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Il nuovo ordine mondiale evocato sette anni fa è probabilmente destinato a rimanere una chimera  



Che fine ha fatto quel nuovo ordine mondiale, destinato a subentrare al vecchio sistema bipolare, che fu evocato per la prima volta dal presidente Bush poco prima dello scoppio della Guerra del Golfo?    
Ora che il  polverone alzato dal collasso del sistema comunista e dalla liquidazione dell'URSS si è ricomposto, il mondo è più o meno sicuro di quanto fosse sette anni fa?    
In questo ultimo scorcio di millennio molti politologi e istituti di ricerca sono impegnati a trovare una risposta a queste domande, e soprattutto a individuare quali potranno essere i “punti caldi” del globo in quello nuovo.    
Nel suo ultimo libro, Samuel Huntington punta sui conflitti etnici e religiosi che stanno spuntando ovunque come funghi e sulla insanabile frattura tra la civiltà occidentale e le altre; l'Istituto di Studi strategici di Londra individua il più grosso focolaio di guerra nell'Asia sudorientale, con le vecchie e nuove rivalità alimentate dallo sviluppo economico: lo Hudson Institute ritiene che la riscossa dell'Islam ci riporterà presto indietro ai tempi delle Crociate; altri ancora temono le tensioni economico-finanziarie tra Paesi industrializzati e Terzo Mondo generate dal processo di globalizzazione.   
Nel complesso il giudizio degli esperti è, almeno a breve termine, tutt'altro che unanime sulla possibilità di mantenere un livello di pace accettabile.    
Finché ci saranno in circolazione personaggi come l'iracheno Saddam Hussein o il coreano Kim Yong II, entrambi alla testa di paesi armati fino ai denti, brutte sorprese sono possibili in qualsiasi momento.    
Comunque, esaminando l'evoluzione geopolitica continente per continente, si constata che - almeno per il momento - l'unico pericolo di guerra immediato viene dal solito Medio Oriente, dove la situazione è nettamente peggiorata nel corso dell'ultimo anno.    
Ormai, sarebbe già considerato un successo mantenere lo status quo, cioè evitare di tornare ai tempi dell'intifada e della guerra totale contro Israele.    
Il problema è che a Oslo si è innescato un meccanismo delle aspettative che oggi è pressoché impossibile smontare: e se anche il nuovo governo israeliano ha rallentato l'applicazione degli accordi sotto la pressione del suo elettorato, non potrebbe certo riportare indietro l'orologio della storia senza scatenare un nuovo conflitto.   
Per afferrare appieno il problema, sarà opportuno anzitutto ridimensionare gli effetti positivi che l'equilibrio del terrore ha avuto negli anni tra il 1945 e il 1990. Esso ha preservato, è vero, la pace tra le grandi potenze, nel senso che la prospettiva di un olocausto nucleare rendeva pressoché impossibile la prospettiva di una terza guerra mondiale. Ci siamo andati infatti vicini un'unica volta, in occasione della crisi di Cuba, mentre né l'Ungheria, né il Vietnam, né la Cecoslovacchia, né l'Afganistan, né alcun altro conflitto locale hanno mai dato l'impressione di poter degenerare. Ma ciò non toglie che, fuori dall'Europa, la guerra sia stata calda e cruenta. L'esperto americano Alvin Toffler ha calcolato che a partire dal '45 si sono verificate nel mondo da 150 a 160 guerre regionali o guerre civili che hanno provocato la morte in combattimento di 7 milioni e duecentomila soldati, appena un milione e duecentomila meno dei militari caduti nella prima guerra mondiale.    
E le vittime civili sono state ancora più numerose: da 35 a 40 milioni. Su 184 Paesi membri delle Nazioni Unite, da 60 a 70 sono stati impegnati in operazioni belliche.    
Soltanto tre delle 2.340 settimane trascorse nell'arco di anni preso in considerazione sono trascorse senza che ci fosse alcuna guerra in corso. “La maggior parte dei conflitti presi in esame” ha scritto Tofler nel suo libro “possono essere considerati espressione periferica della guerra fredda”.   
