Abstract
Il Disturbo da Deficit di Attenzione con iperattività è
una delle patologie psichiatriche piùfrequenti ad esordio in
età evolutiva,causa di numerosi insuccessi scolastici,difficoltà
relazionali e tensioni nell'ambito della famiglia.
Questa complessa condizione morbosa può essere osservata con
differenti manifestazioni cliniche dall'età prescolare all'età
adulta, coinvolge e compromette numerose aree dello sviluppo e del funzionamento
sociale del bambino, predisponendolo a severa patologia psichiatrica
e/o disagio sociale nelle successive età della vita.
La variabile costellazione sintomatologica, che caratterizza il quadro
clinico, implica disfunzioni inerenti varie aree come quella cognitiva
(disattenzione), motoria (iperattività) e comportamentale-relazionale
(impulsività). Questo quadro complesso e variegato disorienta
genitori ed insegnanti che attendono invano che il bambino continuamente
distratto, agitato ed incontrollabile,che non riescono a gestire, si
calmi e si modifichi con la crescita.
La comunità scientifica ha impiegato un lungo tempo per trovare
un consenso nella definizione della sindrome. Molte sono state le definizioni
con le quali si è cercato di inquadrare bambini che presentavano
questo clinico. All'inizio del 1900 bambini impulsivi, disinibiti ed
iperattivi furono definiti come affetti da sindrome ipercinetica. Nella
letteratura francese, Wallon introduce nel suo "L'enfant turbolent",
1925, la nozione d'instabilità psicomotoria,successivamente sviluppata
da Ajuriaguerra. Intorno agli anni 60,nella letteratura anglosassone,
viene proposto il concetto di anomalia da "Danno neurologico minimo".
Negli anni 70,negli Stati Uniti, è stato definito "Disturbo
da Deficit di Attenzione ", e successivamente "Disturbo da
Deficit di Attenzione con, o senza, Iperattività" 1985.
Tale definizione prescindeva da ogni considerazione di possibili cause
organiche e focalizzava, principalmente, le difficoltà di comportamento
ed adattamento sociale.
Questi frequenti cambiamenti nelle definizioni testimoniano la incertezza
che i ricercatori hanno avuto sulle cause del disturbo.
Negli ultimi anni,la sindrome è stata definita con maggiore precisione
negli studi condotti negli Stati Uniti, come in Europa, da importanti
Società scientifiche quali l'American Academy of Child Adolescent
Psychiatric ,l'American Association of Pediatrics, l'European of Child
Adolescent Psychiatry ed Istituzioni sanitarie internazionali come il
NIMH ed il NICE, che hanno permesso una più chiara definizione
etiologica e semeiotica consentendo di porre percorsi diagnostici e
terapeutici condivisi e definiti da specifiche Linee Guida, riprese
e rielaborate anche dalla SIMPIA nel 2002.
Oggi, sappiamo molto di più su questa condizione morbosa molto
complessa. Innanzitutto, il corredo sintomatologico è da riferirsi
a cause di natura neurobiologica ma,sebbene si sia raggiunto un consenso
nella comunità scientifica nel definire l'ADHD come un disturbo
caratterizzato da sintomi nucleari quali l’iperattività,
l'impulsività e deficit d'attenzione/concentrazione, senza dimenticare
la rilevanza diagnostica della disorganizzazione nella quotidianità
e dei sintomi correlati, ampia diversità, esiste nel valutare
la gravità dei sintomi e nel giustificare la rilevanza clinica
delle loro molteplici manifestazioni. L’ICD 10(WHO 1927 ) ed il
DSM IV ( APA 1994 ) concordano nel ritenere che la sindrome implica
disfunzioni inerenti varie aree: cognitiva,motoria e relazionale-comportamentale.
