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"BERGAMO" E LA "ANCONA"
GUERRE "IMPOPOLARI" BANCA POPOLARE DI
BERGAMO CREDITO VARESINO - BANCA POPOLARE
DI ANCONA
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degli azionisti di serie B”. Con questo titolo a caratteri cubitali Milano
Finanza, il prestigioso settimanale economico, ha annunciato l'avvento
della cosiddetta “Riforma Draghi”.
Gli ha fatto eco - con una nota di minore ottimismo - l'altrettanto prestigioso Corriere della Sera, con un pregevole pezzo a firma di Alessandro Penati dal titolo “La Riforma Draghi? Un primo passo verso la trasparenza”. Così, mentre gli esperti di economia e di diritto societario dissertano sull'OPA e sull'autorizzazione alla raccolta delle deleghe - temi eccelsi ma patrimonio dei “pochi” grandi - gli interessi dei piccoli azionisti sono totalmente disattesi da maggioranze di controllo nelle quali si confonde - troppo spesso - il diritto di gestire con l'arroganza del potere. Recentissimi esempi eclatanti - fra i molti - sono le assemblee della Santavaleria, della De Angeli Frua e, soprattutto, della Banca Popolare di Ancona. La “Ancona” andava bene. Fondata nel 1891 è leader nel suo territorio, gode di un meritato prestigio, ha un azionariato molto frazionato - circa 20.000 soci -, si avvale di Amministratori preparati e qualificati che ben la rappresentano anche all'esterno. Un giorno fu scoperta dalla Banca Popolare di Bergamo-Credito Varesino. Gli Amministratori della “Bergamo” superarono tutti i luoghi comuni, che vogliono i bergamaschi attaccati alle loro tradizioni ed alle loro valli, gelosi della propria autonomia e poco inclini a “mescolarsi” ad altri. Dimenticarono che - come tramandano i verbali delle assemblee della “Bergamo” - non pochi soci ebbero a che dire anche sul connubio con il non lontano Credito Varesino. Decisero di partire alla conquista prima del “centro”, con l'acquisizione della “Ancona”, e poi del “sud” con la Banca Popolare di Napoli e la Banca Popolare Campana. E' possibile (ed anzi probabile) che questo “raptus” fosse (e sia) giustificato da una strategia di difesa. Una specie di vaccinazione contro la possibilità di diventare, a sua volta, “preda” da parte di più agguerriti e potenti istituti italiani e/o esteri. Una banca fortemente radicata in una area geografica ben identificata è infatti obiettivo più appetibile di una sparsa a macchia di leopardo dal nord al sud con la quale sono quindi più probabili sovrapposizioni e meno identificabili convergenze e sinergie. Sia come sia, la “Bergamo” convinse la “Ancona” che sarebbe stata una buona partner senza pretese egemoniche; che fra le due banche c'era comunione di interessi per la sostanziale omogeneità delle situazioni economiche locali; che potevano essere utili l'una all'altra e così via, bla, bla, bla. Fu stilato un protocollo per il quale la “Ancona” avrebbe mantenuto, con l'autonomia gestionale per molti anni, la propria struttura, la propria immagine ecc. ecc. La “Bergamo” entrò così nell'”Ancona”. Tutti felici? Non proprio tutti. Molti soci bergamaschi considerarono una “diminutio” scendere a sud del Po. Molti marchigiani, come “ex pontifici”, subirono - a loro volta - il connubio con "austroungarici". L'Italia, si sa, è il paese dei “campanili” e dei campanilismi. Per fortuna sono, questi, più atteggiamenti esteriori che convinzioni interiori. Non passa molto tempo, però, ed ecco che la “Bergamo” vuol far valere la propria posizione dominante. Per acquisire la maggioranza ed imporsi attua un'operazione di ingegneria finanziaria. Forte del 51% così acquisito, vuol dunque ricondurre l'“Ancona” all'interno del proprio regno negandole anche lo status di provincia autonoma. Una più che ristretta oligarchia di Amministratori e di managers della “Bergamo” impone il vassallaggio alle migliaia e migliaia di soci della “Ancona”. Gli Amministratori della Ancona (capeggiata dal Presidente avv. Bacci, al quale deve peraltro essere fatta carico una buona dose di ingenuità per aver creduto che potessero convivere vasi di ferro e vasi di coccio) hanno cercato di opporsi. Ecco