Una
delle definizioni più belle per indicare le enormi potenzialità
di questo ragazzo solo 21enne l'ha data lo scrittore Manuel Vasquez Montalban:
“Ronaldo è un pugile dal K.O. facile con i piedi di Fred Astaire.
Ogni industria ha bisogno di rinnovare i propri dei. Con lui il calcio
ha un dio per i prossimi dieci anni”.
E' indubbiamente tutto vero;
forse per alcuni aspetti anche riduttivo. Ronaldo è una macchina
perfetta, la migliore Ferrari possibile sul mercato.
Segna, diverte, ma soprattutto
ha nella velocità d'esecuzione un'arma di incredibile efficacia.
Spesso nel vederlo muoversi,
nel disorientare una manciata di avversari con finte di corpo o giochetti
palla al piede viene da chiedersi quale straordinario sincronismo regoli
la sua correlazione cervello-gambe. Soluzioni impossibili, anche solo da
pensare, riescono al campione brasiliano con facilità ma soprattutto
con una destrezza fuori dal comune. Per chi ha la sfortuna di doverne arginare
l'azione, è come trovarsi nel bel mezzo di un duello e sapere che
la propria pistola arriverà sempre e comunque tardi al momento dell'estrazione.
A difensori e allenatori
spesso non resta quindi che l'ironia per provare a fermare il Fenomeno,
soprannome più in voga per Ronaldo. La gamma di frasi va dal “Per
neutralizzarlo, mi vengono in mente solo mezzi illeciti, come ad esempio
sparargli”, al “Quando viene lanciato in rete, l'arbitro può mettere
il pallone al centro perché il gol è scontato”.
Ma forse la frase più
simpatica legata al fuoriclasse l'ha pronunciata lo sconosciuto portiere
della nazionale islandese, tale Birkir Kristiansson, dopo un match amichevole
contro il Brasile. Kristiansson rimediò un fastidioso torcicollo
che durò per giorni e a tal proposito disse: “La colpa è
di Ronaldo: non riuscivo a seguirne i continui movimenti”.
La storia di Luis Nazario
da Lima, in arte Ronaldo, non è stata però sempre un assolo
verso la gloria. Come per parecchi adolescenti sudamericani, e in particolare
brasiliani, la strada è stata la vera scuola per anni del Fenomeno.
Nato a Bento Ribeiro, un
sobborgo nordoccidentale di Rio de Janeiro, in un quartiere squallido con
case vecchie e spesso senza finestre, Ronaldo trova ben presto più
interessante un pallone di stracci che la scuola, frequentata poco e malvolentieri.
Il primo pallone di cuoio
glielo regala il padre Nelio a nove anni, sempre più convinto delle
sue potenzialità. I primi successi da calciatore rappresentano anche
l'addio agli studi. Le sue funamboliche esibizioni gli valgono le attenzioni
del Cruzeiro, un club carioca dalle grandi tradizioni, che non esita a
sborsare l'equivalente di 900 milioni di lire per assicurarsi un ragazzo
di appena 17 anni.
Dicevamo all'inizio del
paragone tra lui e la migliore Ferrari.
I costi della operazione
che ha portato Ronaldo ad essere il più grande giocatore del mondo
lievitano a dismisura, rendendo ridicole le cifre sborsate anche per la
migliore Rossa di Maranello. Guadagna agli esordi solo 9 milioni all'anno.
Il suo ingaggio attuale all'Inter è invece di 6 miliardi e mezzo
a stagione.
Se la matematica non è
un'opinione, circa 700 milioni la prima busta-paga.
Comunque dopo un solo anno
e 54 gol in altrettante partite, il Fenomeno è pronto allo sbarco
in Europa.
Lo acquista il PSV Eindhoven,
squadra olandese di prim'ordine, che lo paga 10 miliardi. Nonostante l'incoraggiamento
della gente e le impressionanti medie-gol, Ronaldo non entra in piena sintonia
con la vita Nord-europea.
Il desiderio di riavvicinarsi
culturalmente al suo Brasile lo spinge al passaggio al Barcellona. E' il
1995 e Ronaldo fa il botto anche in terra di Spagna. La quantità
di gol messi a segno continua ad essere industriale.
Soprattutto tra questi desta
incredulità un suo gol al Logrones realizzato con una serie incredibile
di dribbling che tramortiscono mezza squadra. Ben sei giocatori cercano
vanamente di fermarlo.
Ronaldo che scappa verso
la porta inseguito da questo nugolo arrancante è l'emblema del nuovo
dio calcistico. Ed è anche il gesto che fa innamorare definitivamente
Massimo Moratti, attuale presidente dell'Inter.
L'idillio con i Blaugrana
sembra perfetto. Ma la smania di ripercorrere le gesta paterne e di fare
nuovamente grandi i nerazzurri, convincono Moratti, da sempre suo estimatore,
a tentare il colpo.
Lo aiuta la presunzione
del massimo dirigente catalano Nunez, che si attarda nel rinnovare il contratto
al Fenomeno e che con atteggiamenti di sufficienza fa virare le ambizioni
del talento brasiliano verso la nostra penisola. Il suo acquisto si rivela
piuttosto problematico per una serie di scaramucce legali.
Ma alla fine Ronaldinho
approda alla Scala del calcio, per la gioia dei tifosi interisti. E in
questo scampolo iniziale di stagione è già venerato da tutti.
Di lui si conoscevano le
straordinarie capacità balistiche e di agonista.
Ma poco si sapeva sul personaggio
e sul suo carattere.
Ebbene sotto questo punto
di vista, il campione carioca è stato capace di stupire ancor più
che sul piano squisitamente professionale.
Sempre disponibile, sorridente,
il 21enne carioca non ha certo smentito chi lo descriveva come un ragazzo
rimasto umile nonostante i molti miliardi guadagnati.
Dedica un'ora al giorno
agli autografi e risponde personalmente alle lettere che riceve via Internet,
dicendo: “E' un piacere prima che un dovere. Non molto tempo fa ero al
posto di questi ragazzini e ricordo la delusione che mi procuravano i campioni
snobbandomi o sbuffando per scrivere il loro nome su un quaderno”. Anche
la popolarità fa parte del suo status e non lo scompone più
di tanto. “Mi piace. Non sono di quelli che si irritano per farsi fotografare.
Fa parte del gioco”.
Un gioco che la Nike, potente
multinazionale dell'abbigliamento sportivo, ha deciso di cavalcare con
una mossa di mercato forse unica, legando a sé per l'intera vita
il brasiliano con un contratto di oltre 3 miliardi di lire annui.
Di tutto questo gran carrozzone
costruito attorno alla sua persona il Fenomeno ha imparato a farsene una
ragione, a ricavare una propria filosofia.
“Si diventa bravi non tanto
per talento o per denaro, quanto per fame o amore di quel che si fa. Io
da ragazzino aveva entrambe. Oggi fortunatamente non ho più fame,
ma conservo l'amore per la mia attività”.
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