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SIVIGLIA

Stenio Solinas

"El Faraòn” ha 65 anni. Il soprannome gli deriva da una impassibilità del tratto e dal suo essere quasi senza tempo, come mummificato nell'età della giovinezza. 
I capelli color mogano contribuiscono ad allontanare l'ala della vecchiezza, ma non ce la fanno a mascherare anche un fisico appesantito.  
I fianchi fasciati in un costume verde e oro, lo stomaco tende a salire sotto i pettorali. In abiti borghesi, la stazza sarebbe quella del commendatore; vestito da torero, mentre fa il suo ingresso nell'arena a fianco di colleghi nati che lui era già una stella, è anacronistico. Quando è il suo turno, anche se non capisci niente di corride, ti rendi subito conto perché i 14mila spettatori della Real Maestranza di Siviglia tributano al “Faraone” Curro Romero, da 45 anni sulla scena, migliaia di tori alle spalle, una decina di cornate nella pelle, l'omaggio frenetico riservato ai grandi. Veroniche, medie veroniche e recortes, e il toro carica e gira su se stesso, perde l'equilibrio e riparte e la cappa di Curro è sempre più vicina al fianco, come le corna dell'animale; e dopo l'ultimo passaggio, mentre il toro si chiede dove l'uomo sia finito, questi gli volta le spalle e le gradinate vanno in delirio. 
“El Yankee” aveva 65 anni allorché, lo scorso anno , un ictus se l'è portato via. Il suo vero nome era John Fulton ed era nato a Filadelfia da padre italiano e da madre ungherese. Ragazzino, vide in un cinema Sangue e arena: “Mi cambiò la vita”. In Spagna ci arrivò dopo il servizio militare, un biglietto di sola andata e 300 dollari in tasca. 
Dopo dieci anni di novilladas, divenne ufficialmente torero a Siviglia e poi a Madrid, unico americano a potersi fregiare di tale titolo. 
“I funerali li abbiamo celebrati alla Maestranza”, mi dice Francisco “Curro” Camacho, che è stato un buon torero negli anni '70 e che per Fulton era una sorta di figlio adottivo.  
“Gli abbiamo fatto fare il suo ultimo ingresso dalla Porta del Principe, come si addiceva al suo rango. Una cerimonia simbolica, c'era tutta Siviglia a salutarlo. Pochi giorni prima di morire avevamo fatto una fiesta in campagna con le mogli e gli amici, risa, bevute, carne alla brace, qualche passo di muleta con dei torelli giovani giovani. Avevo la cinepresa, ho girato un filmino. Quando mi manca, me lo proietto”. Camacho dirige oggi la galleria d'arte di Fulton in Plaza de la Alianza, nel barrio Santa Cruz. “John era un artista, non solo nell'arena. Dipingeva, scolpiva, scriveva. E' stato la controfigura di Peter O'Toole in "Lawrence d'Arabia",  ballerino di flamenco, fotografo. Quando io ho smesso di toreare, è successo dall'oggi al domani, fisicamente ero integro ma sentivo che la testa si preoccupava troppo, non sapevo cosa fare. John mi ha aiutato: “Il torero è un artista, anche se non torea più”. Ho aperto un club, poi un ristorante, ho scritto un libro autobiografico. A settembre ne uscirà un altro, su John, "El nuestro amigo Qujote" con foto di Robert Vavra”. 
“El Niño del Sol Naciente” oggi non ha ancora 25 anni. Da quattro il braccio e la gamba sinistra sono paralizzati. "E' un miracolo per come si è ripreso - racconta Camacho - ma certo le corride per lui sono un ricordo”.  
