CENTRO DI RIFERIMENTO AIDS REGIONE CAMPANIA (Ce.rif.A.R.C.)
Scientific Director: Oreste Perrella E.R. Magaldi, G. Belli, V. Borrelli, R. De Caro, S. De Rosa, B. Gentile, V. Lanzetta, D. Mariniello, M. Muto, A. Orlando, S. Piccininno, W. Tiani

Quando nel 1981 fu pubblicato il primo caso di Aids, nessuno ipotizzò una rapida drammatica epidemia mondiale.
Questa malattia oggi può essere definita un’infezione virale cronica a prevalente trasmissione sessuale, ribaltando in parte l’equazione virus HIV–tossicodipendenza- omosessualità. Oggi l’infezione da HIV è un’emergenza mondiale ancor di più degli anni trascorsi, poiché coinvolge un mondo difficilmente definito a rischio, come è invece quello dei tossicodipendenti, degli omosessuali e di altri comportamenti considerabili a rischio. Il mondo della popolazione generale cosiddetta “normale” è oggi seriamente coinvolto, nella epidemiologia dell’infezione da HIV, poiché le libertà sessuali, i viaggi transcontinentali, la drammatica endemicità africana e del sudest asiatico rendono statisticamente significativi i rischi legati a tali incroci (mixing pattern). L’AIDS cioè la forma conclamata dell’infezione da HIV, è oggi numericamente in significativo declino, ma questo dato non deve trarre in inganno. La diminuita prevalenza annua di casi AIDS è dovuta agli effetti della terapia antiretrovirale (HAART) che ha determinato una sopravvivenza significativamente superiore del paziente affetto mediante una parziale ricostituzione del sistema immunitario e depressione della replicazione virale. In questi termini la diagnosi di AIDS è SOLO RITARDATA. Cosa comporta il ritardo della diagnosi di AIDS? Una serie di importanti problemi medici inimmaginabili fino a pochi anni or sono:

1) Lipodistrofia
2) Alterazioni vascolari precoci
3) Malattie cardiache
4) Alterazione metaboliche

La prolungata sopravvivenza dei pazienti trattati con la terapia Haart ha reso assai intrigante e drammatica l’equazione: le malattie vascolari sono patologie a genesi infiammatoria-immunologica? Studi sperimentali in pazienti trattati con inibitori delle proteasi hanno dimostrato che tale possibilità è concreta e soprattutto legata ad una serie eterogenea di variabili.
Quanto sopra ribadisce il concetto che l’Aids è un emergenza! Per capire quanto sia una vera emergenza mondiale basta tener conto di come negli ultimi anni l’interesse di questo vero e proprio flagello si sia incentrato su vari aspetti della vita di intere popolazioni, spostandosi da quella sanitaria a quella di emergenza economico-sociale di grandissimo interesse internazionale. Infatti, è allarmante come si susseguano articoli e rapporti delle “intelligence” di mezzo mondo su questo vero e proprio disastro del nostro tempo. I primi giorni del mese di ottobre è apparso su “Repubblica” un interessante articolo su un rapporto giustamente definito ”choc” della CIA, dove il National Intelligence Council, una struttura collegata alla CIA, ha rilevato che in cinque paesi tra i più popolosi del mondo il forte aumento dei soggetti affetti da AIDS rappresenta addirittura una potenziale minaccia per la sicurezza in quelle regioni e di conseguenza per quella degli stessi Stati Uniti. Può sembrare un paradosso ma l’interesse militare viene messo al centro di una vera tragedia umana che parte invece da problematiche sociali, economiche, sanitarie e di costume molto complesse e diverse a seconda del luogo di sviluppo epidemico.


