Articolo

Introduzione
Le indagini avviate di recente presso l'Ospedale Umberto 1° di Roma per una sospetta infezione da legionella, l'inchiesta avviata in Piemonte per la presenza di colonie del batterio nei serbatoi dei treni, la chiusura temporanea dell'Holiday Inn Venice East a Quarto d'Altino sono solo alcuni dei più recenti episodi che hanno prepotentemente portato l'attenzione dell'opinione pubblica su queste tematiche innalzando, di conseguenza il livello dei controlli da parte delle autorità competenti. Una efficace strategia di prevenzione è, oggi più che mai, indispensabile al fine di evitare che un episodio anche solo di sospetta contaminazione si trasformi non solo in una assunzione di responsabilità sotto il profilo civile e penale, ma anche in un vero boomerang a livello di immagine.
Il problema della contaminazione delle acque, in realtà, non ha origini recenti: già nelle comunicazioni scientifiche degli anni 60 e dei primi anni 70 si registra la presenza di un agente patogeno, allora non ancora ben identificato, capace di indurre delle gravi patologie polmonari con quadri clinici importanti caratterizzato da una elevata mortalità. Solo a seguito del contagio di oltre 200 persone con una trentina di decessi presso il Belview Stratford Hotel di Philadelfia del 1976 e dei successivi accertamenti si giunse ad individuare in un batterio gram negativo il responsabile dell'epidemia di polmonite. Tale nuovo agente patogeno era la “Legionella pneumophila”, che si colloca nel panorama degli agenti etiologici di classe II, in grado, cioè di generare delle epidemie con conseguenze anche mortali a partire da fonti di contagio specifiche senza la possibilità della sua propagazione mediante i rapporti interpersonali (da individuo a individuo). La "classificazione", e specialmente il nome del batterio, derivano proprio dall'evento epidemico che ha portato alla sua identificazione, poiché gli ospiti infettati del Belwiev Hotel erano membri di una associazione di soldati di ventura chiamati nel gergo comune "Legionari". Una analisi a posteriori di altri gravi eventi epidemici, di dubbia origine, ha confermato come già in precedenza si sarebbe potuto identificare l'agente patogeno. Il problema "Legionella" è rimasto silente e praticamente inesistente per l'opinione pubblica, nonostante la sua importanza, fino al manifestarsi di altri fenomeni epidemici con caratteristiche simile: la SARS prima e l'influenza aviaria poi. La situazione di allerta generale creata da queste patologie e il relativo rischio di pandemia, infatti, ha condotto ad un maggiore controllo e ad una specifica attenzione proprio alla ricerca dell'origine etiologica delle polmoniti sospette. Il risultato della ricerca diagnostica ha portato all'identificazione di un marker specifico: l'antigene urinario del batterio. Tale scoperta, avvenuta a soli pochi anni fa, consente di individuare nel paziente, in poche ore, la presenza di “Legionella pneumophila” di sierogruppo I la causa dell'80/85 % dei casi ospedalizzati. Questo strumento si è rivelato particolarmente importante sia perché evita il ricorso ad accertamenti invasivi (quali la biopsia), sia perché consente di identificare il batterio anche nei casi in cui il soggetto venga sottoposto ad una precauzionale pesante terapia antibiotica con copertura ad ampio spettro la quale ha, come primo effetto, quello di rendere falsamente negativi gli accertamenti microbiologici, anche se condotti sugli espettorati o sui broncolavaggi. La ricerca dell'antigene urinario, inoltre, è un esame facilmente ripetibile, rapido e specifico. Il limite dell'accertamento è che esso permette di identificare il solo ceppo del sierogruppo I tra quelli potenzialmente implicati, sottraendo la possibilità di identificare la presenza dei sottogruppi meno virulenti capaci comunque di indurre delle sindromi di minore gravità come la febbre di Pontiac. Questo spiega anche le generali affermazioni di sottostima del problema altrimenti non facilmente comprensibili.

 

 

Il panorama normativo
La gravità del quadro clinico e il tasso di mortalità (che può raggiungere il 10-15%) pone il batterio tra quelli maggiormente pericolosi per la salute umana basti ricordare l'epidemia di legionellosi avuta nell'estate del 2005 in Canada con oltre 80 persone contagiate e 16 decessi. Questo ha portato ad orientare tutte le disposizioni ad esso inerenti in un'ottica di prevenzione della possibilità di essere in situazioni di potenziale rischio. Sotto il profilo strettamente giuridico, nel panorama italiano, il problema in oggetto rientra fra le tematiche disciplinate all'interno del Decreto Legislativo del Governo n. 626 del 19 settembre 1994, a tutti noto, perché affronta in modo dettagliato la problematica della sicurezza e della salute negli ambienti di lavoro.


