C'è
Robert Capa, il più famoso fotografo di guerra, che salta
su una mina nell'Indocina del '54. Per Life è al seguito del tenente
colonnello Jean Lacapelle, a Dai Than, a sud di Hanoi.
La colonna si blocca. “Che
cosa c'è”, chiede Capa. “Viet dappertutto”, è la risposta.
In lontananza si sente il fuoco delle artiglierie, crepitano le mitragliatrici,
ogni tanto parte una fucilata. Fa caldo, sulla jeep ci si annoia. “Scendo
un momento, chiamatemi quando si riparte”, dice a Lucien Bodard, “Le Gros
Lulu”, l'inviato principe di France Soir. Questi annuisce e si allunga
sul sedile. Intorno non ci sono villaggi, né alberi, è terreno
scoperto, brullo, non c'è il rischio di un attacco. Pochi minuti,
e uno scoppio assordante... Bodard capisce al volo. Capa giace riverso,
la gamba sinistra a qualche metro di distanza, respira ancora.
Chi non capisce è
John Macklin, reporter di Life. E' su un'altra jeep, un sottotenente lo
avvicina e, senza emozione apparente, gli dice in francese: “Il fotografo
è morto”. “Pardon?”, è la replica. “E' morto”, ripete l'altro,
Macklin si volta verso un collega, quasi divertito: “Questo ragazzo sta
cercando di dirmi che Capa è morto...”. Il sottotenente prova in
inglese, scandendo le lettere: “He is death...”. Solo allora Macklin salta
giù.
C'è Jean Peraud,
sergente fotografo in forza allo stato maggiore dell'esercito francese.
Trentenne, durante la seconda guerra mondiale è stato in campo di
concentramento tedesco: sa cosa significa. In Indocina è il fotografo
di punta dell'Armata. A differenza di Capa, è un militare. In pattugliamento
si è ritrovato faccia a faccia con un viet. L'ha fotografato e l'altro,
sorpreso, è rimasto lì, col fucile puntato. Il primo a sparare
è stato Peraud. Nel 1954 lo paracadutano a Dien Bien Phu, dove la
stupidità militare delle alte sfere ha dato vita a una sorta di
gigantesco stadio, 20 chilometri di lunghezza, otto di larghezza... Sul
campo ci sono loro, le montagne che lo circondano come gradinate sono del
nemico. Rimane lì fino alla fine, le postazioni che cedono l'una
dopo l'altra, l'estrema difesa all'arma bianca, la resa.
Fatto prigioniero, ha inizio
il suo viaggio verso la “rieducazione”. Sul camion che lo trasporta dice
a Pierre Schoendoerffer, futuro regista cinematografico, suo compagno d'armi
e di prigionia: “Bisogna che ci tiriamo fuori di qui. Non potrei sopportare
per una seconda volta torture e umiliazioni. Sento che non ce la farei”.
Si buttano giù dal camion al primo momento opportuno. Schoendoerffer
rimane incastrato in una pozza d'acqua, le guardie del camion successivo
lo vedono e lo riprendono. Peraud, che ha fatto qualche decina di metri
nella boscaglia verrà giustiziato sul posto.
C'è Larry Burrows,
che per Life seguì 50 missioni di guerra e fece vedere agli americani,
a colori, quello che il Governo si ostinava a negare nel bianco e nero
della diplomazia: che loro in Vietnam c'erano dentro fino al collo. Era
il 1963 e per la prima volta si vedeva il napalm, i consiglieri militari
che discutevano su uno sfondo di cadaveri, che saltavano dagli elicotteri,
che interrogavano... Era la guerra, con la sua crudeltà e brutalità
riflessa negli occhi, nel volto, nel pianto di soldati che la facevano
ma non ne sapevano il perché.
Inglese, Larry aveva cominciato
a 16 anni, come tea-boy in un laboratorio fotografico di Londra, al tempo
della battaglia d'Inghilterra, i bombardamenti, i raid, i rifugi, la città
buia dei razionamenti e della promiscuità... In Vietnam indossava
un giubbotto di sua ideazione, con un numero di tasche infinito, per tenerci
dentro più rollini possibili. Altri li infilava nelle calze. La
sua unica vanità consisteva nel fare un bagno e vestirsi per la
cena non appena ciò fosse possibile. “E' una questione di civiltà”,
spiegava. Lucien Bodard, che della sporcizia di guerra aveva fatto una
divisa, l'avrebbe giudicato un damerino. Morì, Burrows, nel 1971,
a 45 anni: l'elicottero su cui viaggiava fu tirato giù dalla contraerea
vietnamita in Laos.