Ma anche dopo la caduta del Muro le cose non sono andate molto meglio. I conflitti, piuttosto, hanno cambiato radicalmente natura.    
Mentre gli ottimisti pronosticavano il trionfo del disarmo e della pace universale, la guerra, “espulsa” dall'Europa sotto il sistema bipolare, vi è ritornata alla grande nelle ex-Jugoslavia, e nonostante due anni di tregua armata imposta dalla NATO non può ancora essere considerata conclusa.    
Negli altri continenti, è stata addirittura una escalation: nel 1994 i conflitti in corso erano 31, nel 1995 35, nel 1996 38, per l'anno che sta per concludersi nessuno ha fatto ancora i conti.    
Certo, soltanto i tecnici potrebbero elencare a memoria questi focolai di scontro, di cui talvolta la nostra stampa non fa neppure cenno.    
Alzi la mano chi è a conoscenza, per dirne una, della guerra tra il governo della Papua-Nuova Guinea e gli abitanti delle isole Bougainville, o dell'endemico conflitto tribale che divide il Senegal. Meglio conosciute sono altre guerre, civili e no, come quelle che interessano l'area del Kurdistan, l'Afganistan, l'Algeria, la Somalia o il Sudan meridionale. La sola cosa certa è che, sommati tutti insieme, questi conflitti fanno ogni anno centinaia di migliaia di vittime tra civili e militari, tra caduti in combattimento e morti di fame, e molti durano da tanti anni da apparire insolubili.    
Per quanto riguarda l'Italia, basterà dire che le sue Forze armate hanno effettuato, a partire da quel fatidico 1990, più operazioni militari che in tutti i nove lustri della guerra fredda.   
Lo studioso americano James Rosenau parla di ”una politica internazionale entrata in una fase di turbolenza, di scosse e di incertezza”.    
Edward Luttwak aggiunge: “Mentre la guerra fredda induceva alla prudenza, le circostanze presenti lasciano maggiori margini alla aggressività. E' perciò legittimo supporre che davanti a noi ci sia una nuova stagione di bellicosità, che non potrà durare a lungo senza conseguenze”.    
Dal momento che, almeno nell'immaginario collettivo, fare la guerra è diventato meno pericoloso per la virtuale impossibilità a usare l'arma nucleare, esiste la concreta possibilità che un maggior numero di Paesi (o meglio di governi irresponsabili o di gruppi armati organizzati) ricorra alla guerra per affermare le sue ragioni.    
Questi potenziali guerrafondai sanno benissimo che la disponibilità dell'Occidente a rispondere alle loro provocazioni è in rapida diminuzione perché, come scrive lo stratega americano Dan Morelli, “il più grande problema delle democrazie rispetto ai militari è che non possono né dichiarare né vincere le guerre senza un appoggio popolare, senza il consenso della maggioranza dell'elettorato; e per mantenere questo consenso, nella ipotesi che guerra debba essere, è necessario ridurre al minimo il costo in termini di perdite umane e pertanto operare sul campo di battaglia con le mani parzialmente legate”.    
La risposta degli Stati Uniti è stato il ricorso, sempre più metodico, alla guerra tecnologica, alle armi intelligenti, a quegli strumenti di cui ormai, dopo il collasso dell'industria bellica sovietica, hanno un virtuale monopolio. Ma se questa strategia ha funzionato abbastanza bene durante la Guerra del Golfo, non si adatta a interventi come quello in Somalia, non servirebbe se si riaccendesse il conflitto etnico in Bosnia e c'è da dubitare che possa essere di grande utilità in qualsiasi dei conflitti oggi latenti.    
Quanto alla risposta dell'Europa, è ancora più scoraggiante, un po' perché la disponibilità delle nostre pubbliche opinioni a impegnarsi in un conflitto armato che non minacci interessi diretti e immediati è pressoché nulla, un po' perché (con una parzialissima eccezione per Francia e Gran Bretagna) le Forze armate dell'UE non dispongono neppure dei mezzi adatti.    