La norma, infatti, richiama il rischio biologico classificandolo nell'allegato XI - "Elenco degli agenti biologici". La legge, tuttavia, si limita a ravvisare una sostanziale responsabilità del datore laddove, in presenza di un rischio, non abbia provveduto a mettere in atto tutti gli accorgimenti e le procedure necessarie ad evitare che da esso derivi un evento dannoso per la salute. La lacuna è costituita dall'assenza di indicazioni sulle modalità con le quali questa tutela deve essere assicurata. Le indicazioni e i riferimenti tecnico-scientifici con cui operare sono, invece, contenuti in alcune linee guida approvate ed emesse dalla Conferenza Permanente Stato-Regioni e Province Autonome con l'apporto dell'Istituto Superiore della Sanità e dello EWGLI (European Worcking Group for Legionella Infection). Dal 2000 ad oggi tali documenti tecnici, ripetutamente aggiornati, hanno avuto come campo privilegiato di studio e applicazione le strutture alberghiere (strutture ricettive) di vario tipo e le strutture termali. Le linee guida e i relativi aggiornamenti rappresentano, comunque, i documenti di riferimento anche per tutte le altre strutture che ospitano comunità (ospedali, nosocomi, carceri, caserme ecc.). Da questi documenti è, possibile evidenziare quali fattori possono rendere più suscettibili di contagio gli individui come riportato nel Tab 1. In sostanza è comunque necessario effettuare una analisi dell'ambiente e specialmente degli impianti per verificare se si è nelle condizioni in cui l'eventuale presenza del batterio possa portare alla sua proliferazione e successivo pericolo (reale) per gli utenti/lavoratori che si trovino ad operare o frequentare tali strutture.
Tali condizioni sono:
ula presenza di acqua ad una temperatura compresa tra 25 e 55°C;
ula possibilità che tale acqua sia nebulizzata in particele così piccole da raggiungere le basse vie respiratorie.
Per quanto attiene il primo elemento si registra un incremento di rischio in presenza di ristagni o (peggio) di circuiti in cui l'acqua subisce un continuo trattamento termico in un range di temperatura che rientri in modo stabile all'interno di quello che si è detto ottimale per la crescita del batterio in condizioni ottimali. Tipico esempio sono i sistemi di distribuzione con ricircolo dell'acqua calda sanitaria. La crescita di colonie è anche favorita in presenza di biofilm e di ossidi e ioni metallici, presenza normale in tutti i tipi di impianti in cui viene gestita e distribuita dell'acqua calda sanitaria. La presenza di colonie di “Legionella pneumophila” negli impianti diventa concretamente pericolosa per la salute solo nell'ipotesi in cui l'acqua venga spruzzata, o nebulizzata, in quanto, come già detto, il batterio può esplicare le proprie caratteristiche patogene solo ed esclusivamente se ha la possibilità di giungere nelle basse vie respiratorie e ciò è normalmente possibile solo se le particelle di acqua portatrici del batterio hanno una dimensione pari o minori di 5µm. Da qui il coinvolgimento diretto di tutte le strutture ricettive (alberghi, ospedali, case di ricovero ecc.).nelle quali le persone utilizzano acqua calda per docce, idromassaggi, ecc.

 

