuali contribuzioni volontarie, in quanto una notevole percentuale del contributo finirà per andare su di un proprio conto previdenziale anziché al Fisco.
E' evidente che, con queste nuove prospettive, Banche, Assicurazioni e Istituti Finanziari si stanno attrezzando per far delle proposte allettanti di pensioni integrative, sulla base delle nuove norme fiscali ed in vista della stretta che gli Enti Previdenziali - e soprattutto una legislazione che tende a livellare sempre più in basso gli attuali trattamenti previdenziali - ci hanno preparato per il futuro.

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