di Stenio Solinas
 
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L'uomo che visse due volte. Ovvero, morte e resurrezione di   
uno scrittore anarchico e razzista, reazionario nel suo essere rivoluzionario, modernissimo eppure negatore del progresso, cane sciolto senza padroni che a forza d'abbaiare alla luna si trasformò in lupo, mostrò i denti, azzannò e alla fine da predatore si ritrovò preda, inseguito, braccato, preso e punito. Non per questo domato.   
All'inferno e ritorno. Questa la parabola, umana e professionale, di Louis Ferdinand Céline quale emerge dalla bella biografia  "Céline"di Philippe Alméras (Il Corbaccio Ed.).   
Dall'esilio danese del dopoguerra alla morte, il primo luglio del 1961, passano nemmeno quindici anni, quanto basta però per riportare sulla scena letteraria, e non solo, il più odiato, esecrato, ingiuriato, calunniato autore del '900.   
Un arco di tempo breve ma sufficiente per la più incredibile rinascita artistica del nostro secolo, una specie di doppio salto mortale, carpiato, con avvitamento, al termine del quale un nome dimenticato risorge a gloria di Francia, degno della Pléiade, opera omnia (o quasi...), in carta riso, con tanto di note, notizie e varianti al testo, glossarietti e appendici, legioni di specialisti al lavoro, lettori fedelissimi, maniaci addirittura, esemplari casi clinici nel nostro amore privo di qualsiasi pudore, pronti a scusar tutto, anche il non scusabile, a spiegare ogni cosa, anche l'inspiegabile...   
Un fiume in piena di bugie, così si presenta l'autobiografia céliniana rivisitata da Alméras: bugie piccole e grandi, innocue e meschine, puerili e ben costruite, quasi mai frutto di un'invenzione totale, di un falso assoluto, quasi sempre basate su un'operazione di sottrazione o di accumulo dell'esistente, del dato di fatto, dell'accaduto. Di estrazione piccolo-borghese, con tracce pregresse di nobilato locale, eccolo costruirsi un'identità proletaria e/o popolare: scrittore del popolo, figlio del popolo, voce del popolo.   
E certo, di povera gente, di emarginati, di sfruttati, di operai e di falliti, di miserabili e di sfigati ha avuto frequentazione: li ha incrociati da ragazzino, li ha avuti come commilitoni da soldato, come compagni di lavoro in Africa, come pazienti nel dispensario di Clichy.   
Li ha conosciuti, li ha studiati, li ha registrati nel grande libro della memoria; ma non è mai stato uno di loro.   
Invalido di guerra, potrebbe orgogliosamente mostrare le mutilazioni, le decorazioni, gli articoli di stampa che hanno raccontato il suo coraggio. Non gli basta: al braccio martoriato deve aggiungere una trapanazione del cranio mai avvenuta; e trasformare, lavorando di colla e forbici, resoconti giornalistici in copertine a lui dedicate. Medico di base, non sa resistere all'idea di arricchire il proprio curriculum con esperienze presso le officine Ford, negli Stati Uniti, da lui appena visitate.   
E dietro il cliché del “dottore dei poveri” fatica a scomparire il bell'uomo alto più di un metro e ottanta, che indossa abiti di buon taglio e stoffa inglese, biondo e con gli occhi azzurri, che conosce il mondo e il bel mondo, uno che a Ginevra come a Vienna, a New York come a Londra sa dove andare, come muoversi, cosa vedere, a proprio agio con pianiste come Lucienne Delforge, con scultrici come Louise Nevelson, con figlie della buona borghesia di provincia come Edith Follet, la sua prima moglie.   
La falsificazione, meglio, la riscrittura di se stesso, è sistematica, non riguarda solo pubblico e critica, ma avvolge amici e parenti.   
Il passaggio dalla Germania in fiamme alla Danimarca dove si ritroverà intrappolato, dura tre giorni. Ma nel raccontarlo a interlocutori fidati, eccolo trasformarsi in un'epopea di tre settimane...   
L'arresto nella casa di Copenaghen, un modesto episodio di polizia, con Ferdinand che non apre perché teme che dietro la porta ci siano dei comunisti venuti per arrestarlo, diventa una sorta di Helzapopping sui tetti, lui e Lucette in fuga fra lucernai, proiettili che fischiano, urla, minacce... L'amico Robert Poulet chinerà pietoso il suo sguardo su quella povera testa di trapanato di guerra: perché Ferdinand è riuscito a convincerlo di una cicatrice che non c'è...   
