Piante come bioreattori per la produzione di
vaccini eduli
Le piante si sono rivelate nei secoli come organismi estremamente duttili,
capaci di adattarsi alle necessità dell’uomo, sia per scopi
agricoli che ornamentali. Circa vent’anni fa, con i primi studi
sulla tecnica del DNA ricombinante, è anche stata scoperta la
possibilità di introdurre e far esprimere in un tessuto vegetale
geni non solo derivanti da altre specie vegetali, ma anche di origine
batterica o animale.
Questa scoperta ha aperto nuovi orizzonti per l’enorme numero
di applicazioni che si potevano proporre. I primi studi naturalmente
sono stati rivolti al miglioramento delle piante stesse, per la loro
difesa contro organismi patogeni ed infestanti.
A questo scopo sono stati introdotti geni di resistenza di origine batterica,
fungina o isolati da altre piante fornite per natura della difesa desiderata.
Da qui ad immaginare che fosse possibile far produrre alla pianta altri
generi di proteine, non necessariamente a suo vantaggio, il passo è
stato breve. In particolare, grande interesse ha suscitato la possibilità
di produrre molecole ad uso sanitario, come antigeni per la produzione
di vaccini, anticorpi o proteine a funzione farmacologica.
Come produrre dei vaccini di tipo innovativo
Le tre principali categorie di vaccini oggi disponibili sono costituite
da:
vaccini attenuati, costituiti da microrganismi patogeni di cui sia stata
ridotta la virulenza;
vaccini inattivati, costituiti da microrganismi la cui virulenza sia
stata neutralizzata;
vaccini di subunità, costituiti da elementi purificati di microrganismi,
il vaccino in questo caso conterrà solo una parte (costituita
da una o più proteine) dell’organismo originale, ma sufficiente
a scatenare una reazione immunitaria;
vaccini ricombinanti. Quest’ultima categoria si basa sull’identificazione
di molecole ad attività antigenica, capaci di indurre una risposta
immunitaria, sull’isolamento del gene corrispondente e sulla produzione
del vaccino in un sistema di espressione eterologo, fino ad oggi un
microrganismo o un tessuto animale.
Il miglior sistema di espressione sarà naturalmente quello in
grado di garantire la sicurezza del prodotto finale, un’attività
biologica ottimale ed un costo di produzione contenuto. L’espressione
di antigeni in cellule di mammifero ha il vantaggio di dare prodotti
idonei, ma la procedura è costosa e non esente da pericoli (possibile
presenza di agenti patogeni derivanti dall’animale utilizzato).
L’utilizzo di microrganismi come sistema di espressione permette
una produzione su scala più ampia ma presenta anche limitazioni
quando siano necessarie modificazioni secondarie, tipiche delle cellule
eucariotiche (ad esempio, glicosilazione) o un particolare ripiegamento
(folding) della proteina prodotta.
Recentemente è stato proposto un nuovo sistema di espressione,
basato sull’integrazione degli opportuni geni in piante superiori.
Questo offrirebbe vantaggi considerevoli per la sicurezza del prodotto,
grazie all’assenza di quelle contaminazioni con patogeni animali
o tossine che potrebbero essere presenti in vaccini espressi in cellule
animali o batteriche. Data la facilità con cui le piante producono
un’abbondante biomassa su scala agro-industriale, l’approccio
porterebbe ad una notevole diminuzione dei costi. Infine i vaccini fatti
in pianta sarebbero indipendenti dalla “catena del freddo”
oggi necessaria per la conservazione e per la distribuzione e potrebbero
permettere la somministrazione orale, come alternativa alla via dell’iniezione
parenterale (Daniell et al., 2001; Sala et al., 2003).
La possibilità di somministrazione di vaccini eduli espressi
in pianta ha suscitato grande interesse anche in campo veterinario,
in particolare, per agli animali allevati per uso alimentare, in considerazione
delle implicazioni sociali ed economiche legate alla loro salute. La
possibilità di fornire direttamente a questi animali delle sostanze
ad attività farmacologica sotto forma di cibo, semplificherebbe
enormemente le pratiche di somministrazione. Quando anche il vaccino
debba essere dosato in modo preciso, le piante transgeniche esprimenti
l’antigene possono essere facilmente disidratate, il principio
attivo dosato e quindi somministrato dopo essere stato mescolato alla
razione giornaliera. Questo porterebbe ad una considerevole riduzione
nei costi ed eviterebbe lo stress indotto negli animali dalla pratica
iniettiva.
