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Va bene, mi dicono, fai il giornalista: ma esattamente di che ti occupi? Diciamo di costume, rispondo. Ah, di costume: cioè di tutto?, insistono. Non proprio. Per esempio inizialmente avevo una specializzazione, il costume sportivo.   
E basta?, domandano ancora. Beh, poi nel travaglio della cosiddetta carriera, per forza, anche il costume politico, magari inteso ancora e sempre fondamentalmente in chiave etimologica, la vita della polis.  
E poi, concludo per non tirarla alle lunghe, di quello che sono o  sarei tenuto a conoscere per forza, e cioè il mio mestiere, il filtro tra la realtà e l'opinione pubblica, insomma il co -stume giornalistico. sono soddisfatti, ma ancor più curiosi. 
Riflettevo su questi scambi tutt'altro che infrequenti, e consideravo che finora  qui, in questi miei interventi appunto di sport, politica e comunicazione ho congetturato con la complicità del lettore. E di tutti e tre i risvolti del mio lavoro legati insieme vorrei scrivere oggi. A partire da un fatto personale. Anche qui ci sarebbe parecchio da sfruculiare, fin dalla premessa. Mettiamo che io abbia di solito in uggia coloro i quali farciscono degli articoli con personalismi indisponenti.  
Solitamente e sterilmente (per il lettore) autopubblicitari. Mettiamo anche nella jungla della realtà e in quella delle idee, entrambe teoricamente campo d'azione di un giornalista, mi sembra assai meglio quando chi scrive ha potuto verificare  di persona, perché a quel punto  avrà occhi e mente sperimentati. Sono queste due ipotesi contrapposte, secondo gli schematismi oggi in gran voga, tipo “personalismi sì, personalismi no?” Apparentemente. 
La differenza la fa l'utilità o l'indispensabilità del riferimento personale. Il che è un po' alla base di qualsiasi considerazioni sui rapporti corretti tra pubblicità (autocitazioni) e informazione (racconto dei fatti, o delle idee). Mi spiego con un esempio estremo e sportivo: adesso la relazione tra prodotto-sport e sponsor   è o viene giudicata “matura”, ma c'è stato un tempo in cui si camminava su lastre di ghiaccio. Parlo degli anni '60 e '70, quando per esempio nel basket sfavillavano la Simmenthal piuttosto che la Ignis. Ebbene, era ovvio che avendo “adottato” le squadre, nel caso quelle di Milano e Varese, gli sponsor si erano guadagnati automaticamente e indiscutibilmente il diritto-dovere di citazione.  
Erano il “nome della notizia”, ogni volta che c'era un risultato, una classifica, una partita. Quindi autocitarsi risponde  o dovrebbe rispondere nel sistema dei segni a questo principio di necessità. Nel caso, quello che mi accade è l'equivalente della Simmenthal. Ma che cosa mi accade? Negli ultimi giorni di ottobre, mi telefonano dalla redazione di Sette, il magazine del Corriere della sera e...ma senza annoiarvi traspongo una lettera che sono stato costretto a inviare al Direttore, quel giovane e gioviale De Bortoli, pubblicata “regolarmente” nella pagine delle lettere, sulla destra della celebre “Stanza di Montanelli”.  
Leggete qua: “Sull'ultimo numero del magazine Sette vengo intervistato insieme ad altri  54 grandi elettori', su chi potrebbe essere il nuovo candidato ideale del polo per la Presidenza del Consiglio, dopo la risacca di Berlusconi. Le mie parole vengono riferite con correttezza e precisione (indico Fini, per accrescerne la responsabilità politica e culturale così da accreditargli, dopo la carta di identità da sdoganamento, anche un passaporto per l'Europa, ndr.)  
Ma nel lungo “distico” di presentazione di questa serie di pareri si dice (e non ne ero stato preavvisato) che “sono stati interpellati politici, intellettuali e artisti di area centrodestra”. Davvero non ne faccio questione di schieramento, ma di modalità etichettatorie: mi piacerebbe sapere che cosa, nella vita e nelle opere, nelle dichiarazioni e nelle frequentazioni ecc., fa sistemare uno di là piuttosto che di qua. Nella mia curiosità, non neutrale ma “chimicamente pura”, per esempio, vorrei sapere dove starebbero (e soprattutto se debbono stare per forza da una parte come necessità scaffalatoria) due opinionisti importanti del Corriere come Galli della Loggia e Panebianco, oppure perché nell'inchiesta summenzionata le “firme” del giornale, che scremano le indicazioni dei 55 destrorsi (Biagi, Franco, Merlo, Montanelli, Ostellino, Stella e Zincone) non sono abbinate alla loro collocazione. 
Mi piacerebbe che se ne discutesse.  
E' appena il caso di riprecisare che non è in ballo la legittimità di stare da una parte o dall'altra, quanto la possibilità e la libertà (cfr. Adorno)  di usare il proprio acume intellettuale e politico, se c'è, senza pagare ormai sterili dazi tassonomici. La calcistizzazione della politica è assai rischiosa...”. 
Questa la lettera. Converrete che c'è abbastanza di “sportivo” (dal riferimento finale alla calcistizzazione si può risalire a una mentalità), di “politico” e di “giornalistico”.  
Ebbene, naturalmente nessuna discussione sul tema ne è seguita...Chissà come mai...E chissà che i lettori di queste righe non siano stimolati a farmi sapere come la pensano...Credo che sia il nocciolo duro, durissimo di un profondo, profondissimo malessere italiano. 

  
  
 
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