Abstract
Le nuove forme di Immunodeficienza Primitiva (ID) sono caratterizzate
da un quadro clinico talvolta non chiaramente suggestivo di malattia
immunologica, e ciò può rendere difficile la diagnosi.
Molto spesso, la maggior parte di tali ID è parte di un compless
quadro sindromico che può coinvolgere più sistemi. Oggi
grazie ai progressi tecnologici è stato possibile identificare
nuovi meccanismi di malattia, che hanno permesso una migliore caratterizzazione
dei quadri clinici, e soprattutto di individuare pazienti con immunodeficit
su base genetica che fino ad oggi non ricevevano diagnosi. Nell’ambito
delle nuove ID un gruppo che riveste particolare interesse è
rappresentato dai difetti dell’attività citolitica. Accanto
a forme in cui un eccesso di attività apoptotica determina quadri
di patologia, vi sono condizioni cliniche in cui una ridotta attività
citolitica, nell’ambito dei meccanismi regolatori della crescita
cellulare o nell’ambito dei meccanismi efferenti della risposta
immune, determina quadri di Immunodeficienza con presentazione clinica
inusuale, che proprio per questo motivo possono essere misdiagnosticati.
Le alterazioni possono coinvolgere due pathways: quello coinvolto nella
citolisi delle cellule target determinata dall’esocitosi di granuli
intracitoplasmatici contenenti granzimi e perforina e il sistema Fas/Fas
ligando. Rientrano nella prima categoria le seguenti malattie: la Sindrome
di Griscelli, la Sindrome di Chediak-Higashi e la Linfoistiocitosi.
Differentemente dai difetti dell’attività citolitica mediata
dalla perforina, i difetti collegati al pathway di Fas sono caratterizzati
da intense manifestazioni iperimmuni. Appartengono a questa seconda
categoria le seguenti sindromi: ALPS, APECED ed IPEX; paradossalmente
il primo segno di presentazione dell’immunodeficit è l’autoimmunità.
Testo
Le Immunodeficienze Primitive costituiscono un problema sanitario rilevante
sul territorio nazionale. L’incidenza delle forme primitive gravi
è bassa, intorno ad 1 caso ogni 10000 nati. Tuttavia, nonostante
la relativa rarità di tale gruppo di patologia pediatrica, si
calcola che il 5-10 % della popolazione pediatrica presenta sintomi
che possono suggerire una diagnosi di immunodeficit. Inoltre, l’identificazione
di nuove forme di immunodeficit primitivo, in cui il quadro clinico
non è conclamato né chiaramente suggestivo di una malattia
immunologica, indica che molti casi possono non ricevere una diagnosi
corretta nei tempi dovuti. Ne deriva pertanto che la reale incidenza
delle ID è attualmente non definibile. Tutto ciò è
imputabile a problemi di disponibilità di risorse tecnologiche
in ambito di procedure diagnostiche, e suggerisce la necessità
della creazione di una rete integrata di Centri diagnostici che siano
distribuiti in modo omogeneo nell’intero Paese così da
consentire in tempi brevi di escludere la presenza di un immunodeficit.
Il continuo trasferimento di conoscenze dalle discipline di base alle
problematiche cliniche e l’applicazione di tecnologie innovative
hanno determinato negli ultimi anni un significativo miglioramento dei
livelli di conoscenza di tali malattie, in particolare permettendo di
identificare nuovi meccanismi di malattia, una migliore caratterizzazione
patogenetica dei quadri clinici, il riconoscimento tempestivo di problematiche
emergenti, ma soprattutto hanno permesso
l’individuazione di pazienti che oggi possono ricevere una definizione
diagnostica completa e che fino ad ora non erano identificati come soggetti
affetti da immunodeficit.
Le ID, finora note, comprendono oltre 100 forme diverse che differiscono
sia per gravità dei sintomi sia per meccanismo patogenetico.
Accanto alle forme tipiche in cui l’immunodeficienza cellulare,
umorale o combinata si presenta sotto il profilo clinico con
un quadro sufficientemente chiaro, vi sono casi atipici in cui i segni
di presentazione sono meno suggestivi di un immunodeficit di base. Molto
spesso, la maggior parte degli immunodeficit è parte di un complesso
quadro sindromico, che pertanto coinvolge più apparati, configurando
quindi quadri complessi in cui il coinvolgimento immunitario può
essere offuscato dal preponderante coinvolgimento di un altro apparato.