Procedure operative
In passato la strategia più frequente è stata quella di affrontare solo le emergenze effettuando gli interventi di bonifica solo a seguito di denunce o casi conclamati di legionellosi. In realtà, oggi, questa modalità operativa se pur ancora molto diffusa non appare più vincente poiché, come si è sottolineato, si deve operare in un'ottica preventiva. Sono, quindi, sempre più frequenti controlli da parte delle autorità competenti volti a verificare che presso le strutture a rischio vi siano in essere le necessarie misure di prevenzione e durante i quali, spesso, vengono effettuati prelievi di campioni di acqua da sottoporre ad analisi. Ove gli accertamenti di laboratorio evidenzino ripetutamente la presenza del batterio, pur in assenza di denunce, si può giungere alla temporanea chiusura precauzionale della struttura con i danni che da ciò possono derivare. Con queste premesse è opportuno nella gestione di una struttura, conoscere ed affrontare anche questi aspetti. In primo luogo è necessario valutare se nella propria struttura vi sia o meno la possibilità di colonizzazione dei propri impianti da parte di Legionella. Le linee guida prevedono, in questo senso, un analisi del rischio basato sull'esame approfondito degli schemi degli impianti tecnologici presenti, delle caratteristiche di utilizzo e della tipologia di utenti/dipendenti. Questo DEVE essere fatto sempre poiché, come è logico, è possibile escludere la presenza del rischio solo dopo aver effettuato uno specifico accertamento. Tecnico tale analisi DEVE essere effettuata da personale competente dove la competenza non riguarda la semplice conoscenza idraulica o termotecnica della struttura ma la conoscenza della natura stessa del rischio microbiologico unita alle necessarie conoscenze tecniche impiantistiche. Tale scelta è fondamentale non solo per poter identificare in modo corretto le eventuali metodologie di intervento, ma per l'individuazione del soggetto garante della sicurezza in sede civile e penale, poiché, come per altri aspetti definiti dal D. Lgs n. 626/1994, in mancanza di specifiche e valide nomine l'onere ricade direttamente sul responsabile della struttura che si troverà nella spiacevole situazione di avere una responsabilità personale, diretta e immediata, con tutte le possibili conseguenze sia a livello penale che civile.

 

Le figure professionali che possono assolvere a tale compito con coscienza e conoscenza non sono pertanto molte: biologi con conoscenza operativa, dimostrabile, delle tecnologie e delle organizzazione degli impianti, medici con pari competenze, ingegneri con una dimostrabile esperienza formativa in microbiologia, veterinari con conoscenze specifiche, chimici con conoscenze di microbiologia, ecc. Il tecnico che accetta l'incarico deve ovviamente poter dimostrare di possedere tali conoscenze per potervi assolvere in maniera professionalmente corretta, senza incorrere nelle responsabilità personali. È ovviamente difficile trovare tutte le competenze necessarie nella stessa persona e, a questo punto, appare come soluzione valida ricorrere al supporto di un team ad hoc che detenga tutte le conoscenze necessarie. Si deve, poi, procedere alla stesura del cosiddetto "Registro degli interventi", che rappresenta il documento di valutazione del rischio con la sequenza programmatica (cadenza e periodicità) delle operazioni da eseguire. In questa fase deve essere formalizzato il nominativo del gestore (responsabile) del sistema di prevenzione, individuando con precisione a chi compete l'onere di effettuare le operazioni programmate.




Secondo un minimo di applicazione delle regole sulla "qualità" diviene obbligatoria la formale stesura delle procedure operative che consentano l'effettuazione delle operazioni sopraccitate in maniera chiara ed esaustiva a tutti gli operatori coinvolti e l'indicazione della figura professionalmente competente deputata al controllo delle operazioni e del responsabile del sistema di autocontrollo. Tale analisi del rischio deve essere ripetuta regolarmente, al massimo ogni due anni oppure, come è ovvio, ogni qualvolta venga modificato uno dei parametri che possono influenzare le condizioni, come per esempio una modifica degli impianti o l'inserimento di nuove parti, attrezzature o tecnologie. Il "registro degli interventi" , infatti, non è un mero registro di quanto viene effettuato, ma un documento che deve evidenziare un complesso sistema che contiene:
-una accurata e competente analisi del rischio,
-una valutazione delle fasi alla ricerca delle aree critiche,
-l'individuazione del parametro o delle condizioni/operazioni che pongono le fasi critiche sotto controllo,
-la stesura di un programma di tali operazioni, delle procedure che mediante una esaustiva e precisa descrizione ne consentano la corretta esecuzione, delle schede di registrazione che ne attestino l'esecuzione con l'individuazione dell'operatore, e l'indicazione di un controllore che ne confermi la realizzazione. Per gli addetti ai lavori è facilmente identificabile nei contenuti segnalati la realizzazione di un sistema HACCP (diffuso nel settore agroalimentare) o meglio un sistema di prevenzione, controllo e riduzione dei pericoli realizzato nel rispetto dei principi fondanti nel sistema citato. Le linee guida fissano, inoltre, dei differenti livelli di contaminazione degli impianti conferendo alle varie situazioni una "pericolosità" formale.

