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Il ruolo dell’antagonista del CRT nella malattia infettiva umana.
La generazione delle varianti antigeniche che dimostrano proprietà di un legante alterato sembra una strategia adatta, impiegata dai virus e dai parassiti, ad evitare la risposta immunitaria. Figura 5 Bertoletti et al. hanno identificato per la prima volta nei pazienti affetti da epatite varianti antigeniche di HBV che mostrano una forte attività antagonistica: la co-espressione di tipo selvaggio e la variante antagonistica dell’antigene di HBV protegge le cellule dal riconoscimento CTL e dalla lisi (27). La pertinenza delle varianti di epitopi immunodominanti è stata studiata, in modo esteso, nella HIV-1. Le prime prove hanno rivelato che le mutazioni nel virus della immunodeficienza umana (HIV) si raccolgono negli epitopi dei linfociti T citotossici (CTL) e sono soggette alla selezione positiva immuno-mediata. La maggior parte degli individui asintomatici, infetti con l’HIV-1, hanno una risposta di CTL verso le proteine Gag del virus, fatto che può venire dimostrato in vitro. Gli epitopi sono stati localizzati nella p17 Gag e nella p24 Gag ristrette dal HLA-B8. I virus isolati in pazienti che producono risposte CTL a questi peptidi variano nelle sequenze genetiche che codificano questi epitopi, e alcune mutazioni conducono alla riduzione uccidendo l’attività in vitro. Questo veniva attribuito al fallimento della variante epitopica di legare il CMI di classe I o al fallimento dei recettori delle cellule T di legare il peptide presentato. Tuttavia, la maggior parte di queste varianti naturali degli epitopi ristretti di classe I può causare “l’antagonismo”, e quindi la loro presenza inibisce la lisi normale dei bersagli che presentano l’epitope originale (29).
La co-evoluzione ospite-parassita è stata confrontata con un “corso di armi molecolari”, con geni-parassiti che stanno evolvendo per evitare le difese di ospiti specifici. In questo contesto, uno studio recente sulle varianti di un’epitope di Plasmodium falciparum, che induce una risposta CTL, ha rivelato che i ceppi di parassiti, per facilitare la sopravvivenza reciproca riducendo la regolazione delle risposte immunitarie cellulari, utilizzano l’antagonismo peptide-legante alterato.

Le applicazioni terapeutiche potenziali della MRL.
La scoperta dei leganti CRT, avendo delle proprietà inaspettate, fornisce nuove possibilità per la manipolazione delle risposte immunitarie. Nello sviluppo dei vaccini, gli agonisti/antagonisti parziali potrebbero essere disegnati per guidare, in modo selettivo, la risposta immunitaria lungo certi sentieri, evitando le risposte immunitarie che possono avere effetti patologici piuttosto che favorevoli, e per migliorare la stimolazione dei sentieri protettivi. Anche l’abilità degli antagonisti di intervenire in modo dominante nella funzione effettrice delle cellule T suggerisce nuovi approcci nel trattamento delle malattie autoimmuni.

Un problema con gli agenti immunosoppressivi comuni che sono largamente attivi, quali steroidi, ciclosporina A/FK 506, ciclofosfamide, o metotressato, è che essi lasciano il paziente più vulnerabile a infezioni e allo sviluppo di malignità. Sono associati anche ad un livello elevato di effetti collaterali sgraditi, come danno renale e al fegato. Una strategia immunosoppressiva più specifica coinvolge l’utilizzo di peptidi che possono bloccare fisicamente i siti di legame sulla molecola CMI e prevenire la presentazione dei peptidi coinvolti nella malattia (30). Questo metodo richiede ammontari enormi di materiale per ottenere l’effetto di blocco quantitativo necessario, può essere accompagnato dall’induzione di una forte risposta immunitaria contro lo stesso agente di blocco, e richiede un trattamento continuo perché l’effetto sulle cellule T non dura molto. Inoltre, non c’è nessuna evidenza che i peptidi che bloccano il sito di legame CMI possano influenzare la presentazione degli autoantigeni che sono pre-associati con le molecole CMI, che sarebbe necessario nel trattamento quando la patologia attiva sia già presente. Gli antagonisti completi evitano parecchi di questi problemi poiché gli antagonisti sono specifici nel senso immunologico e, quindi, influenzano solo un piccolo subset di cellule T pertinenti alla malattia. Questo riduce la possibilità di effetti collaterali sfavorevoli, sistemici o specifici per un organo, e abbassa l’ammontare di materiali necessari per la somministrazione rispetto alla strategia di bloccare la molecola CMI. Però gli antagonisti completi non generano segnali intracellulari, e questo significa che qualsiasi effetto di somministrazione sarebbe transitorio.

Gli agonisti parziali e gli antagonisti parziali sarebbero candidati migliori rispetto agli antagonisti completi per quanto riguarda l’induzione efficace dell’immunosoppressione selettiva. Questo risulta perché queste classi di leganti CRT potrebbero forzare, potenzialmente, le cellule T autoimmuni in uno stato di irresponsività a lungo termine. Perciò gli agonisti/antagonisti parziali possono essere capaci, potenzialmente, di bloccare l’attività effettrice in corso delle cellule T, e parimenti un peptide completo che blocca il CMI, e la somministrazione di un tale legante CRT, può portare anche ad una diminuzione prolungata della malattia autoimmune, grazie all’induzione dell’anergia fra le cellule T coinvolte. In questo modo la somministrazione del legante può diminuire o rallentare l’andamento del processo della malattia autoimmune. Questo sarebbe ottenuto con pochi effetti collaterali o persino nessun effetto, grazie alla specificità estrema del farmaco verso le sole cellule T che provocano la patologia. Ma questo stesso grado elevato di specificità pone un problema per questo approccio, e cioè: se l’intera coorte di CRT fosse coinvolta nella risposta agli antigeni anche semplici e, ancora di più, complessi, sarebbe suscettibile ad una sola o soltanto a poche MRL. I dati preliminari suggeriscono che un cocktail di alcuni composti potrebbe fornire uno svolgimento adeguato per le cellule T che stiano rispondendo ad un dato peptide cAG; la questione sarà se, in uno stato di malattia attiva, sarebbe pertinente uno solo, oppure sarebbero pertinenti alcuni di questi cAG. Alternativamente, potrebbe essere possibile per la pAG generare cellule che, quando affrontate dall’autoantigene naturale, secernono linfochine che bloccano la risposta infiammatoria patologica nel tessuto circondante; questo modo di azione eviterebbe la necessità di opporre la stimolazione di tutte le cellule T autoreattive.

Luigi Racioppi
Facoltà di Farmacia Università Federico II
Napoli