Recenti evidenze hanno, inoltre, permesso di comprendere come una risposta
autoreattiva possa essa stessa rappresentare paradossalmente un segno
clinico d’immunodeficienza, in quanto un’autoreazione può
derivare da alterazioni dell’omeostasi del sistema immune. I linfociti,
che in vivo si espandono e proliferano dopo il contatto con l’antigene,
andranno successivamente incontro ad apoptosi affinché il numero
delle cellule sia mantenuto costante. La morte cellulare programmata
o apoptosi è un processo fisiologico caratterizzato da alterazioni
della morfologia cellulare e frammentazione del DNA in oligonucleotidi,
cui partecipano numerose molecole di signaling intracellulare. Più
in generale, la lisi cellulare avviene attaverso l’attivazione
del pathway del sistema Fas/Fas ligando o dei pathways che mediante
l’esocitosi di granuli intracitoplasmatici contenenti granzimi
e perforina, determina la citolisi delle cellule target (Fig.
1).
Recenti evidenze indicano che una disregolazione di tali processi rappresenti
il meccanismo patogenetico di alcune malattie nell’uomo. In particolare,
alterazioni dei meccanismi che regolano la morte cellulare programmata
giocano un ruolo importante nel determinare condizioni di anergia indotta
da virus, quali il Virus del morbillo o la varicella. Inoltre, in condizioni
di immunodeficit combinato su base ereditaria è stato documentato
sia a livello morfologico sia molecolare un’inappropriata apoptosi,
la quale costituisce, pertanto, il meccanismo con cui in queste forme
di immunodeficienza T congenita, si determina in fasi avanzate di malattia
la linfopenia non presente all’esordio. Accanto a forme in cui
un eccesso di attività apoptotica determina dei quadri di patologia,
vi sono tuttavia condizioni cliniche in cui una ridotta attività
citolitica,
sia nell’ambito dei meccanismi regolatori della crescita cellulare
sia nell’ambito dei meccanismi efferenti della risposta immune,
determina dei quadri di Immunodeficienza a presentazione clinica inusuale,
che proprio per questo motivo possono essere misdiagnosticati.
A scopo esemplicativo, presentiamo due casi clinici che sono indicativi
del decorso clinico di tali nuovi disordini immunologici, con la finalità
di meglio definire elementi del quadro clinico, del decorso e del meccanismo
molecolare coinvolto.
CASO 1
Alessia viene ricoverata all’età di 12 anni in condizioni
cliniche generali scadenti, per la presenza di febbre persistente, epatosplenomegalia,
citopenia, ingrossamento dei linfonodi. La storia clinica antecedente
al ricovero rilevava un normale decorso clinico delle comuni infezioni
virali dell’infanzia che rendeva improbabile una sindrome da Immunodeficienza.
Le prime indagini biochimiche mostravano diminuzione del numero dei
globuli rossi e bianchi, ipertrigliceridemia, ipofibrinogemia, ipoalbuminemia,
ed iperferritinemia. Dati sierologici indicavano la possibilità
di una causa infettiva (Epstein Barr o Herpes Virus) alla base della
febbre. L’analisi funzionale dell’attività delle
cellule Natural Killer mostrava che essa era quasi assente, mentre risultava
normale il loro numero assoluto. Nel corso dell’approfondimento
diagnostico, l’analisi del gene della perforina, molecola chiave
dei processi di citolisi, evidenziava la presenza di una mutazione.
Successivamente, la valutazione istologica su campione bioptico di fegato
mostrava la presenza di intensa emofagocitosi, confermando il sospetto
di deficit di attività Natural Killer su base genetica con linfoistiocitosi
emofagocitica.
Purtroppo le condizioni generali di Alessia peggioravano drammaticamente
e la piccola non riusciva a sopravvivere a lungo all’episodio
acuto.
CASO 2
Gianmarco è stato in apparente benessere fino all’età
di un anno, quando ha presentato eruzioni eritematopomfoidi diffuse
non connesse ad alcuna causa apparente. Successivamente all’età
di 4 anni il piccolo ha presentato piastrinopenia, epatosplenomegalia
e linfoadenopatia. Le indagini di laboratorio evidenziavano aumento
degli enzimi muscolari, degli immunocomplessi circolanti, e la presenza
di autoanticorpi. Inoltre, l’analisi funzionale della apoptosi
indotta da Fas sui linfociti del sangue periferico, risultava patologica.
Sulla base della familiarità per patologie autoimmunitarie, quali
tireopatia e connettivopatia, e del test funzionale patologico veniva
posta la diagnosi di Sindrome Autoimmune Linfoproliferativa (ALPS).
