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| Proiezioni
contrastanti e teorie antitetiche non consentono di stabilire se l’umanità
diventerà davvero così numerosa da rischiare una carestia
globale
Di bomba N, dove N sta per natalità, ho cominciato a scrivere fin dagli albori della mia carriera giornalistica, sul finire degli anni Cinquanta. Già allora, nonostante le stragi fatte dalla seconda guerra mondiale, si rispolveravano le teorie di Malthus e si temeva che presto il mondo non avrebbe avuto più risorse per nutrire tutti i suoi abitanti e meno che meno per garantire loro un decoroso tenore di vita. Questo tema mi ha accompagnato in molti dei miei viaggi. Nel 1967, fui inviato in India per una inchiesta sulla campagna di sterilizzazione degli uomini lanciata da Indira Gandhi, che indusse la malavita delle grandi città ad abbandonare temporaneamente le sue attività criminose per dedicarsi a tempo pieno a convogliare verso gli ambulatori governativi tutti i diseredati che riusciva a trovare e incassare così uno speciale “premio di mediazione”. Quindici anni dopo sono stato testimone in Cina del tragico impatto della campagna di Deng per la limitazione delle nascite a un solo figlio per coppia, che ha portato, secondo gli analisti, alla uccisione di decine di milioni di neonate da parte dei genitori che volevano a ogni costo spendere il loro unico “buono” per un maschio”. In Africa - di gran lunga il più povero dei cinque continenti e quello destinato, nonostante Aids e carestie, a “crescere” più in fretta- ho visto predicare invano l’uso della contraccezione a donne che avevano già sei o sette figli, magari da uomini diversi: ma anche se non sembravano curarsi più che tanto della loro sopravvivenza, intendevano continuare a procreare. E per sottolineare quanto il mondo sia pieno di contraddizioni, spesso ho visto spendere centinaia di milioni per salvare un pugno di bambini in pericolo di vita, bosniaci o somali o ruandesi che fossero, quando quasi tutti sembrano concordare che di questi bambini ce ne sono ormai troppi e bisognerà quindi investire ingenti risorse perché ne nascano di meno. Non mi sono perciò meravigliato quando, in vista della III Conferenza mondiale dell’ONU su popolazione e sviluppo in programma al Cairo per l’inizio di settembre, le trombe degli allarmisti hanno ripreso a suonare. Per qualche anno, ci si era cullati nella illusione che, come già è avvenuto in Europa e (in misura assai minore) negli Stati Uniti, lo sviluppo economico e la crescente partecipazione della donna al processo produttivo avrebbero provveduto ad abbassare i tassi di natalità a livelli accettabili prima che si profilasse una autentica emergenza. Anzi, nel mondo industrializzato la evoluzione è stata fin troppo radicale, al punto che la popolazione autoctona dell’Europa rischia addirittura di diminuire a partire dall’anno 2000. Ma un particolareggiato rapporto del Ministero del Commercio americano ha riproposto l’urgenza di un intervento: nonostante la positiva evoluzione iniziata a metà degli anni Sessanta, già tra un quarto di secolo il pianeta conterà infatti otto miliardi di abitanti e tra mezzo secolo potrebbe diventare totalmente invivibile. Qualche particolare di questo rapporto può essere utile ad inquadrare meglio le dimensioni del fenomeno. Durante il solo 1994, la differenza tra nascite e morti sarà di 87 milioni (superiore alla popolazione della Germania unita). Ogni 23 secondi nascono 100 bambini, di cui 88 nei paesi in via di sviluppo. Ogni ora, la popolazione mondiale aumenta di diecimila unità, di cui 1.461 cinesi, 1.907 indiani, 2.250 altri asiatici, 1.910 africani a sud del Sahara. Tra oggi e il 2010, gli abitanti del Terzo mondo cresceranno di 1,2 miliardi di unità, che è l’equivalente della intera popolazione del mondo sviluppato. Sei paesi, India, Cina, Pakistan, Indonesia, Bangladesh e Nigeria, sono responsabili da soli per la metà di tutte le nascite. Come si vede, il peso dell’Asia in questo processo è determinante, e non accenna a diminuire nonostante l’effetto parallelo delle campagne antidemografiche e dei sempre più impressionanti tassi di sviluppo economico. Già oggi, il Bangladesh ha una densità, pressoché insostenibile, di 935 abitanti per chilometro quadrato, oltre cinque volte quella dell’Italia. Ma la vera bomba N del prossimo millennio è dislocata nell’Africa nera, dove il baby boom non accenna ancora a