Il suo vero nome è Atsubiro Shimoyama, e quando John Fulton lo vide combattere come novillero, capì di aver trovato un talento e un se stesso, giovane e asiatico, con 40 anni di meno. Oltre la bravura, fu quella storia parallela alla sua a colpirlo: un ragazzo americano e uno giapponese che, a distanza di tempo e separati da un oceano, smaniano per i tori e la corrida, si sentono spagnoli e sognano l'arena. Per evitargli le difficoltà e le incomprensioni tipiche per uno straniero che segnarono la sua di carriera, Fulton aveva progettato un allenamento intenso e nascosto. Ma il ragazzo era davvero bravo, e i contratti arrivarono subito, purché subito combattesse. Nell'estate del '95, all'ultima di una  serie di sei novilladas, il toro gli fracassò la mascella. La sera Atsubiro disse a John: “Non parlo bene, la lingua mi si blocca, non sento le dita.Qualcosa non mi funziona nella testa”. Oltre la mascella il toro l'aveva colpito al collo, e nessuno si era reso conto che gli aveva ostruito la carotide e che il sangue non raggiungeva più il cervello. 
Americani, giapponesi... Cos'abbiano a che fare con la corrida lo sanno solo loro. 
In "Morte nel pomeriggio", che è ormai un classico sul tema, Hemingway sosteneva che per amare le corride si doveva essere “interessati alla morte.  Gli inglesi e i francesi vivono  per la vita e la morte non è una cosa da pensarci, da considerare, da cercare o da rischiare se non per il proprio Paese o per sport o per un compenso adeguato”.  
Sia come sia, un qualcosa di radicalmente spagnolo può trovarsi in individualità extranazionali.  
Lo scozzese Eamonn O'Neill ha appena pubblicato per la Mainstream Publishing  "Matadors. A Journey into the Heart of Modern Bullfighting", un libro che è un po' autobiografia, un po' cronaca, un po' la storia di  un'estate memorabile passata dall'autore a cercare di capire un qualcosa di “indifendibile ma irresistibile”.  
Francese era Michael Leiris di cui esce per la prima volta in italiano quello "Specchio della tauromachia" (Bollati e Boringhieri) pensato e scritto più di 60 anni fa, opera di un surrealista sui generis  e di un etnologo eterodosso che applicò i concetti dionisiaci e apollinei propri di Nietzsche per spiegare la musica in "L'origine della tragedia"  alla “tauromachia, arte tragica in cui il sommovimento di forze dionisiache incrina l'armonia apollinea”.  
Francese era Montherlant, che a Siviglia soggiornò e toreò da dilettante, autore di "Les bestiaires" e di un volume di disegni  sul tema, inventore per Belmonte, il più grande torero mai esistito di cui fu amico, dell'espressione “toreare con gli intestini”, tanto uomo e animale gli sembravano avvinti in uno stesso abbraccio. 
La Real Maestranza di Siviglia è per la corrida quello che è la Scala per l'opera.  
La scorsa Feria de Avril non ha visto solo il trionfo di Curro Romero, premiato con due orecchie, un'ovazione e due vueltas al ruedo, il giro dell'arena a raccogliere applausi, come non gli accadeva  dal 1984. “Muove la cappa come nella  settimana santa le vergini della processione dispongono i loro scialli”, ha scritto il critico del Mundo a sottolinearne la grazia e la compostezza. Ha visto anche la resurrezione di Juan Antonio Ruiz, detto Espartaco, trentottenne sivigliano definito dalla Revista de estudios taurinos, il torero “più tecnico e con maggior senso del ritmo” del decennio e però fermo da tre anni causa un ginocchio scassato. Alla fine, mentre il pubblico applaudiva e sventolava i fazzoletti bianchi, se ne stava nel centro dell'arena a baciare la terra e a farsela scivolare fra le dita. 
Quando gli hanno consegnato le orecchie del toro e ha fatto la sua vuelta piangeva come un bambino. 
E ha visto infine la conferma di Francisco Rivera Ordoñez, un'orecchia e una vuelta, che quando torea sembra s'appoggi sulle corna, un cognome che in Spagna è come la dinastia dei Kennedy negli Stati Uniti. Ventiquattro anni, Francisco è il pronipote di Cayetano, il nipote di Antonio, che fu il grande rivale nonché cognato di Dominguin negli anni '50, il figlio di Francisco Rivera detto Paquirri, marito di Carmina, la figlia di Antonio Ordoñez che tradì per una cantante spaccando così la famiglia e un Paese. 