allora la “Bergamo” ricorrere ad uno dei più classici “giochini”: far dimettere i propri Consiglieri per evitare che il Consiglio della “Ancona” possa deliberare. Convocata l'Assemblea per sostituire i dimissionari, con un gesto di buona volontà è stata proposta - dall'”Ancona” - la nomina del Vice Presidente della “Bergamo”, dottor Giuseppe Calvi. I rappresentanti della “Bergamo” non hanno esitato a votare contro il loro Vice Presidente pur di averla vinta. Vogliono che si dimetta tutto il Consiglio. Vogliono “far fuori” gli attuali Amministratori, espressione dei circa 20.000 soci marchigiani, per imporre un gruppo che obbedisca senza discutere. Vogliono scorporare dalla “Ancona” tutta una serie di attività e di funzioni per ridurla ad una struttura puramente esecutiva al servizio della politica egemone della “Bergamo”. Il dibattito all'Assemblea ha evidenziato in modo univoco la “tensione” fra le due banche. Per cercare una via d'uscita è stato promosso un arbitrato. Nel frattempo, però, la “Bergamo” paralizza l'attività dell'”Ancona”, avvalendosi di una clausola degli accordi per la quale ogni decisione del Consiglio di Amministrazione dell'”Ancona” richiede la presenza in Consiglio di almeno due Consiglieri rappresentanti la “Bergamo”. In Consiglio, per la “Bergamo” è rimasto invece soltanto il dottor Martinez. Ed allora? Paralisi. Questo è il diktat partito da Bergamo. Se l'attività è “ingessata” non è un danno anche per la “Bergamo? Certo che sì. Chi è (o crede di essere) il più forte non ammette esitazioni: costi quel che costi. Minoranze, dipendenti, immagine, danni all'economia locale non contano. Sono e si sentono “padroni”. “Delenda Cartago!”. Ciò detto, vogliamo subito aggiungere che non saremo noi a scandalizzarci. Nel panorama italiano succede questo ed altro. Viene soltanto da sorridere leggendo il già citato titolo di Milano Finanza. Altro che fine degli azionisti di serie B! Le minoranze, i piccoli risparmiatori sono estranei ai campionati ufficiali. Appartengono alla serie “dilettanti”. Non contavano e non contano nulla o quasi. Almeno oggi è così, e così sarà pure dopo la “Draghi”. Neppure nelle Popolari. Ed è tutto dire! La vicenda fra la “Bergamo” e la “Ancona” ci induce, piuttosto, a riflettere sul ruolo che ha (se ancora lo ha) Emilio Zanetti quale Presidente della Banca Popolare di Bergamo-Credito Varesino. Emilio Zanetti, uomo colto, cattolico, riservato, figlio d'arte, industriale caseario, editore dell'Eco di Bergamo, Cavaliere del lavoro, ecc. ecc., ha diretto per tanti anni la Banca in prima persona. Con pugno di ferro, ma anche con competenza. Ha sempre evitato pettegolezzi e clamori non soltanto sulla sua persona, ma anche sulla Banca. Stupisce - francamente stupisce - che possa essere lui l'ideatore e il promotore di questa “illogica”, “irrazionale” e controproducente “campagna” di conquista “armata manu”. Non è da lui. Per lo meno non “era” da lui. Forse non è senza significato che il sempre informato Milano Finanza in una nota dell'11.10.97 sul “Giro americano della Popolare di Bergamo” scriva “il Presidente Giorgio Frigeri”. Zanetti ha dunque ceduto (per sua o altrui volontà) lo scettro del comando? In effetti, lo “scontro” voluto ed attuato ad Ancona, se non si addice a Zanetti, calza a Frigeri. Al Direttore Generale - responsabile della line - sono da attribuire i meno che mediocri rendimenti di una struttura composta, a livello di capogruppo, da oltre 5.000 dipendenti e 300 sedi operative; a livello di gruppo da 7.000 unità, da oltre oltre 430 sportelli, da impieghi che superano i 19.000 miliardi. Il Bilancio della “Bergamo”, infatti, si salva con la gestione finanziaria, che è cosa totalmente diversa dal risultato tecnico. Rileggevamo il “De Senectute” di Cicerone. Non vorremmo che l'ultrasessantenne Zanetti avesse fatto proprio quanto scriveva l'antico oratore: “Io ormai ho vissuto la mia vita: se la vedano i giovani”. Sarebbe un peccato. Se i giovani poi sono i Frigeri... Fra la Popolare di Bergamo e la Popolare di Ancona una guerra nefasta e... impopolare.
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