Le ricerche su vaccini prodotti in pianta si sono sviluppate negli ultimi
10 anni in molte direzioni. Di seguito riportiamo alcuni esempi dei
primi risultati ottenuti con questa tecnologia: espressione dell’antigene
per l’epatite B in tabacco e lattuga (Mason et al.,1992; Eheani
et al., 1997), dell’antigene per la rabbia nel pomodoro (McGarvey
et al., 1995), di un antigene per il colera in tabacco e patata (Arakawa
et al., 1997) e di un antigene per il citomegalovirus in tabacco (Tackaberry
et al. 1999). Esperimenti condotti su animali da laboratorio hanno dimostrato
la capacità di questi vaccini di stimolare il sistema immunitario
inducendo la sintesi di anticorpi contro l’epatite B (Thanavakam
et al., 1995), il Norwalk virus (Mason et al., 1996) ed enteriti batteriche
(Haq et al., 1995). In una prima sperimentazione su volontari umani,
il vaccino costituito dalla subunità B dell’enterotossina
di E. coli, espressa in tabacco, ha dato risposta immunitaria, sia a
livello mucosale che sistemico, in individui trattati per via orale
con un opportuno dosaggio di patata transgenica (Tacket et al., 1998).
L’ottenimento di un’immunità mucosale è uno
dei punti a favore dei vaccini eduli. Molti agenti patogeni penetrano
nel corpo attraverso le mucose. Le prime difese sono quindi quelle presenti
sulle mucose stesse che rivestono le vie respiratorie, il tratto digestivo
e quello uro-genitale. Per migliorare ulteriormente la capacità
dei vaccini espressi in pianta di evocare una risposta mucosale, è
stata studiata la possibilità di costruire geni chimerici esprimenti
forme detossificate della tossina del colera (CT) e dell’enterotossina
termolabile di E. coli (LT), legate come adiuvanti a proteine antigeniche
(Di Tommaso et al., 1996; Kong et al., 2001). Inoltre, la cellula vegetale
è circondata da una parete cellulosica che la protegge dall’azione
dei succhi gastrici. Negli animali non ruminanti, i tessuti vegetali
vengono trasportati direttamente nel lume intestinale dove vengono lentamente
lisi e possono agire come un sistema naturale a lento rilascio.
Metodi di trasformazione vegetale
Le tecniche per la trasformazione di piante sono fondamentalmente due:
il metodo basato sull’uso di Agrobacterium ed il metodo biolistico.
Il primo si basa sulla proprietà dei patogeni vegetali A. tumefaciens
e A. rhizogenes, di integrare il proprio DNA (T-DNA) nel genoma nucleare
delle cellule infettate (de la Riva et al., 1988). L’introduzione
di geni esogeni nel T-DNA opportunamente modificato delle cellule di
Agrobacterium, e la successiva infezione di un tessuto vegetale, portano
all’integrazione stabile del gene di interesse nel genoma della
pianta e alla produzione di una proteina transgenica (Figura 1).
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Figura
1
Infezione di tessuto fogliare con Agrobacterium tumefaciens.
A) Durante l'infezione, il gene di interesse
viene trasferito dalla cellula batterica al nucleo della cellula
vegetale, tramite il T-DNA batterico che ha la capacità
di excidersi dal plasmide vettore e ricombinarsi con il DNA vegetale
inserendosi in un cromosoma.
B) Le cellule infettate da Agrobacterium iniziano
a proliferare formando il così detto “callo”.
C) Alcune cellule del callo iniziano a differenziarsi
e danno origine ad un germoglio.
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L’applicabilità della trasformazione
mediata da Agrobacterium, dapprima limitata al tabacco e a poche altre
specie, bersagli naturale dell’infezione, è ora ampliata
alla maggior parte delle specie vegetali di interesse agronomico, comprese
graminacee e leguminose (Lee et al., 2001; Chikwamba et al., 2002).
Questo apre interessanti prospettive per lo sviluppo di vaccini eduli
per uso sia umano che veterinario.
Il secondo approccio si basa sulla tecnica del bombardamento con microproiettili
(Taylor e Fauquet, 2002). Sequenze selezionate di DNA vengono fatte
precipitare su microparticelle metalliche e sparate a velocità
accelerata con un apposito strumento (particle gun) contro il tessuto
vegetale. Le microparticelle penetrano la parete e rilasciano il DNA
esogeno all’interno della cellula, dove, attraverso meccanismi
non ancora completamente chiariti, si integrerà nel genoma nucleare.
Nelle cellule vegetali sono presenti degli organelli citoplasmatici,
i cloroplasti, contenenti la clorofilla, noti in generale per la loro
funzione fotosintetica. In questi organelli che, come i mitocondri,
si pensa derivino da antichi predecessori batterici, entrati come simbionti
in una cellula più grande, è presente un corredo genico
indipendente, ma con caratteristiche appunto da cellula procariote.