Il primo, presentando criteri più restrittivi del secondo, consente
di identificare un numero minore di bambini, cioè solo quelli
più gravi; infatti considera necessaria la contemporanea presenza,
nello stesso bambino, di sintomi di disattenzione,iperattività
ed almeno un sintomo di impulsività, che devono essere presenti
in più di una situazione. Secondo tale classificazione, l'incidenza
del disturbo denominato Sindrome Ipercinetica, viene calcolata nel 1-1,5%
dei bambini in età scolare. L'ICD 10 tende ad escludere diagnosi
multiple e,quindi, se un soggetto soddisfa sia i criteri diagnostici
dell'ADHD che di disturbo della condotta, si pone la diagnosi di Disturbo
Ipercinetico della Condotta. Il DSM IV, preferito dagli esperti di ADHD
perché più analitico e attento alle comorbilità,
suddivide il disturbo in tre quadri clinici a seconda della prevalenza
di sintomi di disattenzione (tipo con inattenzione predominante) di
sintomi di iperattività/impulsività (tipo con iperattività/impulsività
predominante) oppure di un quadro in cui sono presenti entrambi (tipo
combinato). Sono considerati due gruppi di sintomi: un primo gruppo
con 9 items inerenti il deficit di attenzione, un secondo gruppo con
6 items inerenti l'iperattività e 3 itms di impulsività.
( tab.1 e 2)


Viene valutata patologica la persistenza, per almeno sei mesi, di sei
o più sintomi inerenti l'uno o l'altro dei due raggruppamenti
sintomatologici.
E' previsto, inoltre, l'esordio entro i sette anni e che tale disturbo
sia presente in due o più ambienti con compromissione clinicamente
significativa del funzionamento sociale e scolastico. I sintomi peggiorano
in ambienti che non forniscono supporti organizzati, mentre possono
essere contenuti, o non comparire affatto,se il soggetto è seguito
individualmente con stimoli che destino il suo interesse.
La diagnosi categoriale, secondo i criteri quantitativi suggeriti dal
DSM IV, non può prescindere da una diagnosi dimensionale che
consenta una valutazione qualitativa della conseguente disfunzione cognitiva
e comportamentale. L'approccio dimensionale risponde a tutte le diatribe
circa l'esistenza della ADHD perché quando dei sintomi quali
inattenzione ed iperattività/impulsività, inadeguati rispetto
allo stadio di sviluppo del bambino, incidono sul funzionamento siamo
autorizzati a parlare di disturbo. Il criterio inattenzione, o facile
distraibilità, si manifesta soprattutto come scarsa cura per
i dettagli ed incapacità a portare a termine le azioni intraprese.
Questi bambini appaiono costantemente distratti,evitano di svolgere
attività che richiedono attenzione per i particolari od abilità
organizzative,perdono frequentemente oggetti significativi e dimenticano
attività importanti. I criteri per la valutazione dell'impulsività,
caratteristica che rimane abbastanza stabile nello sviluppo ed è
presente anche negli adulti con ADHD, comprendono, la difficoltà
ad organizzare azioni complesse, con tendenza al cambiamento rapido
da una attività all'altra ed ad aspettare il proprio turno in
situazioni di gioco o di gruppo. Tale impulsività è generalmente
associata ad iperattività. L'ICD 10 riporta, anche fra i sintomi,
la possibile presenza di disinibizione nei rapporti sociali, imprudenza
in situazioni che comportano pericolo, infrazione impulsiva di regole
sociali. Tutti questi sintomi non sono causati da deficit cognitivo
ma da difficoltà oggettive nell'autocontrollo e nelle capacità
di pianificazione. Questi bambini mostrano, in assenza di un supervisore
adulto, un rapido raggiungimento del livello di stanchezza, difficoltà
a controllare i propri impulsi ed a posticipare una gratificazione.
