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Un'arte difficile quella di riuscire a far ridere, di essere buffi, di incarnare “macchiette”.  Eppure, è manifestazione antichissima, legata alle espressioni mimiche dei popoli primitivi, a riti di carattere magico-religioso. Cerimonie e azioni sacre testimoniate nel mondo greco, già nel VI sec. a. C., nella decorazione dipinta della ceramica e dei vasi, dove vengono rappresentati cortei di maschere zoomorfe. Farse, quindi, in cui non mancano ingiurie e beffe e dove il legame con la fecondità viene sottolineato in modo spassoso con l'accentuazione sproporzionata di alcune parti del corpo. Ci sono giunti circa 250 nomi di commediografi greci: ciò testimonia il successo di questo genere, che veniva il più delle volte preso dalla vita di tutti i giorni, mentre il mito rimase sempre legato alla tragedia. In scena, dunque, gli autori mettevano persone del loro tempo, politici, filosofi, strateghi, gente comune. La commedia era, però, in Atene, uno spettacolo composito, in parte recitato da attori in costume ed in parte cantato da un coro di danzatori, che si agitavano al suono di un flauto. Va da sé che noi oggi non possiamo più ricreare le rappresentazioni nella loro interezza né, tanto meno, rivivere come spettatori quell'esperienza emotiva che è da ritenersi unica, poiché la musica, che accompagnava l'azione comica, è andata perduta per sempre. Inoltre, anche il tradurre risulta un'operazione piuttosto complessa, proprio perché la maggior parte delle battute è di difficile comprensione per un pubblico contemporaneo e, conseguentemente,  diventa necessaria un'attenta lettura del testo e delle note esplicative. Ciò per poter ridere, per capire il senso della commedia. Dalle fonti sappiamo con sicurezza qual era il costume tipo degli attori: una grande maschera occultava l'intero volto, mentre una specie di calzamaglia di color carne veniva indossata con alcune imbottiture che, sul dietro, rendevano enormi le natiche e, sul davanti, gonfiavano la pancia, il più delle volte mostrando un enorme fallo in erezione, ancor più evidenziato da una veste corta. Da un punto di vista contenutistico, la commedia ateniese antica -lo vediamo in Aristofane- costruisce l'intreccio sulla satira “ad personam”. In un secondo periodo, i casi della vita privata sono ormai diventati macchiette -lo riscontriamo in Menandro- come il ghiottone, il medico, lo stupido, lo storpio che anticipano, per così dire, le maschere della Commedia dell'arte. Costruita l'azione scenica attraverso soliloqui, dialoghi e cori, era prassi che alla commedia venisse posto un intervallo, costituito da un canto particolare dei coreuti, e cioè la parabasi. Questa era un sistema di comunicazione con il quale il coro, a nome dell'autore, si rivolgeva al pubblico, per poter parlare di vari argomenti del tutto svincolati dalla trama. Mentre la tragedia risulta essere rigidamente organizzata attorno ad un protagonista, spesso i  personaggi comici non hanno un grande valore di per sé, sono delle metafore, dei rappresentanti di valori astratti e l'azione scenica va presa nella sua globalità. Analizziamo, ora, le Nuvole, una delle commedie più famose di Aristofane, poeta e comico vissuto ad Atene tra il 445 ed il 385 a. C. che, in poco più di 40 anni di attività, compose 40 commedie, delle quali a noi ne sono giunte 11 intere, oltre ad un migliaio di frammenti delle altre. In essa l'autore analizza l'intellettuale e la di lui influenza sulla società. Scritta nel 423 a. C., la commedia vede come protagonista Strepsiade, un vecchio contadino costretto dai debiti contratti dal figlio Fidippide, grande appassionato di cavalli, a cercare una salvezza in Socrate e nei suoi discepoli. E, siccome il figlio si rifiuta di andare a scuola da Socrate, Strepsiade si decide lui stesso a prendere lezione dai sofisti. Come si potrà intuire il meglio della commedia non sta tanto nella trama quanto nel dialogo, dove trovano posto la ridicolissima dissertazione sui generi dei sostantivi e il quadretto di un Socrate tutto preso a misurare il salto di una pulce. Nel Pensatoio socratico Strepsiade viene a conoscenza della nuova teologia, che cancella le divinità tradizionali come Zeus e pone al loro posto le Nuvole, che altro non sono se non delle metafore dell'ambiguità e della multiforme realtà sfuggente. Cacciato per le sue risposte fuori luogo, il vecchio non può far altro che cercare di convincere il figlio, questa volta, a presentarsi come allievo di Socrate. Fidippide viene accettato e per istruirlo il filosofo fa apparire due personaggi particolari: l'incarnazione del Discorso Giusto e del Discorso Ingiusto, i paladini rispettivamente dell'antica educazione virtuosa e della nuova libertina. Nella lotta dialogica a vincere è l'immoralità. Così Fidippide potrà allontanare con grande abilità di parola i creditori. E già Strepsiade se la ride, ormai sicuro di essersela cavata. Ma poi, eccolo uscire di casa che piange e si lamenta delle botte prese dal figlio, che a sua volta riesce a dimostrare di avere davvero ragione, perché “i vecchi sono due volte bambini” e, quindi, vanno doppiamente picchiati. A questo punto, non resta a Strepsiade che vendicarsi contro Socrate: il Pensatoio viene incendiato e il filosofo muore bruciato con i suoi discepoli. Il testo offre anche momenti di grande poesia, in particolare quando il Coro descrive l'aerea leggerezza delle Nuvole o celebra l'elogio di Atene, mentre le parti dove non vengono risparmiate parolacce e ingiurie, nascondono semplicemente la volontà di Aristofane di attaccare le nuove correnti di pensiero di allora, colpevoli di “traviare” la gioventù. Non a caso al Socrate aristofaneo, che si presenta come una buffa marionetta appesa in un cestello e con la testa fra le nuvole, venne attribuito dai contemporanei, 25 anni dopo il primo allestimento di questa commedia, la colpa della condanna a morte del filosofo, avvenuta nel 399 a. C. 
 
 
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