È possibile, con il metodo biolistico, “sparare”
particelle di DNA opportunamente elaborate che, arrivando all’interno
del cloroplasto, si integrino nel suo genoma. La trasformazione del
cloroplasto rappresenta un’interessante alternativa alla trasformazione
nucleare (Maliga, 2002; Daniell et al., 2002). Infatti, secondo alcuni
dati pubblicati sulla trasformazione di tabacco per l’espressione
della tossina insetticida di Bacillus thuringiensis (BT), l’introduzione
di geni esogeni nel genoma di cloroplasto ha portato ad un accumulo
di proteine ricombinanti attive pari al 47% delle proteine solubili
totali (De cosa et al, 2001) Questo tipo di trasformazione offre il
vantaggio di avere più copie del transgene per cellula. Inoltre,
diversamente da quanto avviene nel nucleo, la trasformazione del cloroplasto
si basa sull’inserzione del gene esogeno per ricombinazione omologa.
È possibile quindi indirizzare l’inserimento del transgene
in un punto preciso del cromosoma plastidiale. Questo porta ad evitare
effetti posizionali, negativi per la crescita della pianta, che spesso
si verificano nelle trasformazioni nucleari, in seguito all’inserimento
di un gene in un punto casuale del genoma nucleare.
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Figure 2
Dischetto fogliare infettato con Agrobacterium tumefaciens, allo
stadio di formazione del callo. |
Sino ad ora tuttavia, l’ingegneria genetica
del cloroplasto è stata attuata solo in tabacco e parzialmente
in patata. Si può auspicare che col tempo questa tecnologia venga
estesa ad altre specie di maggiore interesse per la produzione di vaccini
eduli, come ad esempio il mais, la lattuga o il trifoglio.
Nei nostri laboratori, presso il Dipartimento di Biologia dell’Università
degli Studi di Milano, è attualmente allo studio la possibilità
di esprimere in pianta diverse proteine ad attività antigenica,
sia per uso umano che veterinario. Nell’ambito di una collaborazione
con l’Istituto Pasteur di Parigi, un poliepitopo (molecola costituita
da un insieme di frammenti peptidici ad attività immunostimolatoria)
con caratteristiche antigeniche contro il melanoma umano è stato
espresso in foglie di tabacco ed è al momento in fase di prima
sperimentazione per valutarne il livello di immunogenicità.
In uno stadio più iniziale è la ricerca mirata alla produzione
di vaccini veterinari. Questa ricerca, svolta in collaborazione con
diversi Istituti della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università
di Milano, vuole prima di tutto verificare le potenzialità del
nuovo sistema di produzione di vaccini, attraverso un confronto passo
per passo tra vaccini “tradizionali” e vaccini espressi
in pianta.
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Figure 3
Dischetto fogliare infettato, in fase di rigenerazione; si nota
la formazione di un germoglio. |
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Le fasi della ricerca
Per raggiungere questo scopo è stato necessario individuare patologie
per cui esistessero già dei vaccini commerciali, basati su una
proteina (l’antigene) di provata capacità immunogenica.
Della proteina è necessario conoscere la struttura, la sequenza
aminoacidica, ma soprattutto la sequenza nucleotidica del gene da cui
essa deriva. Questi dati devono essere accuratamente valutati perché,
pur essendo il DNA di ogni essere vivente costituito da soli 4 nucleotidi,
e pur essendo il codice genetico pressoché universale, ogni organismo
ha delle sue “preferenze” e delle caratteristiche specifiche
nei sistemi di traduzione e maturazione delle proteine. Ad esempio,
alcuni aminoacidi sono codificati da più di una tripletta di
DNA, ma ogni organismo utilizza preferenzialmente alcune triplette rispetto
ad altre; è necessario quindi che l’organismo ospite presenti
tutte le triplette necessarie per la traduzione della proteina. Altri
problemi si potrebbero avere con proteine che necessitino di una glicosilazione,
in quanto la struttura chimica dei gruppi saccaridici, aggiunti dalle
piante in fase di maturazione di una proteina, può essere leggermente
diversa da quella degli animali e questo potrebbe causare la formazione
di un anticorpo non perfettamente aderente alle richieste. Tutto ciò
va saputo a priori per poter modificare opportunamente il gene da introdurre
nella pianta ospite, ad esempio con una mutazione sito-specifica.