Imprigionati nella loro patologia, i bambini con ADHD non riescono ad
utilizzare le proprie potenzialità cognitive ed incorrono nell'insuccesso
scolastico con attribuzioni negative da parte dell'ambiente e lo sviluppo
di un sé cognitivo debole. Quando tali modalità di comportamento
sono persistenti in tutti i contesti e costituiscono la costante del
bambino, possono compromettere le capacità di pianificazione
e di esecuzione di procedure complesse delle funzioni esecutive. Gli
studi sulle cause della ADHD hanno chiarito la differenza fra fattori
che determinano l'insorgenza del disturbo e quelli che ne determinano
il mantenimento. Attualmente in letteratura predominano ipotesi etiologiche
neuro biologiche, inerenti ad aspetti genetici e talora microlesionale,
ai quali si associano fattori ambientali con effetto scatenante ed amplificante
la espressività clinica. Negli ultimi 10 anni, alcuni studi fondati
sulle moderne tecniche di elaborazione d'immagine (RMC e PET) hanno
indicato quali potrebbero essere le regioni cerebrali, il cui cattivo
funzionamento, spiegherebbe i sintomi di ADHD. In uno studio del 1996
Castellano e Rappaport dimostrarono che la corteccia prefrontale dx
ed i due gangli basali, il nucleo caudato ed il globo pallido sono significativamente
meno estesi nei bambini affetti da ADHD. L'ipotesi genetica nell'etiologia
del disturbo è sorretta da numerose ricerche che confermano che
la ridotta dimensione di queste strutture cerebrali sia dovuta ad una
disfunzione di alcuni dei numerosi geni che normalmente sono attivi
durante la formazione e lo sviluppo della corteccia prefrontale e dei
gangli della base. La maggior parte dei ricercatori ritiene che l'ADHD
sia un disturbo poligenico. Studi sui gemelli omozigoti sembrano confermare
questi dati e l'ereditarietà si stima pari all'80-90% (J.Gillis
92, Università del Colorado, Gjone e Sudedet, Università
di Oslo, Stevenson Università si Southempton). Altri studi evidenziano
una predisposizione genetica nei fratelli non gemelli, di bambini con
ADHD con una probabilità di sviluppare il disturbo da 5 a 7 volte
superiore a quella di bambini appartenenti a famiglie non colpite. I
figli di un genitore affetto da ADHD hanno fino a 50 probabilità
su 100 di sperimentare le stesse difficoltà. I fattori genetici
che sono stati collegati alla ADHD includono la nascita prematura, l'uso
di alcool e tabacco da parte della madre, l'esposizione a metalli pesanti
nella prima infanzia e lesioni cerebrali, soprattutto quelle che coinvolgono
la corteccia cerebrale.
Contrariamente alla convinzione popolare non è stata evidenziata
alcuna correlazione fra ADHD, fattori alimentari ed allergie.
I fattori di mantenimento, invece,dipendono dalla struttura dell'ambiente
che ha, comunque, una importanza secondaria per le gravi conseguenze
psicoemotive degli insuccessi e frustrazioni nel campo relazionale,
sociale e scolastico. I fattori psicosociali non costituiscono la causa
primaria del disturbo ma modulano l'attivazione della predisposizione
genetica. Nelle famiglie di bambini ADHD possono essere osservate diverse
modalità di relazione genitori-bambino,nessuna di tali modalità
risulta predominante e tutte possono essere osservate anche nelle famiglie
di bambini normali. Interazioni conflittuali e verbalizzazioni negative
appaiono correlate più con il disturbo oppositivo provocatorio
e della condotta che ai sintomi cardine della ADHD. Il disturbo dell'attenzione
è secondario ad un difetto evolutivo nei circuiti che sono alla
base dell'inibizione e dello autocontrollo. Il minor autocontrollo influisce
negativamente su altre funzioni cerebrali necessarie per il mantenimento
della attenzione quindi anche sulla capacità di postecipare le
gratificazioni immediate in vista di successivo maggior vantaggio. R
Berkley ritiene che questi bambini presentino un ritardo del 30% per
l'autocontrollo e che bisognerebbe togliere il 30% della loro età
per valutare il loro reale livello ed adeguare i compiti da fare. Negli
ultimi 10 anni sono state individuate specifiche aree cerebrali capaci
di modulare l'attenzione. In particolare esistono specifiche aree cerebrali
nella corteccia prefrontale mediale che consentono di scegliere fra
diversi comportamenti possibili ed attività mentali in risposta
ad uno stimolo;queste aree sono capaci di coordinare un comportamento
ed una attività inibendone altre. L'esecuzione di un qualsiasi
compito insiste sulla capacità di inibire alcune risposte motorie
ed emotive a stimoli esterni, per raggiungere un obbiettivo, nello studio
come nel gioco, bisogna ricordare lo scopo (retrospezione), definire
ciò che serve per raggiungere lo obiettivo, saper frenare le
emozioni, essere capaci di motivarsi.
