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INTRODUZIONE
L’AIDS è essenzialmente un’infezione del sistema immune. Le complesse
interazioni tra lo stesso virus HIV ed il sistema immune sono state parzialmente
chiarite da modelli sperimentali di infezioni HIV in primati non umani
ed nello stesso uomo. L’intensità e la specificità della risposta immune
contro il virus HIV, infatti, sono stati studiati come mai era successo
con nessun altro virus nella storia della medicina. I linfociti CD8+ citotossici
specifici contro il virus HIV sono coinvolti nel controllo della stessa
infezione e sono presenti in grande quantità in quasi tutti i distretti
dell’organismo come il sangue periferico, aree broncoalveolari, linfonodi,liquor,
milza, sperma, mucosa vaginale e tessuto gastrointestinale sia nell’uomo
sia nelle scimmie. La questione centrale del problema del controllo del
virus HIV è correlata al fatto che , nonostante una vigorosa e specifica
risposta cellulare ed umorale, lo stesso virus non viene eliminato ed
anzi innesca un processo di più o meno rapido declino del sistema immune.
Anche se numerose ipotesi sono state avanzate, alcune delle quali assai
suggestive, il problema dell’immunopatogenesi rimane ancora irrisolto.
IMMUNE ESCAPE
La pressione selettiva esercitata dalla risposta immune cellulare ed umorale
contro il virus HIV è molto ben studiata anche se il suo preciso ruolo
nel determinismo del deficit immunologico non è ben chiaro. La pressione
selettiva operata dagli anticorpi neutralizzanti è facilmente osservabile
sia in vitro sia in vivo già nelle fasi precoci dell’infezione ma il virus
sfugge a questo controllo mediante una serie di mutazioni che rendono
inutilizzabili gli anticorpi neutralizzanti prodotti. Le mutazioni possono
riguardare numerosi modifiche dell’envelope virale ma, spesso, riguardano
sostituzioni di un singolo aminoacido in un determinato epitopo, sito
critico per l’attività delle molecole HLA di ricognizione e/o del TCR
linfocitario. In altri casi possono riguardare aminoacidi che svolgono
un ruolo critico nella processazione dell’antigene. La pressione selettiva
esercitata dai CTL è stata molto ben studiata nelle infezioni acute da
SIV ed in particolare nella risposta contro un epitopo della proteina
Tat.Il controllo vigoroso esercitato dai CTL non era sufficiente ad impedire
l’emergenza di nuovi virioni infettanti altre cellule. In altri termini
la pressione esercitata dai T linfociti induceva una rapida mutazione
nel virus che così eludeva la sorveglianza del sistema immune. Un’ulteriore
conferma di questa associazione pressione immuneà mutazione virale proviene
anche dallo studio degli HLA di popolazione ove specifici alleli HLA sono
maggiormente associati al grado di mutazioni nel virus HIV, In altri termini
un particolare aplotipo HLA potrebbe essere indicativo di una maggiore
progressione dell’infezione.
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DIFETTO NELLA PRESENTAZIONE DELL’ANTIGENE E PERDITA DI CELLULE DELLA MEMORIA
IMMUNOLOGICA
I linfociti T provenienti dalle sottopopolazioni CD45RA+ (naive) possono
proliferare in risposta alla stimolazione antigenica ed i cloni attivati
esprimono il fenotipo CD45RO+ ossia delle cellule della memoria. Normalmente
il rapporto tra cellule naive e memory è quasi 1:1 ma nelle infezioni
da HIV si determina un differente rapporto. Nelle fasi inziali dell’infezione
i primi linfociti ad essere interessati sarebbero quelli memory ma con
il progredire dell’infezione anche le cellule naive sono perdute determinando
un depauperamento dell’intereo pool linfocitario. Anche altri fattori
possono determinare il deficit di presentazione dell’antigene come la
down regolazione delle molecole HLA di II classe ad opera dei geni virali.
Questo determina, in assenza di una corretta ricognizione, un cattivo
o assente processo nel riconoscimento dell’antigene. Studi piuttosto recenti
hanno anche sottolineato il ruolo importante svolto dai segnali co-stimolatori
presenti sia sulle APC ( BB7) sia sui linfociti (CD28). La mancata espressione
di questi co-segnali indurrebbe il linfocita verso un’anergia seguita
dall’apoptosi. Questo capitolo, assai suggestivo, ha aperto notevoli spiragli
alla ricerca anche in altri campi della medicina e soprattutto in oncologia
ove le alterazioni dell’apoptosi sono considerate steps importanti nel
processo di carcinogenesi.Il deficit di presentazione dell’antigene e
la perdita delle cellule memory e poi delle cellule naive rappresentano
indubbiamente un processo importante nella immunopatogenesi dell’AIDS
e potrebbero complementarsi con altri meccanismi.