rallentare e si registrano le maggiori difficoltà culturali a frenare la corsa. Si calcola che, di qui al 2020, il numero delle donne in età procreativa passerà da 114 a 280 milioni e la popolazione (che già ora non è in condizioni di nutrirsi convenientemente) da 572 milioni a 1,1 miliardi. Neppure la presenza, tra breve, di 40 milioni di malati di Aids sembra suscettibile di influire su questa esplosione, anche se apocalittici eventi bellici, come le guerre civili in Angola, in Mozambico, in Ruanda, in Burundi, in Somalia e in altri Paesi ancora (almeno sette milioni di morti in totale) potrebbero esigere un “tributo” che i demografi non sono ovviamente in grado di calcolare. I demografi stessi, consci di non potere prevedere né guerre, né pestilenze e neppure subitanee evoluzioni del costume, concedono che le loro proiezioni sull’arco di un quarto di secolo possono contenere un errore per eccesso addirittura del 25%. Se poi la campagna di educazione alla “procreazione” intelligente promossa dalle Nazioni Unite dovesse avere successo, lo scarto potrebbe aumentare ulteriormente. Le previsioni, pertanto, variano, tanto che la stessa ONU ha fatto tre diverse proiezioni per il 2050, una “bassa” con 7,9 miliardi, una “media” con 12, una “alta” che, ipotizzando un’inversione della curva discendente che si sta delineando oggi, parla addirittura di 27 miliardi. E’ chiaro che, a questo punto, si tratta di esercitazioni astratte, che non tengono conto (né possono farlo, perché ci vorrebbe la sfera di cristallo) di una serie di fattori umani essenziali. Ma, paradossalmente, anche una evoluzione positiva del tasso di natalità conterrebbe un suo elemento di pericolo. E’ infatti dimostrato che la sua diminuzione coincide, di solito, con un miglioramento del tenore di vita e con una maggiore richiesta di risorse da parte della popolazione. Il più recente allarme, sotto questo profilo, arriva dalla Cina, che per la prima volta nella sua storia è sul punto di perdere l’autosufficienza alimentare e a dovere ricorrere, con tutto il peso delle sue 1.200.000.000 bocche da sfamare, al mercato internazionale. Ecco quel che è accaduto. Prima delle “quattro modernizzazioni” del 1978, che hanno dato il “la” al grande sviluppo economico della Cina, solo il 7% della produzione di cereali veniva usato per nutrire gli animali domestici. Ma, con la prosperità, si è moltiplicata la domanda di carne, per cui nel 1993 questa percentuale era salita al 20%, a fronte di un’agricoltura che ha ormai pressoché esaurito la sua capacità di crescita e vede la sua superficie arabile progressivamente ma inesorabilmente ridotta dalle esigenze industriali ed abitative. Visto che per produrre un chilo di pollo ci vogliono due chili di cereali, quattro per un chilo di maiale e sette per un chilo di manzo, i prezzi delle granaglie sono saliti rapidamente alle stelle. E per evitare una ondata di panico, il governo ha cominciato a rivolgersi all’estero, ponendo uno dei più inquietanti interrogativi che la comunità internazionale si sia mai trovata a fronteggiare: a chi toccherà nutrire la Cina? Oltre all’inevitabile aumento della domanda, gli specialisti prevedono infatti che, di qui al 2020 (cioè nel periodo in cui la popolazione passerà da 1,2 a 1,4 miliardi) una perversa combinazione di erosione del suolo, di inquinamento, di aumento della temperatura e di altri fattori negativi, ridurrà la produzione cinese di cereali del 15%, mentre il consumo potrebbe raggiungere i 641 milioni di tonnellate, con un “deficit” di 378. Questo significa che la Repubblica popolare sarebbe costretta a comprare all’estero quasi il doppio di quanto è - oggi come oggi - disponibile sull’intero mercato mondiale. Se questo sviluppo coincidesse poi con una evoluzione analoga in altri Paesi asiatici, africani e latino-americani afflitti da sovrappopolazione, le conseguenze per il mondo intero sarebbero drammatiche e si profilerebbe seriamente lo spettro della fame. Lester Brown, in un articolo per il “Washington Post”, ha delineato uno scenario addirittura apocalittico, con una decina di nazioni che attingono al mercato mondiale crescenti quantità di cibo e solo pochi potenziali fornitori - Stati Uniti, Argentina, Canada, Australia tra gli altri - non più in grado di soddisfare la domanda neppure a prezzi sostanzialmente maggiorati. Anche in questo settore, tuttavia, non mancano gli ottimisti. Valclav Smil fa notare