Le speranze di molti governi di trasformare le Nazioni Unite in un custode finalmente efficiente del famoso nuovo ordine mondiale, con tanto di unità di pronto intervento sempre a disposizione, sono perciò naufragate miseramente e le possibilità di montare una nuova spedizione del genere “Restore Hope” in Somalia sono oggi zero virgola zero. In una situazione così fragile, è naturale che le occasioni di conflitto si moltiplichino, così come i candidati a scatenarli. Finiti gli scontri ideologici, magari anche artificiali (è molto difficile credere, tanto per fare un esempio, che in Angola l'MPLA combattesse davvero per il trionfo del marxismo e l'UNITA per il liberismo e la democrazia), sono tornati alla ribalta i conflitti politico-territoriali che avevano dominato la storia per moltissimi secoli e prendono sempre più piede i conflitti etnico-confessionali, che si traducono spesso in guerre insurrezionali, secessione di gruppi sociali con propria identità contro lo Stato di cui fanno parte.    
Per questo tipo di guerre, anche l'intervento esterno, ammesso che ci sia qualcuno disposto a intraprenderlo, diventa più difficile, perché in base al diritto internazionale il governo interessato ha diritto di rifiutarlo. Il caso dell'Algeria, che risponde ostinatamente di no a ogni proposta esterna perfino di mediazione diplomatica, è sotto questo rispetto particolarmente significativo.   
Abbiamo visto più sopra che, secondo buona parte degli esperti, l'area di maggior tensione resta il Medio Oriente, dove una nuova guerra potrebbe scoppiare addirittura tra la consegna di questo articolo e il recapito della rivista agli abbonati.    
Devo dire che, in un seminario organizzato subito dopo la firma degli accordi di Oslo, previdi - unico tra sette relatori - che essi non sarebbero potuti andare a buon fine, per l'oggettiva impossibilità a conciliare interessi tra loro inconciliabili: sul futuro di Gerusalemme, sulla sorte degli insediamenti ebraici a Gaza e in Cisgiordania, sull'effettiva tollerabilità, da parte di Israele, di uno Stato palestinese indipendente a un tiro di schioppo dai suoi maggiori insediamenti urbani e industriali.    
Se a questo  si aggiungono la difficoltà a cancellare in tempo utile (soprattutto sul piano dei sentimenti popolari) l'eredità di cinquant'anni di guerra senza esclusione di colpi, la recrudescenza del terrorismo di matrice integralista, la progressiva perdita di credibilità di Yasser Arafat e l'avvento al potere di un premier israeliano eletto con il concorso decisivo degli estremisti, la miscela appare davvero esplosiva.    
Perfino l'eredità positiva (e che sembrava definitivamente acquisita) degli accordi di Oslo, cioè il trattato di pace con la Giordania e l'allentamento delle tensioni tra Gerusalemme e gli altri Paesi arabi, risulta oggi in pericolo, e potrebbe svanire del tutto se i regimi moderati della regione fossero sbalzati di sella - o anche solo costretti a cambiare politica - dai cavalieri neri del nuovo Islam. Troppa gente è in grado di accendere la miccia. E se alcuni, come il siriano Assad, sono probabilmente più prudenti nel maneggiarla di quanto non appaia, sulla prudenza di altri non si può contare.   
Il rinnovato scontro arabo-israeliano, che gli USA cercano di mantenere disperatamente nell'alveo diplomatico, ha la peculiarità di appartenere contemporaneamente a entrambe le “categorie a rischio”, cioè di essere nello stesso tempo politico-territoriale ed etnico-confessionale.    
Quello asiatico preconizzato dall'Istituto di Studi strategici è invece soprattutto del primo tipo, con un intreccio abbastanza inestricabile di rivalità, inimicizie storiche e conflitti di interesse che coinvolgono Cina, Giappone, Corea e i nuovi Paesi emergenti del Sud-Est.    
Quale potrebbe essere il casus belli è difficile dire, ma le possibilità non mancano di certo: dalle rivendicazioni di Pechino su Taiwan alla guerra commerciale che si aprirà quando la Cina avrà raggiunto una maggiore competitività, da una possibile “esplosione” della Corea del Nord alla sorda guerra già in corso per il controllo delle risorse petrolifere del Mar della Cina.    