L'EEG dei bambini con ADHD presenta, rispetto ai controlli, una lieve
diminuizione dell'attività elettrica. Anche la PET conferma una
diminuizione dell'attività delle regioni frontali nei bambini
con ADHD. E' evidente l'importanza di questi dati dal momento che da
quelle aree partono fibre che le collegano al sistema libico esercitando
una funzione di controllo delle emozioni, delle motivazioni, della memoria.
Ecco perché i bambini con in attenzione ed iperattività
presentano una difficoltà del controllo emotivo, scarse motivazioni,
uso inadeguato delle proprie capacità di memoria. La risonanza
nucleare ha evidenziato che nei bambini con ADHD non è rilevabile
la fisiologica asimmetria dei lobi frontali, il lobo frontale dx, il
nucleo caudato, il globo pallido presentano una diminuizione del volume
di circa il 10% rispetto ai controlli.
E' stato anche riscontrato un piùlento tempo di attivazione ed
un minor consumo di O. Varie funzioni della corteccia e del nucleo caudato
sono modulate dalla dopamina, noradrenalina e serotonina; recentemente
nei soggetti con ADHD sono stati osservati frequenti varianti di geni
che codificano per il trasportatore della dopamina e per il recettore
D4 per la dopamina. La prima mutazione rende eccessivamente attivi i
trasportatori con una eliminazione precoce della dopamina prima che
abbia avuto la possibilità di legarsi ai recettori specifici
situati in un neurone adiacente. Il secondo tipo di mutazione può
rendere i recettori meno sensibili alla dopamina. Il minor livello di
dopamina nelle regioni cerebrali anteriori nei bambini ADHD può
normalizzarsi e dare valori sovrapponibili a quelli registrati nei controlli,
con la somministrazione di metilfenilato,che agisce rallentando la ricaptazione
della dopamina o di anfetamine che ne aumentano il rilascio. Bisogna
ricordare che le aree prefrontali, quando sono integre,pongono adeguati
freni inbitori al comportamento e quindi controllare l'impulsività,
pianificare le azioni, mantenere l'attenzione per lunghi periodi di
tempo. Tutto questo non può avvenire quando queste aree sono
ipoattivate. Si può quindi concludere, con Barkley, che i difetti
genici e di struttura presenti nei bambini con ADHD sono responsabili
del disturbo di attenzione associato ad iperattività, riducendo
la capacità di inibire comportamenti inadeguati e l'autocontrollo
e la prevalenza di questo disturbo viene calcolata nel 3-4% dei bambini
in età scolare. Tre studi condotti in Italia , 1 in Umbria e
Toscana da Gallucci e Coll. nel 1993, 2 in Emilia da Camerini e Coll.
nel 1999 e da Marzocchi e Cornoldi nel 2000, sulla popolazione infantile
generale, hanno una prevalenza del 4% circa in assonanza con le stime
nord-americane e nord-europee, va rilevato che gli strumenti di screening
utilizzati per un primo orientamento diagnostico (DSM III-R e DSM IV
) sovrastimano il problema perché lo vedono nel capitolo più
ampio dei disturbi della condotta. Nelle stime estreme, la prevalenza
si ridurrebbe dal 18 al 3.9% dopo la valutazione dimensionale con modelli
diagnostici di secondo livello. L’incidenza varia in rapporto
al parametro urbano-rurale ed appare più elevata nei gruppi socioeconomici
più bassi;non Sembrano esistere differenze significative tra
i diversi gruppi etnici. L'ADHD si associa significativamente ai disturbi
dell'adattamento sociale (personalità antisociale, alcolismo
tossicodipendenza , criminalità), ad un basso adattamento accademico
ed occupazionale, a problemi psichiatrici, tanto da essere considerato
uno dei migliori predittori, in età infantile, di cattivo adattamento
psicosociale nell'età adulta. Anche se sembra questo sia patrimonio
più delle forme comorbide che di quelle semplici e di quelle
con disturbi neuropsicologici, e che sia strettamente dipendente dal
contesto evolutivo in cui cresce il bambino con ADHD, è la persistenza
stessa dell'ADHD a rappresentare il fattore di peggior prognosi psicosociale
indicando che, più perdurano gli effetti del disturbo, maggiore
è l'influsso sullo sviluppo psicoevolutivo. Gli inevitabili fallimenti
che il bambino ADHD accumulerà nelle sue esperienze di vita sociale,
scolastica, familiare favoriranno, inevitabilmente, lo sviluppo di tratti
oppositivi e provocatori che rappresentano un aspetto molto problematico
dell'ADHD.