che già all’inizio del XIX secolo, quando sulla terra eravamo meno di un miliardo, Malthus predisse un futuro di carestie. Nulla di tutto ciò è avvenuto, perché grazie al progresso scientifico la produzione agricola è sempre cresciuta assai più rapidamente della popolazione. Oggi è persuaso che il potenziale di miglioramento non sia affatto esaurito, e che la semplice diffusione delle tecniche più avanzate dai paesi sviluppati a quelli sottosviluppati consentirebbe di nutrire convenientemente altri 3 miliardi di individui. Se, poi, superando le crescenti obiezioni degli ambientalisti, si aumentasse del 20% la superficie delle terre coltivate, ci sarebbe di che nutrirne altri due miliardi e mezzo. Se poi si dessero per scontati ulteriori passi avanti nel miglioramento delle sementi, nello sviluppo dei fertilizzanti e nell’uso dei pesticidi, il problema svanirebbe del tutto. Fare tutto ciò nei Paesi più bisognosi e a costi accettabili alle popolazioni più povere, riconosce Smil, è naturalmente un altro paio di maniche: ma sulla capacità globale del pianeta di soddisfare i bisogni alimentari di un numero di abitanti anche doppio dell’attuale non ha dubbi. Restano invece in piedi - e crescono con il tempo- le perplessità già espresse una generazione fa dal Club di Roma su un possibile esaurimento delle materie prime, dal petrolio a certi minerali. Ma in questo settore le risorse della scienza (e nei caso dei metalli, del riciclaggio) sono ancora enormi. Con buona pace di quei demografi che riservano la priorità a una maggiore diffusione degli strumenti anticoncezionali, che oggi sono (sulla carta) disponibili soltanto per la metà delle donne in età riproduttiva, si sta comunque facendo strada la convinzione che il fattore più importante sia in realtà quello educativo. Bisogna, cioè, fare in modo che le coppie vogliano, o meglio ancora abbiano un preciso interesse, a mettere al mondo un minor numero di figli, esattamente come è già avvenuto nel mondo industrializzato. In molte regioni del globo l’elevato tasso di natalità rimane una reazione logica e naturale, oltre che istintiva, a condizioni economico-sociali che premiano le famiglie con molte braccia. Con la diffusione, estremamente inquietante per altri versi, ma benefica in questo caso, dell’urbanesimo nel Terzo mondo, questa ottica si sta peraltro modificando. In città i bambini possono ancora contribuire occasionalmente al reddito familiare, facendo i lustrascarpe, gli strilloni o i lavavetri, ma devono anche essere nutriti con cibi non più disponibili sulla porta di casa bensì da acquistare sul mercato. Per la donna urbanizzata, aumentano anche le occasioni di lavoro, che rendono i periodi di maternità più penalizzanti sul piano economico: per esempio nel Bangladesh, dove pure il costume musulmano non consente loro di andare in fabbrica, una diffusione capillare del lavoro a domicilio nel campo dell’industria tessile ha portato a una diminuzione spettacolare della natalità in alcune provincie. Ma, perché le donne possano essere distratte” dallo sfornare un figlio dopo l’altro senza soluzione di continuità, un fattore fondamentale è l’istruzione. Da uno studio della Banca Mondiale risulta per esempio che dove le donne sono virtualmente escluse dalle scuole secondarie, hanno in media sette figli a testa; dove invece almeno quattro su dieci arrivano alla scuola media, i figli scendono a tre. Inoltre questi figli sono meglio trattati e meglio curati, e certamente riceveranno una migliore educazione, dando così vita ad un circolo virtuoso che in ultima analisi potrebbe risolvere il problema. Purtroppo, la strada da percorrere è ancora lunghissima, perché oggi il tasso di analfabetismo tra le donne è quasi triplo di quello maschile, e nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo il differenziale tende tuttora a crescere. Tutto ciò dimostra che le feroci polemiche che hanno accompagnato la Conferenza del Cairo, principalmente tra religiosi e laici,ma anche tra diverse scuole demografiche, sono in larga misura pretestuose. Con i numeri cui ci si trova davanti, pensare di utilizzare l’interruzione di maternità, costosa e rischiosa com’è, come uno strumento di controllo delle nascite è assurdo. A lungo termine, la sola possibilità reale è, appunto, quella di avviare il circolo virtuoso di cui si parlava poc’anzi, e di cui la diffusione della proprietà privata della terra e un maggior numero di posti di lavoro per le donne sono una componente essenziale. In altre parole, anche in questo caso le forze di mercato, e l’ampliamento degli spazi di libertà, sembrano più efficaci del ricorso o a una legislazione punitiva (Cina) o anche a incoraggiamenti materiali alla sterilizzazione (India e altri). Certo, ci vuole più tempo, ma probabilmente, nella sua maniera grandiosa e spesso tragica, anche in questo caso la natura finirà col darci una mano. |