Tale diagnosi è stata confermata a livello molecolare dall’individuazione
di una mutazione del gene Fas. Giammarco attualmente conduce una vita
normale per la sua età.
Questi casi molto differenti nella presentazione clinica e nel decorso,
sono tuttavia entrambi riconducibili ad un difetto di attività
citolitica. Immunodeficit da difetti dell’attività citolitica
Nel caso di Alessia il difetto riguardava i meccanismi responsabili
dell’attività citolitica inerenti il ruolo che svolgono
le cellule T e le cellule Natural Killer nell’immunità
anti-tumorale e anti-virale. I granuli citolitici, presenti in loro,
infatti, contengono molecole effettrici della citotossicità,
processo mediato dalla esocitosi dei granuli e seguito dalla liberazione
di granzimi e perforina. In particolare, nel processo di citolisi delle
cellule target, determinata dall’esocitosi dei granuli intracitoplasmatici,
l’alterazione molecolare può essere causata o da un difetto
della perforina o da un’incapacità a secernere i granuli
citolitici durante l’esocitosi.
Come mostrato in tabella 1,
rientrano in questa categoria differenti malattie, tutte accomunate
da un difetto delle attività citolitiche che permettono un’adeguata
difesa da infezioni ed in particolare dai virus. Le principali forme
sono: la Sindrome di Griscelli, la Sindrome di Chediak-Higashi e la
Linfoistiocitosi familiare.
La Sindrome di Griscelli è causata da un difetto del gene RAB27A,
che codifica per una “GTP binding protein” associata ai
granuli citolitici. I pazienti presentano numerosi episodi di febbre
ed infiltrazioni linfocitarie di organi.
Spesso è presente epatosplenomegalia, linfoadenopatia, pancitopenia,
iperpigmentazione cutanea. Frequentemente è presente un repentino
deterioramento neurologico con epilessia, deficit neuromotorio, fino
al coma. Tali alterazioni neurologiche causate da degenerazione della
sostanza bianca sono presenti soprattutto nelle aree frontoparietali.
Il decorso nei casi non trattati è fatale. La mortalità
e la letalità dipendono dalla precocità della diagnosi.
La Sindrome di Chediak-Higashi è un raro disordine a trasmissione
autosomica recessiva, con interessamento multiorgano, caratterizzato
da albinismo oculocutaneo, frequenti infezioni da piogeni, tendenza
al sanguinamento e disturbi neurologici. Essa è associata ad
un difetto di LYST, regolatore del traffico lisosomiale. Il meccanismo
patogenetico è caratterizzato da massive inclusioni lisosomiali
responsabili di un rilevante danno citoplasmatico e della fagocitosi.
All’esordio può essere presente neutropenia e successivamente
anemia e piastrinopenia. Molti soggetti sviluppano nella fase avanzata
di malattia, deposizione di linfoistiociti nel fegato, milza, linfonodi,
midollo osseo, determinando così ingrossamento e malfunzionamento
di tali organi coinvolti. Poiché la presentazione clinica è
alquanto eterogenea e le decisioni terapeutiche devono essere individualizzate
al singolo caso, molti pazienti muoiono prima dei 10 anni. Una possibilità
terapeutica è il trapianto allogenico di midollo da fratello
HLA identico o, in mancanza di familiare donatore, da midollo compatibile
o da cordone.
La Linfoistiocitosi emofagocitica (HLH) è una malattia caratterizzata
da massiva attivazione del sistema immune ed in particolare degli istiociti.
Tale quadro si associa generalmente a febbre, epatosplenomegalia, pancitopenia,
ipertrigliceridemia, ipofibrinogemia e si manifesta sovente nelle prime
epoche della vita anche se l’esordio può avvenire in epoche
successive.
Dal punto di vista funzionale si osserva ridotta o assente capacità
litica delle cellule Natural Killer e dei linfociti T citotossici. Nelle
forme ereditarie, essa si trasmette con modalità autosomica recessiva.
Solo recentemente sono state identificate in pazienti con HLH mutazioni
a carico del gene della perforina, molecola che svolge un ruolo importante
nell’attività litica.
Generalmente la malattia conclamata è scatenata da un’infezione
virale comune, che generalmente in soggetti sani ha un decorso benigno.
Sulla base delle attuali conoscenze, sembra che l’HLH possa manifestarsi
dopo un intervallo libero da sintomi anche molto lungo e che non esistono
parametri funzionali e/o biochimici predittivi di evoluzione durante
la fase asintomatica della malattia. Queste osservazioni supportano
l’ipotesi che vi siano casi di HLH non riconosciuti e quindi che
la malattia sia sottodiagnosticata.
