Articolo |
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Il ruolo dell’antagonista del
CRT nella malattia infettiva umana. |
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Le applicazioni terapeutiche potenziali della
MRL. |
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Un problema con gli agenti immunosoppressivi comuni che sono largamente attivi, quali steroidi, ciclosporina A/FK 506, ciclofosfamide, o metotressato, è che essi lasciano il paziente più vulnerabile a infezioni e allo sviluppo di malignità. Sono associati anche ad un livello elevato di effetti collaterali sgraditi, come danno renale e al fegato. Una strategia immunosoppressiva più specifica coinvolge l’utilizzo di peptidi che possono bloccare fisicamente i siti di legame sulla molecola CMI e prevenire la presentazione dei peptidi coinvolti nella malattia (30). Questo metodo richiede ammontari enormi di materiale per ottenere l’effetto di blocco quantitativo necessario, può essere accompagnato dall’induzione di una forte risposta immunitaria contro lo stesso agente di blocco, e richiede un trattamento continuo perché l’effetto sulle cellule T non dura molto. Inoltre, non c’è nessuna evidenza che i peptidi che bloccano il sito di legame CMI possano influenzare la presentazione degli autoantigeni che sono pre-associati con le molecole CMI, che sarebbe necessario nel trattamento quando la patologia attiva sia già presente. Gli antagonisti completi evitano parecchi di questi problemi poiché gli antagonisti sono specifici nel senso immunologico e, quindi, influenzano solo un piccolo subset di cellule T pertinenti alla malattia. Questo riduce la possibilità di effetti collaterali sfavorevoli, sistemici o specifici per un organo, e abbassa l’ammontare di materiali necessari per la somministrazione rispetto alla strategia di bloccare la molecola CMI. Però gli antagonisti completi non generano segnali intracellulari, e questo significa che qualsiasi effetto di somministrazione sarebbe transitorio. |
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| Gli agonisti parziali e gli antagonisti parziali sarebbero candidati migliori rispetto agli antagonisti completi per quanto riguarda l’induzione efficace dell’immunosoppressione selettiva. Questo risulta perché queste classi di leganti CRT potrebbero forzare, potenzialmente, le cellule T autoimmuni in uno stato di irresponsività a lungo termine. Perciò gli agonisti/antagonisti parziali possono essere capaci, potenzialmente, di bloccare l’attività effettrice in corso delle cellule T, e parimenti un peptide completo che blocca il CMI, e la somministrazione di un tale legante CRT, può portare anche ad una diminuzione prolungata della malattia autoimmune, grazie all’induzione dell’anergia fra le cellule T coinvolte. In questo modo la somministrazione del legante può diminuire o rallentare l’andamento del processo della malattia autoimmune. Questo sarebbe ottenuto con pochi effetti collaterali o persino nessun effetto, grazie alla specificità estrema del farmaco verso le sole cellule T che provocano la patologia. Ma questo stesso grado elevato di specificità pone un problema per questo approccio, e cioè: se l’intera coorte di CRT fosse coinvolta nella risposta agli antigeni anche semplici e, ancora di più, complessi, sarebbe suscettibile ad una sola o soltanto a poche MRL. I dati preliminari suggeriscono che un cocktail di alcuni composti potrebbe fornire uno svolgimento adeguato per le cellule T che stiano rispondendo ad un dato peptide cAG; la questione sarà se, in uno stato di malattia attiva, sarebbe pertinente uno solo, oppure sarebbero pertinenti alcuni di questi cAG. Alternativamente, potrebbe essere possibile per la pAG generare cellule che, quando affrontate dall’autoantigene naturale, secernono linfochine che bloccano la risposta infiammatoria patologica nel tessuto circondante; questo modo di azione eviterebbe la necessità di opporre la stimolazione di tutte le cellule T autoreattive. |
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Luigi Racioppi Facoltà di Farmacia Università Federico II Napoli |