Nella complessità clinica dell'ADHD vanno sempre distinti i sintomi
puri (core symptoms), i profili sintomatologici specifici ( aggressività,
disturbo della socialità, immaturità, isolamento ) ed
i problemi comportamentali associati. Le difficoltà primarie
coinvolgono i processi di autoregolazione, l'inibizione delle risposte
impulsive e la modulazione dei livelli di attivazione in funzione delle
richieste ambientali; inoltre vi è una ridotta efficienza della
attenzione sostenuta, di quella selettiva e della memoria di lavoro
a breve termine.
A causa della disattenzione,questi soggetti manifestano una apparente
maggior rapidità di analisi percettiva che,in realtà,
nasconde superficialità e frettolosità di esecuzione oltre
che difficoltà di pianificazione, scarsa sistematicità
e sequenzialità sia nel pensiero che nelle attività pratiche.
I soggetti con ADHD, talvolta, manifestano anche altri sintomi, rispetto
a quelli primari che qualificano il disturbo stesso, che vengono definiti
secondari. Vengono così definiti in quanto risultano dall'interazione
delle caratteristiche principali con l'ambiente sociale in cui il soggetto
è inserito. Non disponendo di misurazioni biologiche per l'ADHD
la diagnosi è basata su criteri di valutazione dei sintomi comportamentali
e da una accurata valutazione del bambino condotta da un neuropsichiatra
infantile con esperienze sul disturbo.Sono,infatti, i servizi locali
di Neuropsichiatria della Età Evolutiva che, in concerto con
i servizi scolastici e sociali e con i pediatri di famiglia, dovrebbero
essere referenti per la gestione del bambino con sospetto di ADHD e
della sua famiglia. Nella diagnosi e trattamento della ADHD sono coinvolti
altre figure della salute mentale dell'età evolutiva, quali gli
psicologi e gli psicoterapeuti. Il medico deve essere molto cauto nel
condurre il processo diagnostico e la sua valutazione deve coinvolgere,
oltre il bambino, i suoi genitori e gli insegnanti. Devono essere raccolte,da
fonti multiple, informazioni sul comportamento e compromissione funzionale
del bambino e devono essere sempre considerati i fattori cuturali e
l'ambiente di vita. Andranno, infine, distinti i sintomi puri del disturbo
ed i profili sintomatologici psico-comportamentali associati. Pur non
essendo a disposizione tests diagnostici specifici, compresi (tab 3,4)
questionari e tests psicologici, la valutazione neuropsichiatrica è
molto importante per l'evoluzione del paziente ADHD in quanto,una diagnosi
precoce con conseguente tempestivo trattamento multimodale, è
fondamentale per una prognosi favorevole ed il contenimento delle comorbilità.


La diagnosi è clinica e si basa sulle informazioni
da fonti multiple e sull'osservazione del bambino. Elementi fondamentali
della diagnosi sono l'individuazione dei falsi positivi cioè
la diagnosi differenziale e le comorbilità. Il protocollo diagnostico
prevede una accurata intervista clinica con i genitori su tutti i settori
della vita e della storia del bambino che possano gettare luce sul problema
ed andrà soprattutto ad indagare la storia dei problemi e quindi
il loro esordio, decorso, periodicità in quanto importante verificare
se i sintomi siano semplicemente episodici o sempre presenti come nella
ADHD. E' necessario ricercare se i genitori , o familiari, abbiano manifestato
sintomi di ADHD, indagare sulla storia medica della madre,anche in relazione
a consumo,durante la gravidanza. di alcool o nicotina che determinano
alterazioni del recettore della dopamina,sulla fase perinatale, su eventuali
complicazioni del post partum, sulle tappe dello sviluppo psicomotorio,
linguistico,sui ritmi sonno-veglia, approfondire eventuali presenze
di problematiche familiari, stile ed interazione dei genitori.