 

 


Tale classificazione, tuttavia, è da considerarsi sul piano pratico solo indicativa poiché viene in molti casi smentita dalla verifica dei casi di legionellosi posti sotto indagine dalla magistratura
Il livello di pericolosità, così come indicato nelle linee guida, infatti, si basa sull'ipotesi che la presenza del batterio sia "statica" e apparentemente costante in quel punto dell'impianto.
In realtà, come è facilmente intuibile, i batteri hanno una loro dinamica di popolazione che li porta (come tutti gli organismi viventi) a crescere al presentarsi di condizioni favorevoli trasformando una situazione di densità iniziale a bassi livelli in una contaminazione effettivamente pericolosa dell'acqua. Negli impianti, ad esempio, vi possono essere aree o parti di essi in cui questo fenomeno di ricambio non avviene (tipicamente nei rami laterali, gli stacchi, che portano l'acqua calda alle utenze). Questi tubi divengono, a tutti gli effetti degli incubatori in cui il batterio può proliferare in assenza di fenomeni ostativi fino a giungere a quelle concentrazioni che possono costituire un reale pericolo non solo per i soggetti suscettibili ma anche per gli individui dotati di normale immunocompetenza.

 

 

A fronte di ciò vi sono altri fenomeni come, ad esempio, il flussaggio degli impianti che rimuove e diluisce la quota circolante di batteri per effetto dell'ingresso di acqua pulita e dell'eliminazione di un pari volume di acqua contaminata attraverso le utenze. Può quindi avvenire, come si è in effetti verificato, l'implicazione in segnalazioni di casi di legionellosi, di strutture che hanno presentato nei controlli eseguiti a posteriori dei bassi titoli di contaminazione. Questo, ovviamente, nel caso la fonte individuata fosse unica e senza altre possibilità di origini alternative di contagio.
In realtà emerge l'obbligo di avere gli impianti "puliti" cioè almeno sotto la soglia di rilevabilità della presenza del batterio, cosa che implicitamente permette di affermare che l'impianto, se non è in senso assoluto esente dalla presenza del batterio ha, comunque, una presenza che in nessun modo può suscitare un rischio per gli utenti/dipendenti. Normalmente la sensibilità dei test microbiologici varia da 20 a 80-100 ufc/l.

