Articolo |
||
|
Si deve a George Gilles de la Tourette, allievo
di Charcot all'ospedale parigino della Salpétrière, l'individuazione
di un quadro patologico che dal 1885 porta il suo nome (Sindrome di Tourette)
caratterizzato da tic multipli e variegati, già descritti per il vero
dal Dr. Itard nel 1825. |
||
|
Profilo recettoriale di vari agenti dopaminobloccanti
(neurolettici)
|
||
|
Il sintomo iniziale più frequente è rappresentato da
un tic di ammiccamento (blefarospasmo), seguito in tempi successivi da
movimenti abnormi del capo ovvero da smorfie facciali; con il tempo i
tic tendono a manifestare una progressione rostro-caudale passando ad
altre regioni del corpo. Vengono classificate attualmente tre forme di
sindrome di Tourette: 1 Forma pura: sono presenti solo tic motori e vocali;
2 Forma complessa che oltre ai tic motori e vocali comporta coproprassia,
coprolalia, ecolalia, ecc. 3 Forma plus: quando ai sintomi sopra descritti
si associano deficit di attenzione/iperattività ovvero disturbi ossessivo-compulsivi.
La terapia è soprattutto farmacologia anche se la gestione terapeutica
(in senso lato) dei soggetti con sindrome di Tourette presenta non poche
problematiche, prima fra tutte la risposta alla domanda riguardante quali
pazienti trattare, come e quanto. La sindrome in questione è troppo variegata,
sia nei quadri clinici che a livello della compromissione fisiopatologia.
Per tanto il problema terapeutico non può essere risolto in maniera “sbrigativa”:
ogni paziente è un caso a sé e la clinica per definizione sindromica è
mutevole! Da notare come nella classificazione del DSM IV la sindrome
di Tourette comporti “anche” disagio sociale e questo aspetto dovrebbe,
primo tra tutti, motivarci nell'intraprendere, al di là degli aspetti
diagnostici, una terapia, qualunque essa sia, una volta individuata la
malattia col disagio conseguente. Va da sé che i quadri più lievi di TS
non necessitano trattamento alcuno; sono un'eccezione quelli associati
ad ADHD che potrebbero presentare difficoltà di scolarità o lavorative.
I quadri OCD spesso non sono adeguatamente compensati e costituiscono
elementi di disturbo nella vita quotidiana. Il trattamento di base della
sindrome di Tourette resta, come già anticipato, comunque di ordine neurofarmacologico.
I farmaci attivi sui sistemi dopaminergici rappresentano il fulcro dell'approccio
terapeutico. È infatti ai neurolettici che spetta un ruolo di primo piano
nel trattamento dei sintomi del paziente tourettiano: all'aloperidolo
si affianca con successo la pimozide che tuttavia, come gli altri neurolettici
selettivi sui recettori D2, mostra effetti collaterali, più o meno accettabili
e comunque da monitorare. I pazienti trattati con pimozide possono infatti
presentare alterazioni elettrocardiografiche, controlli cardiologici accurati
dunque si impongono. La sulpiride, la tiapride e, recentemente, il risperidone
(neurolettico atipico) sono impiegati con risultati discreti. Nella tabella
(Tab 3) vengono riportati
il profilo recettoriale e l'occupazione dei recettori D2 a livello dello
striato da parte dei neurolettici che possono essere impiegati nella sindrome
di Tourette con successo variabile, talvolta imprevedibile ed ancora peggio
solo per certi periodi, perdendo nel tempo efficacia. Al momento non esistono
testi o segni clinici predittivi che spingano il clinico all'impiego di
un determinato neurolettico, non sono al momento disponibili studi clinici
controllati che abbiano affrontato questo argomento in maniera sistematica.
Occupazione dei recettori D2 striatali da parte di vari agenti neurolettici
In clinica è impiegata con una certa frequenza anche l'olanzapina (neurolettico
atipico comparso abbastanza recentemente sul mercato italiano). |
||
|
Occupazione dei recettori D2 striatali da parte di
vari agenti neurolettici
|
||
|
Assai raramente sono da impiegarsi gli antibiotici e ciò in presenza di elevato TAS (tasso antistreptolisinico) che segnali un'infezione streptococcica. In base ai presupposti immunologici dianzi esposti si sono anche impiegate plasmaferesi ed immunoglobuline. In qualche caso di sindrome di Tourette e OCD gravi si è ricorso addirittura ad interventi neurochirurgici stereotassici soprattutto basati a procedure di stimolazione di determinate aree encefaliche, non si tratta dunque di interventi lesionali. Trattamenti psichiatrici e psicodinamici sono correntemente in uso, anche se con alterni risultati; spesso si tratta di psicoterapie d'appoggio al fine di rendere più tollerabile il disturbo che altera grandemente la Qualità della Vita, non solo dei soggetti, ma anche dei familiari. Sta di fatto che una conoscenza della malattia in ambito extraneurologico si impone non fosse altro che per comprendere meglio l'utilizzo dei farmaci che spesso non considerano la sindrome di Tourette tra le indicazioni registrate. Conclusioni
La sindrome di Tourette in tempi recenti è stata molto “rivisitata” e
il suo inquadramento psicopatologico nonché gestionale è cambiato. La
malattia è rientrata nell'ambito dei disturbi extrapiramidali, quindi
da una competenza psichiatrica (solo!) si è mossa a livello neurologico
(non solo!). La stessa epidemiologia mostra come si tratti di un disturbo
numericamente rilevante sul piano sociale, pertanto il disturbo non può
più essere considerato una “orphan disease”. Sia a livello diagnostico
che terapeutico sono in definizione precise guide-lines. L'approccio diagnostico
gestionale, alla luce anche delle brevi considerazioni qui fatte, risulta
poliedrico con competenze che vanno dalla neurologia alla psicologia,
dalla psichiatria alla sociologia. Soltanto un'attenzione particolare
alle problematiche che il paziente tourettiano presenta può cambiare la
qualità della vita per un numero importante di soggetti, spesso in età
giovanile che si trovano in situazioni di disagio, talvolta grave. L'impiego
dei farmaci dianzi discussi risulta fondamentale a livello terapeutico:
un'approfondita conoscenza di questi, per lo più non ancora riconosciuti
a livello ministeriale italiano quali aventi l'indicazione Sindrome di
Tourette, si impone.
|
||
|
|