Contrasting projections
and opposing theories prevent us from establishing whether the human race
really will become so numerous as to risk global famine
I started writing about the ‘B’ bomb, where ‘B’ stands for Birth Rate, towards the end of the 1950s, at the beginning of my career in journalism. Even then, despite the destruction of the Second World War, people were brushing up Malthus’ theories and it was feared that soon the world would not have enough resources to feed its inhabitants and even less to guarantee them a reasonable standard of living. This thought has been with me on many journeys I have made. In 1967, I was sent to India to investigate into the sterilisation campaign for men launched by Indira Gandhi, which led organised crime in the large cities to abandon temporarily its criminal activities and to devote its time to sending all the under-privileged they could find to the state health centres, thereby cashing in on a special “intermediary prize”. Fifteen years later I was witness in China to the tragic impact of Deng’s campaign - one child per couple, which, according to the analysts, led to the killing of millions of baby girls by the parents who wanted at all cost to use their “voucher” for a boy. In Africa - by far the poorest of the five continents, and the one destined to grow most quickly, despite Aids and famine, I heard the preaching for the use of contraception fall on deaf ears, and this to women with seven or eight children often of different fathers: but even if they did not seem to care much for their survival, they meant to continue procreating. And to underline how full the world is of contrasts, I have often seen hundreds of millions of dollars used to save a handful of children under threat of death, Bosnians, Somalians, Rwandans or whatever. At the same time almost everyone agrees, however, that there are too many of these children and it is necessary to invest money to ensure that fewer are born. So, I was not surprised when, in view of the 3rd World Conference of UNO on Population and Development in Cairo at the beginning of September, the alarmists’ trumpets sounded again. For some years now, we have been rocked in the illusion that the economic development and the growing participation of women in the production process, would help to lower the birth rate to acceptable levels before reaching a state of emergency. This has happened in Europe and to a lesser extent in the United States. In the industrialised world this evolution has been too radical, so much so that the aboriginal population of Europe risks being reduced as from the year 2000. But a detailed report from the American Secretary of State for Trade has proposed urgent intervention: despite the positive evolution at the beginning of the sixties, in a quarter of a century our planet will count eight billion inhabitants, and in half a century it could become completely uninhabitable. Some details from this report may be useful to better understand the dimensions of the phenomenon. During 1994, the difference between births and deaths will be 87 million (more than the population of the united Germany). One hundred babies are born every 23 seconds, 88 of whom in developing countries. Every hour world population increases by ten thousand units, 1,461 Chinese, 1,907 Indians 2,250 other Asians and 1,910 Africans south of the Sahara. Between today and the year 2010 the inhabitants of the Third world will grow to 1.2 billion units, which is the equivalent of the whole population of the developed world today. Six countries, India, China, Pakistan, Indonesia, Bangladesh and Nigeria, are solely responsible for half of the births. As can be seen, Asia is heavily responsible and gives no indication of reducing the problem despite the parallel effect of the anti-demographic campaigns and the ever-increasing rate of economic growth. Today, Bangladesh has an almost unbearable density of 935 inhabitants