Attualmente lo studio si sta sviluppando su diverse linee, mirato a
trasformare piante per la difesa contro malattie causate da differenti
organismi e con organismi bersaglio altrettanto lontani. Come esempi
citiamo la filariosi animale, ma anche umana, causata da un verme nematode,
una particolare forma di enteropatia bovina, causata dal batterio Escherichia
coli ed una malattia degenerativa dell’apparato respiratorio e
riproduttore del cavallo, causato da un herpes virus. Per ognuna di
queste patologie è già stata individuata ed ampiamente
studiata una proteina che, riprodotta con sistemi tradizionali, può
essere utilizzata come vaccino.
Nella prima fase della ricerca, abbiamo scelto di utilizzare come sistema
vegetale il tabacco, in quanto è il sistema più noto e
meglio studiato, per ridurre al minimo le variabili di cui tenere conto.
Naturalmente in questo caso, la sperimentazione sugli animali dovrà
essere fatta utilizzando degli estratti proteici, privi degli alcaloidi
normalmente presenti nel succo cellulare della pianta. In una fase successiva
si prevede la trasformazione di una pianta edule, ad esempio il riso.
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Figure 4
Dischetto fogliare infettato, in fase di rigenerazione avanzata;
si notano le foglioline dei germogli in espansione. |
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I geni, se adeguati per l’espressione nell’ospite
prescelto, devono essere posti sotto il controllo di un promotore attivo
in pianta, cioè riconoscibile dalle polimerasi vegetali. Questo
promotore potrà essere costitutivo, cioè essere funzionale
in ogni tessuto dell’ospite, o tessuto-specifico, ed in tal caso
si avrà espressione della proteina solo in un determinato tessuto
della pianta (ad esempio, il tessuto di riserva dei semi). Il promotore
per ora utilizzato è CaMV 35S, sequenza di DNA derivata dal virus
del mosaico del cavolfiore e capace, in origine, di favorire la riproduzione
del virus stesso in qualunque parte della pianta sia avvenuta l’infezione.
A valle del gene è bene porre un terminatore di trascrizione,
per facilitare il distacco della polimerasi dal filamento di DNA.
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Figure 5
Dalla superficie del callo spunta una vera e propria piantina. |
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Il complesso promotore-gene-terminatore viene quindi
inserito in un T-DNA, all’interno di un plasmide vettore, con
capacità di replicazione sia in Escherichia coli che in Agrobacterium
tumefaciens; questi vettori, detti binari, portano, come tutti i plasmidi
utilizzati in ingegneria genetica, dei geni per la resistenza ad un
antibiotico o ad un diserbante, per permettere la selezione delle cellule
trasformate. Tutte le prime fasi della manipolazione genetica vengono
effettuate in ceppi detossificati di Escherichia coli, batterio molto
più duttile e di rapida moltiplicazione, e solo all’ultimo
viene effettuata la trasformazione di cellule di agrobatterio.
Una volta effettuati gli opportuni controlli su terreno selettivo, per
verificare il corretto inserimento del plasmide recante il gene di interesse
nell’ultimo batterio ospite, è possibile effettuare l’infezione
di porzioni di foglia.
I “dischetti fogliari” infettati, vengono posti, in condizioni
di stretta sterilità, ancora su terreno selettivo, in attesa
della formazione di un “callo”, proliferazione cellulare
causata dall’agrobatterio (Figura 1). A questo punto, grazie alla
presenza nel terreno di opportuni fito-ormoni e alla caratteristica
totipotenza delle cellule vegetali indifferenziate, dalle cellule nel
cui genoma è entrato il T-DNA con la relativa resistenza ed il
gene di interesse, si sviluppa il germoglio di una piantina in miniatura
(Figura 2, 3 e 4) che, dopo un certo lasso di tempo, emetterà
delle radici (Figura 5) e potrà essere trasferita dal terreno
agarizzato al normale terriccio (Figura 6).
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Figure 6
Piantine di tabacco GM in via di radicazione su terreno agarizzato. |
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| Piantina di tabacco GM trasferita
in vaso. |
Per due delle linee che sono state portate ad esempio,
quella della filariosi e quella dell’herpes virus equino, la ricerca
è arrivata a questo punto e al momento sono in corso le analisi
per valutare il livello di espressione delle due proteine nelle piantine
di tabacco GM.
Come chiunque abbia avuto esperienza di ricerche di laboratorio in campo
biologico potrà facilmente dedurre, lo studio qui descritto è
tutt’altro che privo di difficoltà, ma noi, come gli altri
gruppi che nel mondo stanno portando avanti questo genere di ricerche,
siamo fermamente convinti che sia una strada estremamente promettente,
sia come alternativa alle soluzioni già esistenti, sia per risolvere
alcuni problemi che non hanno ancora trovato una soluzione adeguata.
Prof.ssa Barbara Basso
CNR - Universitá degli Studi di Milano
Dipartimento di Biologia
“Luigi Gorini”- Milano