Ci sono Sean Flynn e Dana
Stones, i trentenni “easy riders” del mondo dello scatto. In motocicletta
seguivano o anticipavano gli spostamenti dell'esercito americano. Sean
era il figlio del più bel Robin Hood cinematografico di tutti i
tempi, quell'Errol Flynn che incarnò da par suo il genio e la sregolatezza
dello star system hollywoodiano. Del padre aveva l'altezza, il fisico,
la simpatia e la follia; della madre, l'attrice francese Lili Damita, la
delicatezza del gesto e del portamento. Nato a Palm Beach, cresciuto a
Parigi, di casa nella Londra dei parties come nell'Africa dei safari, a
Saigon si reinventò fotografo di guerra, e lo fu alla grande. Stones
era il suo doppio perfetto: riflessivo, coscienzioso, metodico. Nell'aprile
del 1970, sulla strada Numero Uno della Cambogia orientale furono fatti
prigionieri dai Khmer rossi e non se ne seppe più nulla. Vent'anni
dopo Tim Page, fotografo dell'Associated Press, dell'Upi e di Paris Match,
ne rivelò la fine in un film, Darkness at the Edge of Town. Grazie
a ricerche private e a documenti della Cia resi pubblici ritrovò
nella provincia del Kompong Cham il luogo dove erano stati tenuti prigionieri.
Tredici mesi di cattività, prima di esser fatti fuori con un colpo
alla nuca. Di loro erano rimasti tre denti e un'otturazione.
Proprio a Tim Page, insieme
con Horst Faas, si deve questo “Requiem. By the Photographers Who Died
in Vietnam and Indocina”(Jonathan Cape editore), trecento e più
pagine per altrettante fotografie che raccontano la storia dei 135 fotografi
che dal 1950 al 1974 persero la vita in quelle terre per quelle guerre.
Nomi famosi, ma anche nomi
sconosciuti, veterani e ragazzi che fecero appena a tempo a scattare un
rollino prima di ritrovarsi una palla in fronte, una mina fra i piedi,
un missile nella pancia dell'aereo che li ospitava. Occidentali e orientali,
dell'una e dell'altra sponda politica impegnata in quei conflitti, ferventi
apostoli della causa che andavano riprendendo, disincantati professionisti
degli orrori che andavano filmando, adepti appassionati di un mestiere
che costeggia l'arte e a volte finisce per incontrarla.
Guerre. Gli ultimi scatti.
Perché spesso le immagini raccolte sono quelle finali, prima che
il loro autore cadesse al suolo, saltasse per aria, si ritrovasse senza
braccia o senza gambe. La macchina fotografica del fotografo giapponese
Taizo Ichinose ha, al posto del mirino, il buco della pallottola che lo
centrò. La ritrovarono fra Phnom Pehn e gli antichi tempi di Angkor.
Adesso è a Kyushu, fa parte della tomba di famiglia. L'ultimo rollino
di Hironichi Mine, il cui convoglio militare saltò su una bomba
di 500 chili, danneggiato dall'acqua e dal fuoco mostra un cappellano che
celebra la messa a Hue, nel 1968: la pellicola è bucata e mangiata,
i soldati della prima divisione Cavalleggeri leggono i salmi, un elmetto
troneggia su un arbusto. L'altare è fatto da sei zaini. Adesso a
Hanoi accettano l'American Express, il Club Mediterranée sta costruendo
un villaggio vacanze vicino al vecchio palazzo imperiale di Bao Dai, Giap
prende il tè con i generali statunitensi in pensione e lo Stato
che fuggì dal tetto della propria ambasciata di Saigon torna come
partner commerciale, pronto a nuovi investimenti, nuovi profitti. Tutto
è cambiato, rispetto al passato prossimo. Quando nel 1945 gli americani
mandarono il tenente colonnello A. Peter Dewey, ufficiale del controspionaggio,
per recuperare i prigionieri di guerra alleati, la sua diagnosi fu impietosa
“La Cocincina sta bruciando, francesi e inglesi qui sono finiti e gli Stati
Uniti farebbero bene a rimaner fuori dal Sud Est asiatico”. Nessuno lo
ascoltò, né il patria né fuori.