L'intervista del bambino è utile dai 6-7 anni in poi, è
bene conoscere la sua opinione sul funzionamento familiare, i rapporti
con i pari nel contesto scolastico ed extrascolastico. Il clinico deve,anche,intuire
il suo stile interpersonale, il suo livello di autostima, il rapporto
che ha con il proprio problema.
Ma, se tutto questo permette di porre un sospetto diagnostico, più
o meno preciso, solo la valutazione comportamentale e l'oggettivazione
dei sintomi patognomonici attraverso il DSM IV permettono di confermare,
o meno, il sospetto.In passato le scarse conoscenze che si avevano della
ADHD non hanno consentito la diagnosi precoce e quella funzionale del
disturbo.
Per ridurre la variabilità è opportuno ricorrere a strumenti
standardizzati quali le interviste semistrutturate. La K-SADS è
una intervista semistrutturata deputata alla valutazione degli episodi
psico-patologici, sia attuali che pregressi, nei bambini ed adolescenti,
secondo i criteri del DSM III-R e del DSM IV. Per la definizione quantitativa
della gravità del disturbo si usano le RATING-Scales ch possono
essere rivolte a molte categorie diagnostiche ed a sintomi interiorizzati
(ansia, depressione, autostima) ed esteriorizzati (ADHD, aggressività)
ed anche a specifici costrutti come lo stile cognitivo. Possono essere
di auto od eterovalutazione e valutano la dimensione d'impatto soggettivo
o sociale (Conner's rating scale, Becker depression-BDI, Children depression
rating scale-CDRS, Children depression-CDI, Young mania rating scales-YMRS,
CBCL, CYBOCS, SNAIP IV, PARS, GAD). L'uso delle Rating Scales per la
misurazione del "cambiamento" in trias clinici è aumentato
negli ultimi decenni. Importante è non fare diagnosi basandosi
esclusivamente sui questionari; le rating scales, completate da genitori,
insegnanti e dal bambino stesso, sono strumenti prezioni come completamento
diagnostico per una valutazione quantitativa, per individuare eventuali
patologie associate, per valutare l'andamento clinico o la risposta
ai trattamenti.
L'osservazione clinica comportamentale, contrariamente al passato, è
molto precisa ed è importante effettuarla in contesti diversi
perché la ADHD può non essere osservabile in situazioni
altamente strutturate, in situazioni nuove, quando il paziente è
impegnato in attività interessanti, quando viene seguito individualmente,
in un contesto controllato e sorvegliato, quando vengono elargite frequenti
gratificazioni. Al contrario, peggiora in situazioni non strutturate,
durante attività ripetitive, in situazioni noiose, in presenza
di molte distrazioni, con sorveglianza minima,quando si richiede attenzione
sostenuta od uno sforzo mentale, durante attività al proprio
turno. Innanzitutto,va osservato l'atteggiamento iniziale di fronte
alla nuova situazione: il bambino ADHD si caratterizza per una tipica
variabilità di tono, per una relazione frammentaria, per un gioco
entusiasta nell'approccio ma con incapacità a svolgerlo compiutamente.
La valutazione medica generale deve includere l'anamnesi prossima e
remota, compresa la storia familiare. Per quanto riguarda l'esame fisico
e neurologico si valuteranno: altezza, peso, circonferenza del capo,
pressione arteriosa, frequenza cardiaca, l'esame obbiettivo neurologico,
la ricerca di eventuali dismorfismi, la valutazione delle funzioni sensoriali,percettive,
motorie e linguistiche.
Se è necessario esami ematologici di routine, EEG, neuroimmagini,
valutazione genetica, esami metabolici, ECG. Per quanto riguarda la
valutazione psicologica, i tests neuro-psicologici andrebbero somministrati,
solo quando indicati, tenendo presente che non esiste un test specifico
per la ADHD e ricordandosi che il bambino ADHD si caratterizza nel suo
funzionamento specifico per la sua grande "variabilità".