Pertanto è opportuno che tutti i soggetti con decorso particolarmente
grave di un’infezione virale debbano essere sottoposti ad un appropriato
iter diagnostico. Nel 40% dei casi i soggetti con HLH mostrano una mutazione
nel gene della perforina.Sono state descritte finora numerosi mutazioni,
alcune delle quali ben caratterizzate, mentre per molte altre resta
ancora da trovare una chiara correlazione tra genotipo e fenotipo.
Immunodeficit ed iperimmunità. Differentemente dai difetti dell’attività
citolitica mediata dalla perforina, in cui vi è assenza di manifestazioni
autoimmunitarie, i difetti collegati al pathway di Fas sono caratterizzati
da intense manifestazioni iperimmuni. Come illustrato in Tab.
2, appartengono a questa seconda categoria le seguenti
sindromi: Autoimmune - polyendocrinopathy - candidiasis - ectodermal
- distrophy (APECED); Immunodysregulation - polyendocrinopathy - enteropathy
- X-linked syndrome (IPEX) e Autoimmune - lymphoproliferative - syndrome
(ALPS), e l’Immunodeficienza con iperimmunità da difetto
di Caspasi. Tutte queste sindromi sono caratterizzate dalla presenza
di malattie autoimmuni che possono coinvolgere qualsiasi apparato. Tali
malattie rappresentano l’unico modello di malattia autoimmune
associata ad un singolo difetto genetico. Peraltro, l’identificazione
di queste nuove sindromi da immunodeficienza, il cui quadro clinico
è caratterizzato da “clustering” di distinte malattie
autoimmuni in uno stesso individuo, ha dato un contributo considerevole
alla comprensione degli aspetti genetici delle malattie autoimmuni.
Queste nuove ID sono state identificate nell’uomo grazie agli
studi pilota condotti su modelli animali (topo Lpr e Gld), che hanno
permesso di comprendere come alla base di tali sindromi iperimmuni vi
possa essere una causa monogenica. Anche se era nota per un certo numero
di malattie una predisposizione genetica, come testimoniato dall’associazione
tra manifestazioni autoimmuni ed alcune specificità del sistema
HLA, tale associazione non era in grado tuttavia di spiegare da sola
la patogenesi di questi fenotipi iperimmuni su base ereditaria.
Gli studi funzionali effettuati hanno evidenziato in una percentuale
alta di casi un difetto di apoptosi indotta da Fas che è responsabile
del fenotipo clinico. Recentemente sono state, inoltre, identificate
alterazioni molecolari, associate a questi quadri. In particolare, l’APECED
è legata ad alterazione del gene “regolatore d’autoimmunità”
(AIRE), mentre la forma IPEX è legata ad alterazioni del fattore
di trascrizione FOX P3. Inoltre, mutazioni di 2 Caspasi, la 8 e la 10,
sono state identificate in pazienti con iperimmunità e, nel caso
della Caspasi 8, iperimmunità associata ad immunodeficit funzionale.
Nel caso invece dell’ALPS, attualmente si conoscono 4 forme come
illustrato in tabella 2.
L’ALPs è un disordine caratterizzato da cronica espansione
linfocitaria e conseguente infiltrazione benigna di linfociti in vari
organi. Segni di sospetto sono la linfoadenopatia (generalmente cervicale
ed ascellare) e l’epatosplenomegalia. Come illustrato in tabella
3, le principali manifestazioni cliniche sono: anemia
emolitica, trombocitopenia, neutropenia, orticaria, glomerulonefrite,
epatite autoimmune, cirrosi epatica biliare, sindrome di Guillan Barré,
artrite reumatoide giovanile, vitiligine ed alopecia. Raramente possono
essere associati: idrope fetale, autismo, diseritropoiesi, ipereosinofilia,
elevata incidenza di tumori.
Sebbene sia un disordine benigno, le complicanze a lungo termine
richiedono un’attenta osservazione nel tempo e appropriati trattamenti,
quali l’uso di cortisonici, chemioterapici, antimalarici, fattori
di crescita, interventi chirurgici (splenectomia per splenomegalia
di massive proporzioni associata ad iperesplenismo ed epatomegalia).
Tra queste 4 forme quella più grave è rappresentata
dalla forma 0 in cui la molecola Fas è assente.