Problematiche applicative
In relazione a quanto delineato è evidente che ogni struttura "a rischio"deve porre in essere un adeguato programma di gestione del rischio "legionella" basato:
-procedure di prevenzione
-trattamenti di bonifica periodica
-sistemi di mantenimento
A questo punto si dovrebbe passare a esaminare come applicare quanto previsto dalle linee guida e dalle altre norme tecniche e giuridiche sul tema.
E' abbastanza chiaro che non esiste una "ricetta" valida per tutte le strutture ma che ogni struttura DEVE essere considerata nella sua unicità di caratteristiche. È questo un aspetto estremamente critico e praticamente sorvolato da tutti i documenti tecnici e giuridici finora emessi in quanto si è sempre alla ricerca della cosiddetta "cura assoluta"; la soluzione capace cioè di assicurare i risultati di azzeramento o di forte riduzione della conta batterica in ogni condizione e situazione. Questa panacea è stata individuata di volta in volta, con il procedere delle esperienze, nell'applicazione di sistemi basati sul biossido di cloro, su ioni metallici, sullo shock termico, sull'iperclorazione pura e semplice, ecc.
Il problema vero è che si tentava e si tenta tutt'ora di affrontare e risolvere il problema mediante la costruzione in laboratorio di un sistema con un modello "sperimentale" in cui i volumi e specialmente le caratteristiche della matrice e degli impianti da trattare non sono assolutamente rappresentativi delle realtà impiantistiche. Questo è dimostrato dal fatto che in nessuna linea guida si cita, affronta o anche solo mette in guardia gli interessati sulla necessità di intervenire sulle incrostazioni e stratificazioni di calcare (carbonati di calcio e magnesio) che paiono quasi essere relegati a "dettaglio" secondario da combattere se possibile quando, in realtà, sono il principale ostacolo al raggiungimento degli obbiettivi fissati. (vedi foto n. 1 e 2). Al contrario si sottolinea l'importanza di individuare, al fine di assicurare l'efficacia dei trattamenti, la presenza di rami morti o porzioni di impianto non soggette a circolazione continua dell'acqua (by -pass, utenze cadute in disuso, ecc.) dimenticando che dentro e sotto le incrostazioni calcaree esiste di fatto una porzione di spazio che costituisce un consistente "ramo morto" non valutabile e di difficile se non impossibile trattamento specialmente se si decide di aggrapparsi a quello che oggi potrebbe sembrare essere nuovamente il rimedio principe per le sue caratteristiche di assoluta efficienza battericida: lo shock chimico da iperclorazione. Questo disinfettante e tutti i suoi principali derivati hanno, infatti, la caratteristica di essere fortemente attivi a pH leggermente acidi (5,8 - 6,2) e pur dimostrando una discreta attività sul biofilm non penetrano assolutamente in profondità negli strati compatti di calcare e pertanto non sono normalmente in grado di raggiungere le sacche di ricontaminazione che si possono trovare al loro interno o sotto di essi. Questa potrebbe essere la principale causa degli innalzamenti dei livelli di “Legionella pneumophila” constatati dopo gli interventi di shock da iperclorazione fatti maldestramente o in maniera non monitorata e controllata in continuo. In queste situazioni, in effetti, i trattamenti si sono dimostrati efficaci a rimuovere i batteri nel flusso circolante di acqua sanitaria anche se si poteva poi assistere ad una immediata e massiccia ricolonizzazione dell'impianto, a titoli anche di gran lunga maggiori di quelli pretrattamento, nell'arco di 48/72 ore. Assumono pertanto grande importanza i principi attivi, come l'acido peracetico, capaci anche di rimuovere efficacemente gli strati di calcare e di ossido capaci di porre a nudo e eliminare le sacche di Legionella presenti. Va, inoltre, segnalato l'abbassamento della temperatura dell'acqua a livelli ottimali per la crescita del batterio, dell'impianto a fine trattamento quando deve essere "svuotato" e ripulito dal biocida prima di essere rimesso in servizio. Le linee guida indicano una serie di procedure che devono, comunque, essere poste in essere nella gestione ordinaria della struttura. Delle operazioni indicate alcune sono effettivamente importanti in relazione al principio di precauzione, come la disinfezione periodica dei serbatoi, ed altre invece, in realtà sono solo delle indicazioni di operazioni di pulizia. Queste ultime, in effetti, ben poco hanno a che, fare con la riduzione reale del rischio: si pensi, ad esempio alle pulizia dei soli nebulizzatori delle docce il cui rischio di colonizzazione è molto contenuto perchè sono praticamente asciutti per la maggior parte del tempo ed in più hanno un volume residuo estremamente risibile a confronto del volume del tubo di alimentazione che porta l'acqua dal montante al nebulizzatore stesso. Al contrario vi sono dei punti dove effettivamente il rischio che si verifichi una colonizzazione e di una proliferazione batterica a valori pericolosi è molto alto. Le tubature, ad esempio, sono una sede molto probabile di proliferazione microbica ed è quindi indispensabile che le operazioni di bonifica comprendano una disinfezione accurata di tutto l'impianto, "stacchi" e rami laterali compresi, e non solo di alcune parti terminali dello stesso. Un intervento efficace, quindi, richiede un attento e preventivo studio della struttura e del funzionamento dell'impianto da trattare partendo dal presupposto che ogni caso è una realtà a sé. Esistono diversi modalità o metodi per effettuare le operazioni di bonifica da effettuare periodicamente. In generale, ad oggi, le metodologie più utilizzate, in funzione delle esperienze via via acquisite, si fondano sull'applicazione di sistemi basati sul biossido di cloro, su ioni metallici, sullo shock termico, sull'iperclorazione pura e semplice, ecc. Non esiste, però, una ricetta standard, poiché, come si è più volte sottolineato, ogni realtà va studiata nella sua unicità. Vi è spesso, di solito, in questi casi, già in essere una ordinanza sindacale di adozione e applicazione delle precauzioni contenute nelle più volte citate linee guida. In realtà l'obbligo di rispettare i contenuti delle linee guida è una condizione necessaria, ma non sufficiente per risolvere in concreto il problema. Sul mercato esistono diverse realtà che offrono il servizio di bonifica degli impianti di acqua calda sanitaria. Per potersi orientare in modo corretto è necessario verificare che le soluzioni prospettate seguano una metodologia che soddisfi le seguenti condizioni:
uassicuri il raggiungimento e il mantenimento dei livelli efficaci del disinfettante in tutti i punti dell'impianto,
usia in grado di distruggere il biofilm e rimuovere le incrostazioni di calcare e ossidi,
-sia ripetibile,
-abbia un impatto minimo sull'impiant,
-sia realizzabile in tempi compatibili con l'attività della struttura
-comprenda una verifica dell'efficacia
-sia approvato dagli organi di controllo. Per risolvere realmente il problema è importante affidarsi, quindi, a fornitori che vantino una vasta casistica in materia e che dimostrino di utilizzare protocolli che siano efficaci. Ad oggi, con l'esperienza di oltre 500 trattamenti effettuati con successo è stato realizzato un protocollo che, per i risultati ottenuti e le procedure applicate, ha ottenuto l'approvazione di tutti gli Organi di controllo e alle Procure della Repubblica ai cui è stato inviato. Con esso, infatti, non solo si ottiene costantemente l'azzeramento della carica batterica, ma addirittura la scomparsa di ogni traccia di Legionella pneumophila (intesa come genoma del batterio). La sua applicazioni,ha , quindi, permesso all' Holiday Inn Venice East, chiuso per ordinanza sindacale, di riaprire la struttura alberghiera entro 36 ore dal momento di richiesta di intervento poiché si è ottenuto la negatività in PCR (in quattro ore) mentre per la negatività microbiologica sarebbero occorsi dodici giorni. Va sottolineato che è stato questo il primo caso nel quale i risultati della PCR sono stati considerati validi a testimoniare, anche ai fini fiscali ,l'efficacia della bonifica effettuata sull'impianto. Come si è accennato, i trattamenti periodici devono essere inseriti in una gestione più ampia del rischio di contaminazione che prevede anche l'utilizzo di sistemi di mantenimento adottati a scopo precauzionale. In sostanza, di solito, sono trattamenti in continuo dell'acqua di alimentazione degli impianti, caratterizzati da un basso dosaggio di uno o più principi disinfettanti per ridurre la possibilità di crescita del batterio durante le successive fasi. Il criterio è, comunque, quello di mantenere le caratteristiche di potabilità come previsto dal dettato del D. Lgs. 31/2001. Come per i trattamenti di bonifica così anche per i sistemi di mantenimento vi sono differenti soluzioni. sul mercato. Alcuni si basano su dosaggi di biocidi come ioni argento e rame o da biossido di cloro. Le opzioni col biossido di cloro e ioni di argento e rame da elettrolisi hanno entrambe come controindicazione che sono metodi complessi e molte costosi. Il metodo che utilizza gli ioni d'argento e rame da elettrolisi, tuttavia, ha come possibile alternativa il dosaggio di argento e perossido di idrogeno (acqua ossigenata) che riduce a un decimo sia il costo di acquisto che specialmente quello di gestione. Un dosaggio di questi principi attivi, tuttavia, potrebbe portare al manifestarsi nel tempo problemi di possibile farmaco resistenza in “Legionella pneumophila”. E', quindi, importante richiedere alla società che fornisce il sistema di mantenimento la garanzia che i principi attivi impiegati per questo non siano gli stessi utilizzati nelle procedimenti di bonifica.