Si indagheranno QI, abilità di letto-scrittura e matematica,
le funzioni neuro-psicologiche centrali ( attenzione, apprendimento
linguaggio, percezione, memoria, capacità motoria ) ed i cinque
domini delle funzioni esecutive (pianificazione, memoria di lavoro,
inibizione, fluenza verbale, flessibilità cognitiva ). E' auspicabile
che vi sia concordanza tra osservazione e valutazione clinica del bambino,
interviste semistrutturate, rating-scales e valutazione neuro-psicologica;
tutto il processo diagnostico sarà facilitato se portato avanti
da una equipe professionale specializzata in ADHD. Il medico che si
trova ad approcciare questo disturbo eterogeneo, spesso associato a
Disturbo Oppositivo Provocatorio, Disturbo della Condotta, Disturbi
d'Ansia e Dislessia, Tics, deve tenere presente che la valutazione estensiva
sotto il profilo comportamentale, cognitivo, emotivo e di funzionamento
sociale richiede competenze, pazienza e tempo. Sarà necessaria
una puntuale diagnosi differenziale ed una attenta valutazione delle
comorbilità che consentirà al medico di determinare forme
qualitativamente distinte con specifiche implicazioni per il trattamento.
Le forme pure di ADHD sono circa il 30% contro il 70% di quelle con
comorbilità. Circa il 25 % dei bambini con ADHD presenta disturbi
di ansia e depressione, prevalentemente nelle forme senza iperatttività.
L'associazione con il DOP oscilla fra il 50 ed il 60%, quella con il
DC circa il 30%. Tanto più precoce è la comparsa di un
DC tanto maggiore è la probabilità di evoluzione verso
una condotta antisociale. Pertanto è necessario riconoscere e
trattare l'ADHD precocemente. La comorbilità è presente
anche con disturbi dello spettro autistico e, spesso, una diagnosi di
sindrome di Asparger è preceduta da una di ADHD. I Tics si soprappongono
all'ADHD in circa il 20% dei casi, compaiono in età scolare e
migliorano prima della ADHD. (tab 5)

La comorbilità con i disturbi del sonno e della
coordinazione motoria interessa il 50% dei casi.; possono anche associarsi
disturbi specifici dell'apprendimento:dislessia, discalculia disturbo
bipolare, ritardo mentale. In considerazione della complessità
del quadro e del decorso del disturbo nelle varie fasce d'età,
sarà fondamentale che il clinico, emessa l'ipotesi diagnostica,
accompagni la famiglia nella presa in carico globale ed il paziente
con un trattamento multimodale che contenga le conseguenze psicopatologiche
del disturbo che lo espongono,nei casi più severi, a problemi
emotivi ed aggressivi, a comportamenti antisociali, delinquenziali ,ad
uso di droghe ed alcool. Ovviamente il trattamento multimodale deve
coinvolgere anche gli insegnanti. Il clinico, nel decidere la scelta
terapeutica, deve tener presenti due parametri fondamentali: l'età
del bambino e la severità del disturbo. Nell'età prescolare,
3-6 anni, la diagnosi è possibile, anche se difficile; il clinico
ha limitate modalità d'intervento per l'impossibilità
di praticare il training cognitivo-comportamentale,efficace solo dopo
i 7 anni in quanto nelle età precedenti le strutture cognitive
su cui agiscono non sono mature. Molti studi affermano che l'intervento
farmacologico non è efficace prima dei sei anni. Non si conoscono
ancora gli effetti a lungo termine dei farmaci psicostimolanti utilizzati
nella ADHD ma solo quelli a breve termine, quindi il medico dovrà
essere molto scrupoloso nel somministrare questi farmaci al disotto
dei sei anni. In questa fascia d'età possiamo solo fare interventi
psicoeducazionali (tab 6) con genitori ed insegnanti.

Tra i sei ed otto anni,nei casi gravi od in quelli
in cui l'intervento psicoeducazionale con gli insegnanti non è
stato risolutivo,si può iniziare una terapia farmacologica, efficace
nel 70% dei casi. Se si associa un trattamento psicoeducazionale e parent-training
la percentuale sale anche del 4-5%. Dopo gli otto anni la gamma degli
interventi si completa anche con la terapia cognitivo-comportamentale,
nello specifico il trainig autoregolativo, fase autoriflessiva individuale
o di gruppo. Il trattamento farmacologico deve essere protratto per
lungo tempo.
