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urante il periodo immediatamente precedente e quello successivo alla Rivoluzione francese si assiste ad una produzione teatrale costretta dagli eventi, pronta ad adeguarsi inevitabilmente all'ideologia politica dominante.     
Si delineano nella fase prerivoluzionaria due distinti filoni: il primo permeato da toni ed espressioni individualiste care al romanticismo germanico; l'altro, invece, che trova ispirazione nelle cosiddette virtù repubblicane con il recupero di temi classici.     
Un tentativo di mediazione tra queste due tendenze si ebbe con Jean François Ducis (1733-1816), che negli anni antecedenti la Rivoluzione attuò varie riduzioni di testi shakespeariani secondo le norme del buon gusto: come “Amleto” (1769), “Romeo e Giulietta” (1775), “Re Lear" (1783), “Macbeth” (1784) e “Otello” (1792), opere che all'epoca ottennero un ottimo successo di pubblico pur essendo chiaramente una copia spenta e sbiadita, assai lontana dall'originale.     
Egli scrisse ex novo due tragedie, di cui ricordiamo i titoli: “Edipo da Admeto” (1778) e “Abufar” (1795) che Talma, uno dei migliori attori del momento, portò felicemente sulle scene. Anche nei momenti politicamente più difficili, Ducis mantenne immutato il sentimento monarchico e la fede cattolica, non accettando mai le onorificenze attribuitegli da Napoleone.    
Importanti esponenti della cultura letteraria francese del periodo rivoluzionario furono i due fratelli Chénier, André (1762-1794) e Marie Joseph (1764-1811), che parteciparono attivamente alle fasi iniziali della rivoluzione e accettarono di assumere incarichi di carattere pubblico. Marie Joseph ricoprì, infatti, la carica di membro della Convenzione e del Tribunato. Tuttavia André, logorato dal periodo del Terrore, si volse con fermezza alla difesa del re Luigi XVI, distaccandosi così radicalmente dai dettati di questa fase rivoluzionaria.  Ciò lo portò, nonostante l'intervento del fratello Marie Joseph che aveva varie conoscenze fra gli esponenti di spicco della Rivoluzione, ad essere condannato a morte per ghigliottina: l'esecuzione avvenne a Parigi nel 1794. Mentre la cospicua produzione letteraria di André verteva nel campo della poesia e solo marginalmente lambì il teatro con due commedie satiriche, le opere di Marie Joseph Chénier furono per lo più tragedie che ebbero vasto riscontro presso il pubblico, ossia “Carlo IX” (1789), “Enrico VIII” (1791), “Fénelon o le monache di Cambrai” (1793) e la censurata “Tiberio”, che poté essere rappresentata postuma solo nel 1844.     
In questo frangente storico il teatro in generale fu costretto ad inneggiare al sentimento patriottico rivoluzionario e nel periodo del Terrore vennero messe in atto misure assai restrittive e censorie di tutto ciò che potesse, anche in minima parte, avversare gli ideali della Rivoluzione.     
I temi delle tragedie di Marie Joseph Chénier risultano essere, ad esempio, le vicende di un monarca reazionario (“Carlo IX”), le atrocità del potere assoluto (“Enrico VIII”), oppure una monacazione coatta e controvoglia (“Fénelon”), tutto allo scopo ultimo di dimostrare al pubblico che ciò che non nasce dal sentimento di libertà e non segue lo spirito rivoluzionario sfocia in degenerazioni individuali e in feroci prevaricazioni e, pertanto, deve essere completamente rifiutato.     
L'avvento al potere di Napoleone causò un deciso mutamento nel teatro francese: venne concesso maggior spazio alle compagnie di stato, come la Comédie Française, il Théâtre de l'Impératrice, l'Odéon, l'Opera e l'Opera-Comique, limitando sempre il repertorio ai soli testi approvati dalla censura, cui seguì nel 1807 una ancor più ampia restrizione con la chiusura di tutte le piccole sale teatrali di Parigi, eccetto il Théâtre de la Gaîté e l'Ambigu-Comique. Tali provvedimenti rimasero in vigore sino al 1830. Il clima repressivo e limitante le diverse capacità degli autori non favorì di certo la nascita di capolavori o l'emergere di nuovi talenti teatrali di ampio respiro visto che la situazione storica portò in Francia ed in buona parte dell'Europa alla chiusura dei teatri o alla censura delle opere sotto Napoleone.     
I commediografi, in epoca rivoluzionaria, avevano avuto il compito ludico di distogliere il pubblico dai pensieri troppo impegnativi e dalle morti atroci che il periodo del Terrore generava quotidianamente.     
Nel 1792 si era creato così il teatro della comédie à vaudeville, ossia della commedia leggera caratterizzata da equivoci e battute salaci frammista da strofe cantate su arie note, come nelle 50 commedie allegre di Louis Benoit Picard (1769-1828), di cui annoveriamo “La piccola città” (1801), che all'epoca catturò assai il pubblico per la sua vis comica. Tuttavia, durante il periodo che va dall'impero alla restaurazione, un nuovo genere teatrale ebbe la meglio sugli altri, il melodramma, che era trattato come parallelo del vaudeville in ambito patetico o drammatico.     
Il più importante scrittore di melodrammi fu Guilbert de Pixérécourt (1773-1844), che ne compose un centinaio: “Victor, o il figlio della foresta” (1798), “Coelina, o il figlio del mistero” (1800), “Il solitario della roccia nera” (1806). Carattere comune al melodramma era mettere in scena a confronto un eroe virtuoso e il suo acerrimo nemico, e, solo dopo lunga serie di vicissitudini, il primo spesso riusciva ad avere la meglio. Gli allestimenti elaborati e le scene spettacolari venivano privilegiate, mentre la danza, il canto e la musica rimanevano esclusivamente di supporto. La parte comica era interpretata da un servo o dall'amico del protagonista. In ogni caso anche nel melodramma del periodo napoleonico predomina l'elemento moraleggiante, per cui la virtù perseguitata riesce e primeggiare e la scelleratezza degli empi esce sconfitta.     
 
 
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