L’APECED è una sindrome polighiandolare autoimmune, causata
da un difetto di un singolo gene, denominato
AIRE (regolatore autoimmune). Il prodotto genico è espresso
in alcuni organi come il timo, i linfonodi, il fegato e la milza nella
vita fetale. E’ rara, ma relativamente molto frequente in alcuni
gruppi etnici: Finlandia, Sardegna, Iran. Il disordine è autosomico
recessivo con alta penetranza.
Usualmente i sintomi si rendono manifesti nella prima infanzia ma
alcuni pazienti sviluppano la malattia nelle decadi successive. Il
fenotipo è variabile, anche nell’ambito della stessa
famiglia.
Esso comprende accanto all’immunodeficienza sia disordini endocrini
sia non endocrini: disturbi gonadici (ipogonadismo primario), distrofia
ectodermica (onicodistrofia, anomalie del follicolo pilifero, distrofia
dello smalto dentario, alopecia), vitiligine, cheratocongiuntivite,
ipotiroidismo secondario a tiroidite, sindrome di Sjogren, diabete
mellito insulino dipendente (IDDM), anemia perniciosa, gastrite atrofica
ma anche epatite
cronica attiva, colelitiasi e malassorbimento Tab. 4.
L’IPEX è un immunodeficit associato a manifestazioni
autoimmuni, quali enteropatia e poliendocrinopatie. L’epoca
di comparsa è precoce, con manifestazioni già nel periodo
neonatale o nella prima infanzia.
L’enteropatia è caratterizzata da: diarrea, sanguinamento
gastrointestinale, ileo.
Le poliendocrinopatie comprendono il diabete mellito insulino-dipendente
e la tiroidite autoimmune. La tab. 5 illustra
i principali segni clinici: dermatite atopica, trombocitopenia autoimmune,
neutropenia, anemia, leucocitosi, linfoadenopatia, distress respiratorio,
anomalie vascolari, sepsi e talvolta gravi infezioni (peritoniti,
polmoniti, artriti
causate da Enterococchi e Stafilococchi) conseguenza dell’immunodeficienza.
Meno frequentemente sono descritti casi di colite ulcerosa, glomerulonefrite,
nefrite interstiziale, atrofia muscolare. La prognosi è severa:
molti pazienti muoiono precocemente per la cachessia o per la necessaria
terapia immunosoppressiva.
Conclusioni
Le nuove forme di ID hanno la caratteristica peculiare di essere sindromi
complesse e di avere un quadro di presentazione clinica eterogeneo,
in cui l’immunodeficit non è sempre facilmente riconoscibile.
Inoltre, il trasferimento di conoscenze dalle discipline di base alle
problematiche cliniche e l’applicazione di tecnologie innovative
hanno già determinato un significativo miglioramento dei livello
di conoscenza delle singole malattie, con evidente ricaduta positiva
sulla salute pubblica. Paradossalmente talvolta l’immunodeficit
si può presentare con un quadro di autoimmunità. Il
mancato riconoscimento precoce dell’immunodeficit quale meccanismo
patogenetico che sottende al fenotipo clinico aumenta enormemente
il numero di ricoveri di questi pazienti, spesso etichettati con diagnosi
che identificano la patologia d’organo predominante (ad esempio,
encefalopatia fulminante sine causa, epatosplenomegalia, Cluster di
malattie autoimmuni, ecc.) con notevole aggravio della spesa pubblica
che consegue alla scarsa comprensione della malattia. Sicuramente
le strutture pediatriche multispecialistiche possono contribuire notevolmente
al riconoscimento di tali ID primitive grazie ad un approccio multidisciplinare
integrato. La presenza di infrastrutture adeguate, e soprattutto distribuite
in modo omogeneo su tutto il Paese, costituisce lo strumento necessario
per l’identificazione precoce di nuovi casi, e per ridurre l’indebita
migrazione di pazienti in altre strutture del territorio nazionale
o all’estero. Concludendo, riteniamo che l’identificazione
di alcuni campanelli di allarme possa essere utile per riconoscere
queste nuove Immunodeficienze, che meritano adeguato approfondimento
diagnostico. Segni di allarme delle nuove Immunodeficienze da disordini
dell’attività citolitica o dei meccanismi che regolano
l’apoptosi
Decorso clinico particolarmente sfavorevole di un infezione virale,
anche dopo un lungo periodo libero da sintomi Linfoadenopatia sine
causa “Clustering” di malattie autoimmuni e/o immunodeficit
Familiarità positiva per disordini immunologici e/o autoimmunitari
Considerevole infiltrazione linfocitaria d’organo.
Claudio Pignata, Pasqualina Ferri
Department of Paediatrics,
“Federico II” University, Naples, Italy
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