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Profanazioni ai cimiteri ebraici. Pestaggi agli immigrati di pelle scura. Pretese di limitare la presenza di giovani provenienti dall'Italia meridionale in mansioni pubbliche da svolgere nell'Italia settentrionale. E quelle scritte, sui muri: “No alla società multirazziale”. Grottesco, come se gli esseri umani non appartenessero tutti a un'unica razza: quella umana, appunto. Stiamo diventando un paese razzista? No, lo eravamo anche prima. Il razzismo è come il cancro, non esiste terra felice che ne sia immune. Domanda realistica sarebbe, semmai, sul grado di diffusione della malattia. Sta metastatizzando? “Molti indizi”, risponde lo storico Giuseppe Galasso, “indurrebbero purtroppo a rispondere di sì; però la tradizione italiana è così profondamente lontana da quel tipo di convinzioni da autorizzare a credere che, alla fine, gli anticorpi risulteranno più forti”. Ordinario di Storia Moderna alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Federico II di Napoli, autore di testi tradotti in più lingue nonché direttore di collane editoriali e collaboratore dei più prestigiosi quotidiani nazionali, Giuseppe Galasso ha specificatamente approfondito la costante presenza di aspetti multietnici e multiculturali nell'evoluzione del nostro Paese, fin dai tempi più antichi. Vogliamo ricordare qualche aspetto particolarmente significativo? “L'Italia preromana era un
mosaico di genti e civiltà diverse, e la molteplicità si
conservò viva anche nella civiltà latina, che non sarebbe
pensabile senza gli elementi apportatile da etruschi, elleni della Magna
Grecia, popolazioni italiche come gli umbri, i sanniti, gli osci.
Questo fino al 1861... “Quando il Paese si unificò
realmente, e si può dire per la prima volta in senso proprio, la
variegatezza non venne affatto meno: al contrario.
E oggi? “Il tradizionale policentrismo
è tuttora ben vivo. Dal punto di vista etnico, in pochi altri Paesi
si può osservare un'antropologia fisica che, al pari della nostra,
sia il risultato di processi millenari prodotti dall'incontro, spesso anche
dallo scontro, fra genti diverse.
Dal punto di vista linguistico? “Le varietà dialettali sono fortissime. Tutti continuiamo a parlare il ladino, pronunciato e articolato grammaticalmente in maniera diversa, a seconda se piemontesi o siciliani o sardi o veneti e così via. L'italiano toscano è diventato la lingua nazionale per ragioni esclusivamente culturali, non politiche, e con il contributo di scrittori, pensatori, studiosi di ogni parte della penisola”. Quale pensa siano il significato e il ruolo di Roma capitale? “Tutti coloro che dimostrano
di meglio conoscere la realtà italiana concordano nell'osservare
che Roma non ha mai avuto un ruolo monolitico, sul tipo di quello che Parigi
o Londra o Vienna hanno avuto nei rispettivi Paesi. Per fare una Parigi
italiana occorrerebbe mettere, insieme con Roma, Milano e Napoli, Firenze
e Bologna, Torino e Palermo e ancora qualche altra città.
Quali potrebbero essere,
dunque, le ragioni per cui una società multietnica ci fa paura?
“La molteplicità culturale si riscontra tanto in società multietniche quanto fra i diversi strati di una società etnicamente omogenea. Culture confessionali e laiche, cultura aristocratica e popolare, borghese e proletaria, urbana e rurale, e infinite altre distinzioni sono possibili. Direi che prima dell'etnos viene la cultura, prima delle differenze etniche ci sono quelle sociali. In buona sostanza, la paura o i pregiudizi etnici, spesso, non sono altro che paura e pregiudizi sociali”. Secondo lei è un problema vero, quello dell'identità di cui tanto si parla, oggi, nel mondo? Oppure è un falso problema? “C'è sempre un problema d'identità, non solamente oggi. Lo constatiamo anche nelle nostre biografie individuali, o nella vostra vita familiare. L'importante è credere che le identità siano non degli schemi naturali e immobili, bensì delle realtà storiche in continua evoluzione. In sintesi: l'identità dev'essere sempre una certezza, ma una certezza dinamica, aperta”. Possiamo ipotizzare una crisi d'identità alla base anche di certe spinte secessioniste? “Secondo me, se oggi si facesse
un referendum sulla secessione di questa o quella parte d'Italia, il risultato
sarebbe una clamorosa vittoria dell'unità italiana, che è
molto più solida e fondata in elementi fortissimi, antichi e nuovi,
di quanto possano fare credere gli innegabili, gravi e indifferibili problemi
di varie parti del Paese, e soprattutto molte sciocche ma non perciò
meno pericolose demagogie”.
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Jewish
graveyards desecrated. Dark-skinned immigrants beaten. People who want
to limit the number of young people from southern Italy having state jobs
in nothern Italy. Are we becoming a racist country?
No, we were racist even before. Racism is like cancer, there are no happy countries immune from it. Rather, a realistic question would concern the spreading rate of the disease. Is it metastasising? “Many signs”, answers historian Giuseppe Galasso, “would unfortunately induce a positive answer; the Italian tradition, however, is so far away from such convictions that one might believe that, in the end, the antibodies will be stronger”. Professor of Modern History
at the Faculty of Letters and Philosophy of the University Federico II
at Naples, author of texts translated in various languages and even editor
of publishing works and contributor to some of the most prestigious national
daily newspapers, Giuseppe Galasso specifically investigated the constant
presence of multiethnic and multicultural aspects in Italy's evolution
since ancient times.
This was the scenario until
1861.
And what about today?
What about the linguistic
aspect?
Can we assume that an identity
crisis also lies at the bottom of certain secessionist movements?
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