Il gioco del vero-non vero, del verosimile che si trasforma in reale, del reale che diviene inesistente, tiene botta di fronte anche all'accusa che nell'immediato dopoguerra lo bolla a fuoco: collaborazionista. Oggi noi sappiamo, sulla base di documenti, di ricerche d'archivio, di riscontri incrociati, di epistolari rimasti a lungo sepolti che quella qualifica era pertinente. Céline “collaborò”, non si limitò a scrivere qualche lettera ai giornali: rivendicò l'aver capito prima degli altri il disastro che si preparava per il suo Paese; rivendicò l'aver chiesto un'alleanza franco-tedesca; rivendicò la necessità di uno scontro all'ultimo sangue contro bolscevismo e democrazie liberali; rivendicò una linea di condotta recisa contro gli ebrei; auspicò una Francia razzialmente pura, nordica, separata fisicamente dal Sud meticcio e mediterraneo...   
Scelse con attenzione i giornali dove far apparire le sue provocazioni, ne seguì la pubblicazione, se n'ebbe a male quando qualche frase troppo polemica gli venne tagliata, polemizzò aspramente.   
Fra il '41 e il '44 scrisse trentuno lettere (e sei non vennero pubblicate perché ritenute “eccessive”), rilasciò 11 interviste, ripubblicò i suoi pamphlet, partecipò a conferenze, tenne contatti con le autorità tedesche. E però, aveva qualche fondamento di verità la sua linea di difesa del “non aver collaborato”.   
Perché non fu nel libro-paga di giornali o movimenti, perché la critica militante nazista trovava troppo nichilista il suo pensiero, perché in sedute conviviali più o meno pubbliche la sua vena esplodeva sinistra, prefigurando scenari catastrofici e rese dei conti epocali, perché si adoperò per salvare qualche vita e omise di denunciare qualche gollista poco smaliziato, e perché del Tout Paris mondano e intellettuale che con i tedeschi aveva convissuto, alla fine sembrò che solo lui avesse fornicato.   
Il Céline che nell'estate del 1950 rientra in Francia dopo cinque anni di esilio forzato in Danimarca, inaugura l'ultimo, geniale travestimento, l'ultima grande interpretazione di uno scrittore risentito contro tutto e tutti, pieno di rabbia verso il suo Paese eppure troppo francese per potersene separare.   
Anche qui, il personaggio che dopo una “quarantena” di qualche anno riprenderà a tener banco fino alla morte, è in parte vero e in parte costruito, frutto di un accorto dosaggio di verità e finzione. Certo, in terra danese Céline ha sofferto, è stato imprigionato, s'è ammalato, il fisico ha ceduto e il vigore e la baldanza di prima della guerra sono un tenue ricordo.   
Eppure, se si va a fare un conto spassionato, di galera vera ha fatto sei mesi, i restanti sei li ha passati in ospedale... Certo, è un uomo economicamente rovinato, rispetto alle possibilità economiche di prima della guerra: i suoi libri non si ristampano, e quando iniziano a essere ristampati non si vendono... Eppure, la casa di Meudon, dove va a vivere, viene a costare due milioni e passa di franchi dell'epoca (pagati vendendo le proprietà della moglie), Gallimard garantisce un anticipo pari a 300 milioni di lire d'oggi, l'oro che lo ha preceduto nella fuga e che non è stato requisito dai tedeschi gli ha consentito di sopravvivere e pagarsi più d'un avvocato...   
Di nuovo, insomma, il confine fra realtà e finzione è incerto, nebuloso, fonte di errori. Chi è portato al compatimento si ritrova spesso e volentieri scavalcato dall'accorgersi che l'oggetto compatito in realtà calcola, sorveglia, non sbaglia una mossa, piange a comando, insulta e si ritrae.   
Chi vorrebbe gridare all'impostore, allo sfruttatore, smascherare il vecchio gigione, scopre orgogli inaspettati, nobiltà di comportamenti, sovrano disprezzo per agi e comodità, suprema indifferenza per “valori” allora (come oggi) alla moda: il successo, gli agi, le comodità...   
Ciò non toglie che Céline che recita Céline sia uno spettacolo. Chi ha presente, attraverso le fotografie e le descrizioni, l'immagine del Céline circondato da cani e gatti, con il pappagallo Toto sulla scrivania, il foulard al collo, i pantaloni tenuti su da una corda, troppo larghi e troppo corti, i maglioni infilati l'uno sull'altro, la fronte solcata dalle rughe, la barba lunga, lo sguardo perso nel vuoto e legge l'intervista con Francine Bloch riportata nel volume “Polemiche” (Guanda ed.), se ne può fare un'idea... E tuttavia, chi non ha mai visto una ripresa televisiva con Céline nelle vesti di attore-protagonista non sa cosa si è perduto.   