per square kilometre, five times that of Italy. But the real ‘B’ bomb in the next millennium is stationed in black Africa, where the ‘baby boom’ gives no sign of dwindling and there seem to be the greatest cultural difficulties in slowing down the race. It has been calculated that from now until 2020 the number of women in the age of procreation will move from 114 to 280 million and the population (which even now is not capable of feeding itself adequately) from 572 million to 1.1 billion. Not even the presence within a short time of 40 million Aids sufferers seems able to influence this explosion, even if apocalyptic bellicose events like the civil wars in Angola, Mozambique, Rwanda, Burundi, Somalia and in other countries (at least seven million deaths in total) could pay a “tribute” that the demographers are obviously not able to calculate. The demographers themselves, aware that they can predict neither wars nor pestilence nor even sudden moral change, concede that their predictions in the space of a quarter of a century can err in excess of 25%. If the education campaign for intelligent procreation promoted by the United Nations should be successful, the gap could increase even more. The predictions vary, so that the same United Nations has made three different projections for the year 2050, a low one of 7.9 billion, a middle one of 12 and a high one which hypothesising an inversion of the falling curve that is being drawn today, talks of 27 billion. It is clear that at this point we are dealing with abstract exercises, which do not take into consideration
( nor can they as a crystal ball would be necessary) a series of essential
human factors.
But paradoxically, even a positive development in the birth rate would contain an element of danger. It has been proven that its reduction usually coincides with an improvement in the standard of living and with a greater demand for resources on the part of the population. The most recent alarm bell under this aspect comes from China, which for the first time in its history is on the point of losing its alimentary self-sufficiency and having to turn, with its 1 200 000 000 mouths to feed, to the international market. This is what has happened. Before the “Fourth Modernisation” in 1978, which gave vent to the great economic development in China, only 7% of the production of cereals was used to feed domestic animals. With prosperity, the demand for meat multiplied so that in 1993 this percentage had increased to 20%, in the face of an agriculture which had by now almost exhausted its capacity to grow and seen its arable land gradually but inexorably reduced by industrial and living requirements. Given that to produce a kilo of chicken two kilos of cereal are necessary, four for a kilo of pork and seven for a kilo of beef, the prices of grain have reached the stars, and to avoid waves of panic, the government has begun to turn to foreign countries, posing one of the most disquieting questions that the international community has ever had to face: who is going to feed China? Apart from the inevitable increase in demand, specialists predict that between now and 2020 (i.e. in the period in which the population will grow from 1.2 to 1.4 billion), a perverse combination of soil erosion, pollution, increase in temperature and other negative factors, will reduce the Chinese cereal production by 15%, while consumption could reach 641 tonnes, with a deficit of 378. This means that the People’s Republic would be forced to buy from abroad almost double that which is available in the whole world market. If this development should coincide with an analogous evolution in other Asian, African and Latin-American countries afflicted by over-population, the consequences for the whole world would be dramatic and the threat of hunger would be imminent. Lester Brown, in an article for the Washington Post, has defined an apocalyptic scenario, with about ten nations which draw from the world market increasing quantities of food with few suppliers - the United States, Argentina, Canada, Australia - unable to satisfy demand even at raised prices. Even in this sector, however, there is no shortage of optimists. Vaclav Smil points out that even at the beginning of the XIX century when there was less than a billion of us on the earth, Malthus predicted a future of starvation. None of that happened, because thanks to scientific