SWITCH Th1 à Th2
Alcuni studiosi, primi tra tutti Clerici e Shearer, hanno evidenziato
che la progressione dell’infezione HIV era correlata ad un viraggio della
risposta immune dal tipo Th1 o proinfiammatoria o cellulare al tipo Th2
o antinfiammatoria o umorale. In altri termini la progressione dell’infezione
era caratterizzata da una risposta prevalentemente cellulare ad una anticorpale.
Questo switch sarebbe condizionato da un “ imbalance “ ormonale e si assocerebbe
ad una diminuzione dell’ormone DHEA a vantaggio del cortisolo realizzando
un’equazione del tipo Th1 = DHEA, Th2 = cortisolo. Questi studi , nonostante
abbiano suscitato contrastanti reazioni, sembrano essere assai intriganti
e recentemente con l’identificazione di cloni linfocitari CD4+ CD7+ a
prevalente secrezione citochinica Th1 da parte di B Autran e P Debrè hanno
ricevuto una parziale conferma .
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NETWORK CITOCHINICO
Le citochine ed altri fattori di attivazione delle cellule T possono essere
coinvolti nella replicazione o diminuita espressione del virus HIV. La relazione
tra espressione genetica citochinica e l’infezione HIV sembra dipendere
dai fattori nucleari di trascrizione NFkB. Nella normale risposta immune,
l’induzione dei fattori nucleari kB contribuisce all’attività trascrizionale
di geni selezionati che regolano la crescita dei T linfociti, della IL-2
e del suo recettore IL-2R. Tuttavia, i fattori NFkB possono anche specificamente
legarsi alle long terminal repeat (LTR) del virus HIV attivandone la trascrizione
genica. Un modello di studio in vitro che prevedeva l’infezione di linee
cellulari monocitiche (U-1) e linfocitarie ( ACH-2) dimostrò che alcune
citochine , e più in particolare il TNF alfa, attivando i fattori NFkB finivano
per indurre la replicazione dello stesso virus HIV nelle cellule infette.
Questo modello suggerisce un’ importante conclusione pratica ossia tutte
le cellule infette in modo latente , se attivate da una stimolazione antigenica
qualsiasi, possono determinare ulteriore replicazione virale e possono determinare
anche la lisi dei linfociti. Questo network perenne può contribuire al progressivo
depauperamento del pool linfocitario.
CITOCHINE E AIDS DEMENTIA COMPLEX
Recenti studi suggeriscono che una differente produzione di citochine
nel cervello può determinare una diversa progressione della demenza. In
particolare la molecola TGF beta sembra esercitare un critico ruolo di downregolazione
della viral load HIV inducendo anche un effetto inibitorio sulle citochine
Th1. Questi studi hanno evidenziato che il carico virale cerebrale sarebbe
significativamente correlato al livelli di citochine Th1 come l’IFN alfa.
Questo studio apre interessanti considerazioni sulla patogenesi della demenza
, lasciando ipotizzare: Una relazione tra demenza ed il network citochinico
L’esistenza di un importante correlazione tra microambiente in cui matura
la reazione dell’organismo (vedi livello di virus) ed il suo tipo di risposta
immune . La considerazione che una molecola antinfiammatoria come il TGF
beta possa modulare il carico virale lascia aperta una affascinante ipotesi
e cioè il possibile intervento terapeutico agendo sulla risposta immune
non solo nell’ADC ma anche in tutte quelle patologie con importante background
infiammatorio.
CONCLUSIONI
La immunopatogenesi delle infezioni da HIC è lungi dalla risoluzione anche
se importanti aspetti sono stati chiariti . A dispetto della terapia HAART
ed a causa della difficoltà di produrre un vaccino efficace esiste l’assoluta
necessità di generare nuovi farmaci che possano intervenire sul pattern
genetico ed immunologico. Ed ancora due importanti targets di studio meritano
l’assoluta priorità: i reservoirs e la latenza del virus. |