Lo studio MTA, coordinato dal NIMH, durato 14 mesi su 579 bambini ADHD
fra 7 e 9 anni, ha confrontato i risultati dei vari interventi terapeutici
evidenziando un 68% di risultati positivi nel trattamento farmacologico,
titolato sul bambino, associato a quello cognitivo comportamentale,
contro il 25% del trattamento standard del pediatra, il 34 % del trattamento
cognitivo-comportamentale ed il 56% del trattamento farmacologico isolato.
E' stato altresì evidenziato che quanto più tardi s'inizia
il trattamento tanto più a lungo dovrà essere condotto.
I farmaci più efficaci sono quelli che agiscono sulle sinapsi
dopaminiche, come il Metilfenidato, o su quelle noradrenergiche che
aumentano la disponibilità di dopamina come il'Atomoxetina. Il
dosaggio, ed il numero di somministrazioni pro die, aumentano con l'età
ed il peso corporeo. E' necessaria una titolazione graduale ed individualizzata
del farmaco che porti ad individuare la DOSE MINIMA EFFICACE.
L'efficacia è condizionata dal contesto e le forme severe rispondono
veramente bene.
Non è chiaro se i sintomi associati aumentino o diminuiscano
l'efficacia,sicuramente il metilfenidato migliora e riduce anche i sintomi
associati di ansia,depressione e DOP. Naturalmente l'efficacia e gli
effetti (tab 7) collaterali vanno sempre controllati scrupolosamente
e va fatto un attento bilancio dei benefici-rischi che possono incidere
sul peso e sull'altezza.

Si può avere una riduzione iniziale di peso
di circa KG 2-3, che si stabilizza nel tempo, per la diminuizione dell'appetito
ed una riduzione annua della crescita ipotizzabile di cm 1-1.5. La maggior
parte degli effetti indesiderati sono transitori, per gli psicostimolati
i più comuni sono cefalea, ansia, crisi di pianto, irritabilità,
mal di stomaco, insonnia, diminuizione dell'appetito, riduzione della
crescita, capogiri; per i noradrenergici diminuizione dell'appetito,
vertigini, dermatiti, dipepsie, anomalie dell'EEG. NON esistono EVIDENZE
che l'uso di stimolanti per la terapia dell'ADHD nei bambini predisponga
od aumenti l'uso/abuso di sostanze in adolescenza.
Per prevenire gli abusi prescrittivi di metilfenidato, verificatisi
in America ed in Europa, in Italia si è deciso di inserire tutte
le prescrizioni in un apposito REGISTRO NAZIONALE, che vincola la prescrizione
di metifenidato alla predisposizione di un piano terapeutico semestrale
da parte del centro di riferimento.
La conoscenza del funzionamento neuropsicologico del paziente ADHD è
stata in questo decennio importantissima nella definizione della sindrome
come disturbo cronico che richiede un trattamento a lungo termine.
Il programma di trattamento multimodale deve essere personalizzato e
continuamente monitorato ed ottimizzato.
La psicoeducazione abbinata, costituisce la base di tutti i trattamenti
dell'ADHD. Interventi efficaci comprendono la terapia comportamentale
per il Paziente e la sua famiglia a scuola come a casa. In molti casi
il trattamento farmacologico del bambino gioca un ruolo centrale per
porre quelle condizioni d'equilibrio che consentono al bambino di collaborare.
La sfida è far remare tutti insieme, famiglia, clinici, insegnati
nella direzione del benessere psico-fisico del bambino.
E' colpa grave mettere in discussione la esistenza della sindrome e
demonizzare la terapia.
La vera sfida è riconoscere,dietro la teatralità della
sintomatologia dell'ADHD, i talenti di questi bambini ed utilizzare
la famiglia come " risorsa" per costruire insieme a medici,psicologi,
insegnanti, educatori, allenatori una cultura “nuova” della
“diversità” dove tutto si integra ed il confine fra
chi aiuta e chi è aiutato perde la sua definizione.
Antonella Marcelli
First level medical director at the material and
child health department of asur
Marche - Pesaro
Contract Professor at the University Urbino