Le prime immagini che Everette
Dixie Reese scattò del Vietnam all'inizio degli anni '50 sembrano
raccontare una terra avvolta nel sogno e nel sonno. Ci sono i templi, ci
sono i pattugliamenti sugli elefanti, i delta dei fiumi immobili, i traghetti
all'attracco, i monaci in preghiera, le statue di dei e demoni fra cui
si incuneano giovani coppie, giocano bambini seminudi, le strade cittadine
dove gli anziani commercianti con parasole s'appoggiano a nipoti vestiti
nella foggia occidentale, la caschetta in testa, un giornale in lingua
francese fra le mani.
E' la quiete che avvolge
la tempesta, è la “guerra felice” come Bodard la ribattezzerà
nella sua trilogia “La guerre d'Indochine: l'enlisement, l'humiliation,
l'aventure” (Grasset editore), il più commosso, partecipe e critico
atto d'omaggio all'ultima epopea bellica del suo Paese (l'Algeria sarà
la “sporca guerra”, che i francesi vinceranno sul campo, avendo fatto tesoro
dell'esperienza indocinese, ma perderanno politicamente).
E' la guerra che c'è
ma non appare, confinata sulle montagne, con qualche soprassalto terroristico,
dove quotidianamente s'impara a convivere con la presenza militare e su
di essa ci si costruisce una fortuna. E' l'insabbiamento di una potenza
coloniale che non capisce cosa l'avversario stia costruendo, che ignora
l'idea di un'armata di popolo, che non si rende conto di un lento ma costante
accerchiamento. E' la “guerra felice” dell'Hotel Ritz, delle ragazze squillo,
dell'oppio e del cognac, l'impero che affonda in se stesso e si crogiola
nel dissipare e nell'essere dissipato. C'è un senso di disfacimento,
e però l'idea di una sorta di immortalità. Chi si illude
di aver vinto la più tremenda delle guerra, quel secondo conflitto
che ha sconquassato il mondo, non capisce che davanti alle potenze uscite
vittoriose si spalancano abissi sconosciuti: come evocati dal sottosuolo
escono alla ribalta i movimenti di liberazione, vezzeggiati e aiutati quando
facevano comodo, ma che ora però si vorrebbe ricacciare nell'inferno
in cui si trovavano, rimettere in riga come parenti poveri e divenuti troppo
avidi, di cui non ci si può fidare. Che aspettino, l'Occidente può
ancora dominare, non è ancora disposto a passare la mano. Non è
così, non sarà più così. Per la Francia, rimarginare
quella ferita costerà decenni. Quei territori d'oltremare appartengono
alla sua memoria storica, fanno parte del suo album geografico e esistenziale.
Pierre Schoendoerffer confermerà anni dopo: “La guerra d'Indocina
mi fece amare questo popolo e questa terra. Che paradosso... Quando feci
il mio film su Dien Bien Phu, era il 1991. Dissi ai membri del Governo
del Nord Vietnam che mi ospitavano: 'La vostra terra ha avuto da me lacrime,
sudore e sangue. Ecco perché qui mi sento come a casa mia'”.
E' un sentimento che gli
americani non poterono provare. Quello che per i reduci francesi dell'Indocina
fu un motivo d'orgoglio, l'aver combattuto, l'esser stati fatti prigionieri,
la sconfitta con onore, si trasformò per l'opinione pubblica e per
l'esercito statunitense in un incubo senza costrutto, dove il nemico diveniva
il “buono” e il “cattivo” vestiva a stelle e strisce, dove si combatteva
ma non lo si ammetteva e quando lo si faceva non ci si credeva. Il refrain
dello Stato maggiore, “I ragazzi saranno a casa per il prossimo Natale”
assunse presto il senso di un'oscena presa in giro.
Le foto che in Requiem coprono
il decennio fra i Sessanta e i Settanta mostrano proprio la guerra come
inferno, senza possibilità di speranza, senza possibilità
di salvezza. Sono le facce esauste, le ferite aperte, i pianti convulsi
di chi ha i nervi a pezzi, l'occhio allucinato di chi non sa più
perché e per cosa si ritrovava lì. Da questo punto di vista
Requiem spiega la sconfitta degli Stati Uniti meglio di qualsiasi analisi
polemologica.
All'inglese Larry Burrows
quelli di Life chiesero un giorno come la guerra stesse procedendo: “Be,
ragazzi miei, avete dei problemi. Grazie a Dio, non è la mia guerra”.
“Larry, ma se non è la tua guerra, allora di chi è?”.
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