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 Paolo Ghisoni
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Una delle definizioni più belle per indicare le enormi potenzialità di questo ragazzo solo 21enne l'ha data lo scrittore Manuel Vasquez Montalban: “Ronaldo è un pugile dal K.O. facile con i piedi di Fred Astaire. Ogni industria ha bisogno di rinnovare i propri dei. Con lui il calcio ha un dio per i prossimi dieci anni”.  
E' indubbiamente tutto vero; forse per alcuni aspetti anche riduttivo. Ronaldo è una macchina perfetta, la migliore Ferrari possibile sul mercato.   
Segna, diverte, ma soprattutto ha nella velocità d'esecuzione un'arma di incredibile efficacia.   
Spesso nel vederlo muoversi, nel disorientare una manciata di avversari con finte di corpo o giochetti palla al piede viene da chiedersi quale straordinario sincronismo regoli la sua correlazione cervello-gambe. Soluzioni impossibili, anche solo da pensare, riescono al campione brasiliano con facilità ma soprattutto con una destrezza fuori dal comune. Per chi ha la sfortuna di doverne arginare l'azione, è come trovarsi nel bel mezzo di un duello e sapere che la propria pistola arriverà sempre e comunque tardi al momento dell'estrazione.  
A difensori e allenatori spesso non resta quindi che l'ironia per provare a fermare il Fenomeno, soprannome più in voga per Ronaldo. La gamma di frasi va dal “Per neutralizzarlo, mi vengono in mente solo mezzi illeciti, come ad esempio sparargli”, al “Quando viene lanciato in rete, l'arbitro può mettere il pallone al centro perché il gol è scontato”.   
Ma forse la frase più simpatica legata al fuoriclasse l'ha pronunciata lo sconosciuto portiere della nazionale islandese, tale Birkir Kristiansson, dopo un match amichevole contro il Brasile. Kristiansson rimediò un fastidioso torcicollo che durò per giorni e a tal proposito disse: “La colpa è di Ronaldo: non riuscivo a seguirne i continui movimenti”.  
La storia di Luis Nazario da Lima, in arte Ronaldo, non è stata però sempre un assolo verso la gloria. Come per parecchi adolescenti sudamericani, e in particolare brasiliani, la strada è stata la vera scuola per anni del Fenomeno.   
Nato a Bento Ribeiro, un sobborgo nordoccidentale di Rio de Janeiro, in un quartiere squallido con case vecchie e spesso senza finestre, Ronaldo trova ben presto più interessante un pallone di stracci che la scuola, frequentata poco e malvolentieri.  
Il primo pallone di cuoio glielo regala il padre Nelio a nove anni, sempre più convinto delle sue potenzialità. I primi successi da calciatore rappresentano anche l'addio agli studi. Le sue funamboliche esibizioni gli valgono le attenzioni del Cruzeiro, un club carioca dalle grandi tradizioni, che non esita a sborsare l'equivalente di 900 milioni di lire per assicurarsi un ragazzo di appena 17 anni.  
Dicevamo all'inizio del paragone tra lui e la migliore Ferrari.   
I costi della operazione che ha portato Ronaldo ad essere il più grande giocatore del mondo lievitano a dismisura, rendendo ridicole le cifre sborsate anche per la migliore Rossa di Maranello. Guadagna agli esordi solo 9 milioni all'anno. Il suo ingaggio attuale all'Inter è invece di 6 miliardi e mezzo a stagione.   
Se la matematica non è un'opinione, circa 700 milioni la prima busta-paga.  
Comunque dopo un solo anno e 54 gol in altrettante partite, il Fenomeno è pronto allo sbarco in Europa.   
Lo acquista il PSV Eindhoven, squadra olandese di prim'ordine, che lo paga 10 miliardi. Nonostante l'incoraggiamento della gente e le impressionanti medie-gol, Ronaldo non entra in piena sintonia con la vita Nord-europea.   
Il desiderio di riavvicinarsi culturalmente al suo Brasile lo spinge al passaggio al Barcellona. E' il 1995 e Ronaldo fa il  botto anche in terra di Spagna. La quantità di gol messi a segno continua ad essere industriale.   
Soprattutto tra questi desta incredulità un suo gol al Logrones realizzato con una serie incredibile di dribbling che tramortiscono mezza squadra. Ben sei giocatori cercano vanamente di fermarlo.   
Ronaldo che scappa verso la porta inseguito da questo nugolo arrancante è l'emblema del nuovo dio calcistico. Ed è anche il gesto che fa innamorare definitivamente Massimo Moratti, attuale presidente dell'Inter.   
L'idillio con i Blaugrana sembra perfetto. Ma la smania di ripercorrere le gesta paterne e di fare nuovamente grandi i nerazzurri, convincono Moratti, da sempre suo estimatore, a tentare il colpo.   
Lo aiuta la presunzione del massimo dirigente catalano Nunez, che si attarda nel rinnovare il contratto al Fenomeno e che con atteggiamenti di sufficienza fa virare le ambizioni del talento brasiliano verso la nostra penisola. Il suo acquisto si rivela piuttosto problematico per una serie di scaramucce legali.   
Ma alla fine Ronaldinho approda alla Scala del calcio, per la gioia dei tifosi interisti. E in questo scampolo iniziale di stagione è già venerato da tutti.  
Di lui si conoscevano le straordinarie capacità  balistiche e di agonista.   
Ma poco si sapeva sul personaggio e sul suo carattere.   
Ebbene sotto questo punto di vista, il campione carioca è stato capace di stupire ancor più che sul piano squisitamente professionale.  
Sempre disponibile, sorridente, il 21enne carioca non ha certo smentito chi lo descriveva come un ragazzo rimasto umile nonostante i molti miliardi guadagnati.   
Dedica un'ora al giorno agli autografi e risponde personalmente alle lettere che riceve via Internet, dicendo: “E' un piacere prima che un dovere. Non molto tempo fa ero al posto di questi ragazzini e ricordo la delusione che mi procuravano i campioni snobbandomi o sbuffando per scrivere il loro nome su un quaderno”. Anche la popolarità fa parte del suo status e non lo scompone più di tanto. “Mi piace. Non sono di quelli che si irritano per farsi fotografare. Fa parte del gioco”.  
Un gioco che la Nike, potente multinazionale dell'abbigliamento sportivo, ha deciso di cavalcare con una mossa di mercato forse unica, legando a sé per l'intera vita il brasiliano con un contratto di oltre 3 miliardi di lire annui.  
Di tutto questo gran carrozzone costruito attorno alla sua persona il Fenomeno ha imparato a farsene una ragione, a ricavare una propria filosofia.   
“Si diventa bravi non tanto per talento o per denaro, quanto per fame o amore di quel che si fa. Io da ragazzino aveva entrambe. Oggi fortunatamente non ho più fame, ma conservo l'amore per la mia attività”.  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
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