Significativamente, questa è l'area del globo in cui più velocemente stanno aumentando le spese militari, come se i vari Stati volessero approfittare della attuale fase di espansione economica per prepararsi a un conflitto considerato quasi inevitabile. Non bisogna dimenticare che, in questa regione, operano l'unica potenza nucleare - la Cina - che per la sua struttura di potere potrebbe senza troppe remore utilizzare “l'arma finale” e l'unico grande Paese - il Giappone - cui gli Stati Uniti non potrebbero negare, per i trattati esistenti e i profondissimi legami economici, totale protezione.    
E' anche giusto, tuttavia, aggiungere che il tipo di conflitto che si delinea all'orizzonte, con le sue componenti prevalentemente razionali, è anche il più “negoziabile” sul piano diplomatico.   
Senza sposare le tesi estreme di Huntington, il quale prevede che i confini tra la civiltà occidentale e le altre stiano per diventare le “battle lines”, i fronti caldi, del secolo che sta per aprirsi, il motivo dello scontro tra civiltà, combinato con quello dello scontro ricchi-poveri, è senz'altro destinato ad assumere un ruolo di primo piano. Se vogliamo, perfino episodi come la strage dei turisti stranieri a Luxor ne possono essere considerati i prodromi.    
Qualcuno osserva che, per il momento, la linea di contenimento dell'Islam violento passa all'interno del medesimo mondo islamico, e che finché durerà questo stato di cose il pericolo potrà essere controllato e contenuto.    
Ma ci saranno sempre dei generali algerini o dei dittatori egiziani disposti a fare questa parte, o l'Europa, con tutte le sue debolezze e le sue vulnerabilità, si troverà presto in prima linea?   
Il potenziale esplosivo dei conflitti etnico-confessionali è stato rivelato soprattutto dal caso della Jugoslavia, dove uno Stato senza dubbio artificiale, ma che bene o male era sopravvissuto alle vicissitudini di 70 anni, si è rapidamente dissolto in un mare di sangue.    
Un po' meglio è andata per la liquidazione del più grande stato multietnico del mondo, l'Unione Sovietica, ma la storia non può considerarsi finita.    
A parte la tragedia della Cecenia, il persistente conflitto tra armeni e azeri nel Caucaso e vari altri latenti nell'Asia centrale, nessuno è disposto a scommettere sulla solidità di un'Ucraina divisa tra un ovest “europeizzante” e un est prevalentemente russofono, o sulla possibilità di una convivenza totalmente pacifica tra i Paesi baltici e i loro ex padroni moscoviti.    
Noi europei non siamo neppure in condizione di scagliare la prima pietra, se pensiamo che Londra è alle prese da molte generazioni con il problema dell'Ulster, che la Spagna non è riuscita a venire a capo degli estremisti baschi, che la Francia non trova uno sbocco per l'autonomismo corso e che perfino noi, tolleranti italiani, potremmo doverci misurare tra breve con frange impazzite dei seguaci di Bossi.    
Conclusione? Stiamo entrando in un'era molto complessa, che spinte contrastanti come il sorgere degli autonomismi e il contestuale indebolimento degli Stati centrali, almeno come tutori dell'ordine pubblico e dello spirito nazionale, rendono ancora più difficile da gestire.    
La necessità in cui si trovano i pochi governi che hanno una politica estera di respiro, di fare fronte contemporaneamente a problemi di natura diversa (e che possono richiedere anche soluzioni totalmente diverse) complica la ricerca di soluzioni rispetto agli anni della guerra fredda.    
E mentre l'Europa, come entità politica, non riesce a decollare, gli Stati Uniti sembrano avere perso quella padronanza della situazione che avevano una volta e le Nazioni Unite sono tornate a precipitare in quella ineffettualità che le aveva afflitte fino al 1990.    
L'equazione della pace, perciò, è lontana dall'essere risolta; anzi, nuove incognite spuntano da tutte le parti.  
 
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