progress, agricultural production has increased much more swiftly than population. Today he is convinced that the potential for improvement has not exhausted itself at all, and that the simple diffusion of more advanced technology from the developed to the under-developed countries, would adequately feed another 3 billion individuals. If, then, once the everpresent objections from the environmentalists had been overcome, the cultivated land were increased by 20%, there would be enough to feed another two and a half billion. If other steps were taken for granted in the improvement of seed, in the development of fertilisers and in the use of pesticides, the problem would vanish completely. To do all this in the most needy countries at acceptable costs for the poorest populations, Smil recognises, is, of course, another kettle of fish: but as regards the global capacity to satisfy the alimentary needs of even double the number of present inhabitants on the Earth, he has his doubts. The perplexities raised a generation ago by the Rome Club as to a possible exhaustion of prime materials (from crude oil to certain minerals) still remain. But in this sector the resources of science (and in the case of metals, of recycling) are enormous. With a little peace from those demographers whose priorities are to encourage a wider diffusion of contraceptive devices, which are today only available to half the women of reproductive age, progress is being made in convincing that the most important factor is that of education. It is necessary to make couples want, or rather, make them have a particular need to bring into the world a smaller number of children, just as has happened in the industrial world. In many areas of the world the high birth rate is a logical and natural reaction, apart from being instinctive, in socio-economic conditions that award families with many branches. With the widespread urbanisation of the Third world, disturbing on the one hand, yet beneficial in this case, this viewpoint is changing. In cities, children can still contribute occasionally to the family income, by cleaning shoes, selling newspapers or washing windows, but they must also be fed with food no longer available in the house but to be bought at the market.
For the urban woman, possibilities to work increase, which make maternity leave even more penalising from an economic point of view: for example, in Bangladesh, where Muslim tradition does not permit them to work in factories, the widespread diffusion of working at home in the sewing business, has led to an immense reduction in the birth rate in some regions. But because women can be “distracted” by producing one child after another with no solution of continuity, a basic factor is education. A study from the World Bank, shows that where women are virtually excluded from secondary schools, they have on average seven children per head; where at least four out of ten reach school at the age of fourteen, the number of children is reduced to three. Besides this, the children are treated better, looked after better and raised better, and certainly receive a better education, thus giving life to a virtuous circle that in the last analysis could resolve the problem. Unfortunately, the road is long as the rate of illiteracy among women is almost three times that of males, and in most of the developing countries, the gap tends to increase. All this shows that the vehement controversy that took place at the Conference in Cairo mainly between religious leaders and lay people, but also between different demographic schools of thought, is to a great extent pretext. With the figures we have before us, to think of using the interruption of maternity, costly and risky as it is, as an instrument for birth control is absurd. In the long term, the only real possibility is, indeed, to put in motion the virtuous circle spoken of earlier, and of which the diffusion of private property of land and a greater number of jobs for women are an essential component. In other words, even in this case market forces, and an increase in liberty, seem more effective than resorting to punishment (China) or even to encouraging sterilisation (India and other countries). Certainly, we need more time, but probably in her grandiose and often tragic manner, even in this case Mother Nature will lend a hand. |
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