“Era un'altra galassia”, dicevano gli appassionati il giorno dopo ripensando al giorno prima e di fronte a una corrida che sembrava non dovesse riservare emozioni, pur se Ponce, Josulin de Ubrique e Pepin Liria sono tre nomi di spicco.  
Poi, al quinto toro, Pepin Liria, 288 corride all'attivo e 440 orecchie, ha dato fuoco al pubblico con un rodillazo, cioé mettendosi in ginocchio davanti alla Puerta de chiqueros, da dove il toro entra nell'arena e in ginocchio eseguendo una media veronica, dopo di che è partita la musica della banda in suo onore - alla Maestranza, infatti, è il  maestro a decidere quando suonare il paso doble e non il pubblico - e sugli spalti è successo di tutto. Un'orecchia e l'uscita dalla Puerta principal  hanno sancito il trionfo. 
Dice Felipe B. Pedreza, docente di letteratura spagnola all'università di Castiglia e autore di "Iniciacion a la fiesta de los toros" (Biblioteca Edef) che la corrida è “un rito e uno spettacolo in cui si conserva tutta la violenza della vita”.  
Il giorno del trionfo di Pepin Liria, un banderillero è finito all'ospedale, incornato gravemente e scalciato dal toro. Un altro lo aveva preceduto in quello di Espartaco, con ferite più lievi.  
Certo è anche un affare.  
Cento milioni di biglietti sono stati venduti lo scorso anno per oltre 14 miliardi di lire, 250 mila sono le persone che ci lavorano intorno. Ma, come ha scritto Michael Leiris, è “il carattere doppiamente tragico insito in essa” la ragione del suo perché e del suo fascino: “C'è messa a morte e messa a morte con rischio immediato per la vita dell'officiante”.  
Qui il discorso si fa scivoloso.  
Gli animalisti sostengono che è pura barbarie, gli appassionati ribattono che non è uno sport, non è un'esibizione, è qualcosa di più, che appartiene alla vita, allo scontro fra due opposte realtà, la forza bruta da un lato l'intelligenza dall'altro. Quelli dimenticano che, ancora prima di finire nell'arena, il toro è carne da macello, già venduta per essere mangiata. Questi che interessi e corruzione spesso trasformano la corrida in una carneficina che annulla la sacralità di cui si fanno banditori. 
Fuori dalla Maestranza, a corrida finita, un pubblico che ha fumato sigari, bevuto whisky, mangiato noccioline e gelati, salutisticamente scorretto come purtroppo non si usa più, sciama ordinato verso il centro della città.  
E' splendida la primavera di Siviglia, alle spalle dei giardini reali dell'Alcazar, prima che il barrio di Santa Cruz si riempia di musiche e la Giralda della Cattedrale batta le 9 della sera; le gambe allungate sotto un tavolo, “cola de toro estofada” sul piatto e vino “tinto” nel bicchiere, si ripensa a quello che si è visto, ci s'interroga su cosa sia il rischio e fino dove possa arrivare.  
La discussione si anima.  
Uno fa suo un giudizio di Dominguin: “Se, per principio, il toro non sbaglia e io, Luis Miguel, nemmeno, che gusto c'è?"  
Un altro ribatte citando Manolo Bienvenida: “Quando il torero sbaglia, il toro ne approfitta. E però succede anche che è il toro a sbagliare, tu non te lo aspetti, e così finisci incornato”.  
Un terzo si rifà all'autorità di Curro Romero: “Se il toro ti ha messo sull'avviso, e tu insisti, per te finisce male. Ma se tu lavori bene con lui, ti fidi di lui e lui ti tradisce, no, questo non sta bene”.  
Don Chisciotte abita ancora qui. 

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