Intervista a Giuseppe Galasso
 Interview with historian Giuseppe Galasso
 
 
Only English
Italian - English
 
Profanazioni ai cimiteri ebraici. Pestaggi agli immigrati di pelle scura. Pretese di limitare la presenza di giovani provenienti dall'Italia meridionale in mansioni pubbliche da svolgere nell'Italia  settentrionale.   
E quelle scritte, sui muri: “No alla società multirazziale”. Grottesco, come se gli esseri umani non appartenessero tutti a un'unica razza: quella umana, appunto.   

Stiamo diventando un paese razzista? No, lo eravamo anche prima. Il razzismo è come il cancro, non esiste terra felice che ne sia immune. Domanda realistica sarebbe, semmai, sul grado di diffusione della malattia. Sta metastatizzando?   

“Molti indizi”, risponde lo storico Giuseppe Galasso, “indurrebbero purtroppo a rispondere di sì; però la tradizione italiana è così profondamente lontana da quel tipo di convinzioni da autorizzare a credere che, alla fine, gli anticorpi risulteranno più forti”.   

Ordinario di Storia Moderna alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Federico II di Napoli, autore di testi tradotti in più lingue nonché direttore di collane editoriali e collaboratore dei più prestigiosi quotidiani nazionali, Giuseppe Galasso ha specificatamente approfondito la costante presenza di aspetti multietnici e multiculturali nell'evoluzione del nostro Paese, fin dai tempi più antichi.   

Vogliamo ricordare qualche aspetto particolarmente significativo?   

“L'Italia preromana era un mosaico di genti e civiltà diverse, e la molteplicità si conservò viva anche nella civiltà latina, che non sarebbe pensabile senza gli elementi apportatile da etruschi, elleni della Magna Grecia, popolazioni italiche come gli umbri, i sanniti, gli osci.   
Nei secoli successivi, il policentrismo continuò a essere l'elemento più fortemente caratterizzante della nostra storia.Ricordiamo, ad esempio, quanto, attraverso il tempo, abbia potuto significare l'esistenza di un centro per definizione multiculturale e multietnico come la chiesa cattolica, la cui curia è sempre stata, da questo punto di vista, un'autentica internazionale.   
E, ancora, giusto per richiamare realtà fra le più macroscopiche, la corte dei Normanni e di Federico II nell'Italia meridionale, la straordinaria realtà di Venezia fra l'Oriente e l'Occidente, o ancora città come Firenze o Milano dove gli incontri e le rielaborazioni culturali sono stati una costante”.   

Questo fino al 1861...   

“Quando il Paese si unificò realmente, e si può dire per la prima volta in senso proprio, la variegatezza non venne affatto meno: al contrario.   
Dimostrano di non aver capito niente della nostra storia coloro i quali pensano che l'Italia e la nostra civiltà siano un'invenzione più o meno artificiosa, pretestuosa, di chi ha fatto il Risorgimento e l'unità nazionale.   
L'Italia come civiltà e cultura è ben più antica del 1861. In un certo senso, ne sono immagine significativa quelle chiese che, come accade a Siracusa, furono fondate quali templi greci, servirono quindi Roma e poi i bizantini, in seguito vennero trasformate in moschee musulmane e infine divennero cristiane cattoliche”.   

E oggi?   

“Il tradizionale policentrismo è tuttora ben vivo. Dal punto di vista etnico, in pochi altri Paesi si può osservare un'antropologia fisica che, al pari della nostra, sia il risultato di processi millenari prodotti dall'incontro, spesso anche dallo scontro, fra genti diverse.   
Un'etnia italiana non è mai esistita, e neppure sono esistite sottoetnie italiane. Per quanto riguarda poi l'economia, la nostra città maggiore non è Roma, bensì Milano. Sotto l'aspetto culturale, infine, Firenze, Napoli, Venezia, oltre la stessa Milano, per non parlare di Torino, e di molte città minori, sono, a loro volta, importanti quanto Roma, a volte anche di più”.   

Dal punto di vista linguistico?   

“Le varietà dialettali sono fortissime. Tutti continuiamo a parlare il ladino, pronunciato e articolato grammaticalmente in maniera diversa, a seconda se piemontesi o siciliani o sardi o veneti e così via. L'italiano toscano è diventato la lingua nazionale per ragioni esclusivamente culturali, non politiche, e con il contributo di scrittori, pensatori, studiosi di ogni parte della penisola”.   

Quale pensa siano il significato e il ruolo di Roma capitale?   

“Tutti coloro che dimostrano di meglio conoscere la realtà italiana concordano nell'osservare che Roma non ha mai avuto un ruolo monolitico, sul tipo di quello che Parigi o Londra o Vienna hanno avuto nei rispettivi Paesi. Per fare una Parigi italiana occorrerebbe mettere, insieme con Roma, Milano e Napoli, Firenze e Bologna, Torino e Palermo e ancora qualche altra città.   
Il tradizionale policentrismo è alla base non soltanto dell'estrema differenziazione della fisionomia materiale, culturale e morale del nostro Paese, ma anche della sua capacità di mantenere una fortissima apertura all'esterno”.   

Quali potrebbero essere, dunque, le ragioni per cui una società multietnica ci fa paura?   
Eppure esiste già, basta salire su un autobus per rendersene conto.   
Discorso diverso per la società multiculturale, che rimane una meta davvero lontana: perché è tanto difficile costruirla?   

“La molteplicità culturale si riscontra tanto in società multietniche quanto fra i diversi strati di una società etnicamente omogenea. Culture confessionali e laiche, cultura aristocratica e popolare, borghese e proletaria, urbana e rurale, e infinite altre distinzioni sono possibili. Direi che prima dell'etnos viene la cultura, prima delle differenze etniche ci sono quelle sociali. In buona sostanza, la paura o i pregiudizi etnici, spesso, non sono altro che paura e pregiudizi sociali”.   

Secondo lei è un problema vero, quello dell'identità di cui tanto si parla, oggi, nel mondo? Oppure è un falso problema?   

“C'è sempre un problema d'identità, non solamente oggi. Lo constatiamo anche nelle nostre biografie individuali, o nella vostra vita familiare. L'importante è credere che le identità siano non degli schemi naturali e immobili, bensì delle realtà storiche in continua evoluzione. In sintesi: l'identità dev'essere sempre una certezza, ma una certezza dinamica, aperta”.   

Possiamo ipotizzare una crisi d'identità alla base anche di certe spinte secessioniste?   

“Secondo me, se oggi si facesse un referendum sulla secessione di questa o quella parte d'Italia, il risultato sarebbe una clamorosa vittoria dell'unità italiana, che è molto più solida e fondata in elementi fortissimi, antichi e nuovi, di quanto possano fare credere gli innegabili, gravi e indifferibili problemi di varie parti del Paese, e soprattutto molte sciocche ma non perciò meno pericolose demagogie”.   
 

 
© Italian LeaderShip