Le braccia e le mani tenute composte, immobili come fossero di cera, un filo di voce iniziale, la testa piegata di lato, una specie di morto che parla. Poi, a poco a poco, il miracolo: il morto si rianima, gli arti si dimenticano d'essere come paralizzati, l'eloquio si fa più sicuro, i rari sorrisi iniziali lasciano il posto a un riso più disteso, il racconto s'impenna, fra sottolineature, imitazioni, libere interpretazioni.   
Riappare l'ombra del “Diavolo” che fu, quello che teneva banco fra atelier di pittori e bistrò di rue Junot e place du Tertre, quello che incantava e spaventava le signore, faceva ridere gli amici oppure scatenava interminabili risse verbali...   
L'ultimo Céline ha un solo scopo, dichiarato anche se nel contempo negato e/o minimizzato. Riottenere quella dignità di scrittore liquidata come indegna alla luce del periodo collaborazionista.   
La partita appare difficile: sono tutti lì col fucile puntato ad aspettare il passo falso, il vagito, o grugnito, per ricacciarlo nel girone dei dannati della scrittura. E perfino gli altri “dannati” come lui lo aspettano al varco: vogliono vedere se rinnegherà, se farà pubblica abiura.   
Rivendicando a sé l'invenzione di una “petite musique”, una piccola musica dello stile, Céline riesce a sfuggire sia ai primi, sia ai secondi, a ridursi per meglio ingigantirsi. Non ci si lasci ingannare da chi dando alla lingua di Céline, alla modernità del suo linguaggio, un valore di pura sperimentazione, separa lo stile dal contenuto.   
Al contrario Céline scrive in quel modo perché dietro quella scrittura si cela una Welthanschaung dove l'emozione, l'irrazionale, il fantastico, il primordiale sono gli elementi fondanti. E' il rimpianto e l'esaltazione di un mondo non dominato dalla ragione né dal progresso, dove l'istintivo vince sul costruito, dove la bellezza fisica rimanda a uno stato di grazia premoderna, quando la spontaneità, il naturale erano i cardini dell'esistenza.   
Per ricostruire questo stato dell'essere e del sentire, l'unico modo è sventrare una lingua francese cartesiana, illuminista e illuminata, fiera della sua chiarezza quale negli ultimi tre secoli almeno è andata formandosi.   
Céline usa l'ariete dello stile non per andare avanti, ma per tornare indietro.   
Una volta innalzato il proprio monumento stilistico, alle possibili trappole ideologiche Céline risponde glissando, deviando, attaccando: “Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani, e contemporaneamente, del resto, di ebrei... Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine”.   
Trasformato l'antisemitismo in pacifismo, scolorato piuttosto che negato, orientato in maniera diversa, ecco allora che l'unico vero ebreo, umiliato, offeso, perseguitato in fondo è proprio lui.   
Ennesima trasformazione dove verità e menzogna si fondono al servizio di un genio allucinato.   
  
         
Cultural Escapes

The man who lived twice. Or, death and resurrection of a writer who was an anarchic and a racist, a reactionary in his being a revolutionary, very modern yet a denier of the progress, a loose dog with no masters that after much baying at the moon turned into a wolf, showed its teeth, bit and in the end turned from predator to prey, was chased, hunted, caught and punished. But all that did not tame him.   
Hell and return. This is the parable, both human and professional, of Louis Ferdinand Céline emerging from Philippe Almésas' nice biography (Il Corbaccio Ed.). Less than fifteen years elapsed since the post-war Danish exile up until his death on July 1, 1961, but they are enough to bring the most hated, loathed, insulted, slandered author of the twentieth century back on the literary, among the others, scene.   
A river swollen of lies: this is one of the features of Céline's autobiography re-examined by Almésas. Little and big, harmless and mean, these lies rarely are the fruit of a complete invention, they almost always are based on an operation of subtraction or of accumulation of existing things. He was of a lower middle class extraction with a local nobility past, but built himself a proletarian and / or popular identity. And of course the people he loved to stay with were poor, exploited, wretched, unlucky, outcasts, workers and losers. He met them, he studied them, he recorded them in the great book of memory; but he was never one of them.   
He was a disabled serviceman and could have proudly shown his mutilations, his decorations, the newspapers articles that told his courage. But that was not enough for him: he added a trepanation that was never performed on him to his suffering arm; he worked with glue and scissors and transformed newspapers' reports into covers on him. He was a general practitioner and could not resist the idea of enriching his own curriculum with experiences at Ford's works in the United States that he recently had visited. And behind the cliché of the “doctor of the poor”, the image of the good-looking man, wearing well-cut suits made with English cloth, fair-haired and blue-eyed, who knows the world and high society had trouble disappearing.   