Conclusioni
Porre sotto controllo il "rischio legionella" richiede, oggi, una conoscenza approfondita sia delle conseguenze in termini di responsabilità sia delle strategie più corrette da applicare per ridurre a livelli accettabili le possibilità di contagio a esseri umani. Ai responsabili della struttura, infatti, soprattutto se operano in un contesto sanitario, non è più concesso di ignorare il problema o di gestirlo solo in situazione di emergenza e cioè di fronte a episodi di contagi conclamati o anche solo sospettati. L'attenta analisi dei rischi, la corretta applicatizione del "Registro degli interventi", la realizzazione di trattamenti di bonifica programmati e l'installazione di efficienti sistemi di mantenimento costituiscono, ormai, un percorso obbligato per tutti coloro che desiderano affrontare in modo consapevole il rischio biologico generato da questo batterio. Poiché, tuttavia, le soluzioni possibili sono molte e sulle differenti scelte operano molteplici fattori è opportuno che il responsabile, in mancanza di risorse umane specifiche interne (difficilmente disponibili), si faccia affiancare da realtà che forniscano adeguate garanzie in termini di esperienza maturata e di efficacia nei risultati. E' questo, in realtà, il modo più efficiente per garantire una difesa della salute altrui così come è logico anche senza considerare che è oltretutto imposto dalla vigente normativa. La realizzazione di un valido sistema di prevenzione del rischio da legionella diviene, pertanto, l'unico valido strumento in grado di tutelare la struttura dai danni che potrebbero sorgere a seguito di una denuncia per sospetta legionellosi.

Prof. Maurizio Podico
Secretary of the National Council of the Biologists
mauriziopodico@libero.it

Dr. Michele Checchin
Responsible Environment and Safety Unindustria
Padua - Italy

Dr. Massimo Sbacchi and Dr. Adriano Velata
Experienced of the procedures of prevention of the risk
and reclamation of the legionella fittingses
Milan - Italy