The falsification, or the rewriting of himself, was systematic, and did not just concern readers and critics: it also involved friends and relatives.   
The passage from Germany on fire to Denmark, where he later was trapped, lasted three days. When he told it to his trusted interlocutors, he transformed it into a three-week epic... The arrest in his Copenhagen's house, a modest police episode, with Ferdinand refusing to open the door because he thought the Communists had come to arrest him, became some sort of Helzapopping on roofs, whistling bullets, cries, threats...   
The game of the real - unreal, of the likely that turned real, of the real that became non-existent, continued even when he was forced to cope with the accuse that branded him with iron after the war: collaborationist. Today we know that, according to some documents, that title was right.   
Céline “collaborated”, he did not just wrote some letters to the newspapers: he claimed that he had understood before the others the disaster looming up in his country; he claimed that he had called for an alliance between France and Germany; he claimed the need of a battle to the death against Bolshevism and liberal democracies; he claimed a resolute policy against the Jews; he hoped that France could become racially pure, Nordic, physically separated from the half-caste and Mediterranean South... His line of defence claiming that “he had not collaborated”, however, was partially true: he was never on the newspapers and movements' payroll; the critics who supported Nazism thought that his ideas were too nihilist because of his sudden explosions in which he prefigured catastrophic scenarios and biblical days of reckoning; he tried hard to save some lives and neglected to report some not too shrewd gaullist. Finally, he seemed the only one who had fornicated in the worldly and intellectual Tout Paris that had lived with the Germans.   
In the summer of 1950, Céline returned to France after five years of forced exile in Denmark and he prepared his last, brilliant disguise, the last great performance of a writer who felt offended against everything and everybody, full of anger towards his homeland, yet too French to leave it. And once again, the character that after a few years' “quarantine” resumed his role as a leading spirit which he kept until death, is partly real and partly built up, the outcome of a careful mixture of truth and figment. It was true that in Denmark Céline had suffered, was put in prison, fell sick, his body broke down and the vigour and the rashness he had had before the war became but a faint memory.   
Yet, a dispassionate calculation will tell us that he was in jail only for six months and spent the remaining six in a hospital... It is true as well that he was economically done for with respect to the economic possibilities he had had before the war: his books were not being reprinted, and when they were being reprinted they were not selling... Yet, his house at Meudon where he went to live, cost him some two million francs of that time (which he paid by selling his wife's estate), Gallimard guaranteed him an advance equal to today's 300 million lira, the gold that preceded him when he fled and that was not requisitioned by the Germans allowed him to survive and to pay more than just a lawyer...   
Thus once again, the border between reality and figment is uncertain, vague, a source of mistakes. Sympathetic people are easily let down when they find out that the object of their compassion actually is a person who is always calculating, controlling everything and never makes any mistakes. Those who believe there is a fraud underneath, discover an unexpected pride, a noble behaviour, a sovereign contempt for ease and comfort, a supreme indifference towards fashionable (as today) “values”: success, ease, comfort...   
The last Céline had just one aim that he declared and denied and / or played down at the same time: to be given back his dignity as a writer that had been considered as unworthy because of his collaborationist period. The game looked difficult: everybody was out pointing their rifles and waiting for him to make a false step in order to throw him back to the circle of the damned writers. By claiming the invention of a “petite musique”, a little music of style, Céline managed to belittle in order to magnify himself. It would be a mistake to believe those who give Céline's modern language the value of a pure experimentation and thus separate style from contents. It is quite the opposite as Céline wrote in that way because his writing hid a Welthanschaung where the emotional, irrational, fantastic and primeval are the basic elements.   
It is the regret and the extolling of a world dominated neither by reason nor by progress, where the instinctive sphere wins over the built up one, where physical beauty takes us back to a state of pre-modern grace, when spontaneity and the natural element were the cornerstones of existence. The only way to build these states of being and feeling was by demolishing the Cartesian French, a language both inspired by the Enlightenment and enlightened, proud of its clarity achieved in the last three centuries. Céline used the battering-ram of style not to go on but to go back.   
After erecting his own stylistic monument, Céline answered all ideological traps by skipping, digressing, attacking: “People stubbornly continue to consider me as a slaughterer of Jews. I am a relentless defender of the French and Arian races, and at the same time, of the Jewish one... My fault was that I believed in the pacifism of Hitlerians, that's what my crime was all about”.   
After turning anti-semitism into a faint rather than rejected pacifism and orienting himself differently, in the end Céline seems to be the only real humiliated, offended and persecuted Jew. That's the umpteenth transformation where truth and lie mingle for an hallucinated genius.   
  
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
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