Per compilare il rapporto in esame la commissione americana ha utilizzato le informazioni fornite dalle organizzazioni governative e non governative dei paesi in oggetto (Nigeria, Etiopia, Cina India, Russia): in Nigeria ad esempio, l’epidemia di AIDS potrebbe scatenare tensioni politiche che indebolirebbero il ruolo nigeriano nel mantenimento della pace in Africa per conto dell’ONU. Nel rapporto si legge che “l’esercito nigeriano, preoccupato per la forte perdita di personale altamente specializzato a causa dell’AIDS, ha introdotto uno specifico corso per educare i soldati a prevenire la malattia”. In Etiopia nel 1991, una volta terminata la guerra, migliaia di soldati al ritorno, insieme a moltissime prostitute, hanno diffuso il virus e l’AIDS nei villaggi e nelle città con un aumento incontrollato del contagio.
I sistemi sanitari dei paesi oggetto della ricerca sono del tutto inadeguati, ma necessitano di drastici cambiamenti in tempi medio brevi individuati intorno ai sette anni. Bisogna considerare però che, nonostante le modalità di diffusione siano diverse tra loro, in India dilaga attraverso i rapporti eterosessuali, in Cina il diffondersi del dato epidemiologico è dovuto principalmente a lavoratori migranti infetti e in Russia alle frequenti amnistie che liberano prigionieri infetti e all’aumento della prostituzione.
Il livello di sviluppo della epidemie è sempre ad uno stadio inferiore rispetto a quello riscontrabile nelle aree più colpite dell’Africa Centrale e Meridionale e nel Sud-Est Asiatico. Sui casi nel mondo di HIV/AIDS nell’anno 2001, stimati intorno ai quaranta milioni, la maggiore concentrazione, infatti, è riscontrata nelle zone della Africa Subsahariana con circa 28.500.000 casi e nel Sud-Est Asiatico con 8.100.000 casi, a fronte dei 560.000 casi dell’Europa e di 23.760.000 casi delle tre Americhe di cui 1.400.000 nella sola America Latina.


Ci si rende conto che è un vero disastro che colpisce soprattutto le zone più deboli del mondo economicamente. L’AIDS è una malattia che sconvolge l’economia dei paesi lasciando dietro di sé un continente come quello africano devastato economicamente. In Africa sono diverse le comunità dove, soprattutto nell’AREA SUBSAHARIANA, più di un quarto dei lavoratori in età adulta è affetto dall’AIDS e le famiglie che devono prendersi cura di un malato di AIDS spesso esauriscono tutte le poche risorse economiche.
Un’agghiacciante verità è venuta fuori da uno studio condotto per conto delle Nazioni Unite da Anita Alban, economista del programma per l’HIV dell’ONU, su alcuni centri urbani della Costa d’Avorio, dove le famiglie che si accollano l’onere di curare un malato di cui non riesce a farsi carico la comunità, tendono a risparmiare sull’istruzione dei figli e a ridurre, fatto ancora più sconcertante, di circa il 40% il consumo di cibo.
A dimostrazione di come l’interdipendenza sia un valore enorme nella società africana, alcuni studi effettuati in tre specifiche zone geografiche quali la capitale della Costa d’Avorio, Abidjan, la regione Ziwa Magharibi in Tanzania e il distretto di Rakai in Uganda, rilevano come la famiglia diventi una vera e propria “infrastruttura di supporto” per l’assistenza specifica agli orfani il cui mantenimento non ricade sul bilancio dello stato. Ma anche questo meccanismo di difesa sociale per i fenomeni dell’urbanizzazione e la migrazione del lavoro stanno intaccando la figura della famiglia allargata; è evidente che gli orfani vivono grandissimi disagi anche se i parenti tentano di prendersi cura della loro situazione. Infatti, gli orfani non mangiano bene come gli altri loro coetanei e non hanno certamente le stesse opportunità di educazione scolastica.


Alcuni Stati come lo Zimbabwe hanno tentato di rimediare a questi “cosiddetti disagi” ingiusti dando un contributo alle famiglie che accettano di prendere con se un bambino orfano, ma sono oneri che non possono trovare certezze: basti pensare che il tasso di adulti affetti dal virus è del 26% ed gli orfani stimati sino al 2000 sono circa 600.000. L’impatto della malattia sull’economia dei paesi ad alto tasso di crescita “di epidemia”, come, ad esempio, il Botswana e l’Uganda, è certamente difficile da quantificare sotto l’aspetto macroeconomico perché gli economisti fanno riferimento sempre a modelli economici costruiti su una serie di presupposti. Ma la Banca mondiale, appunto prendendo a riferimento paesi come il Botswana e l’Uganda, volendo calcolare l’ammontare della cifra necessaria per finanziare un sistema sanitario attraverso i risparmi dei lavoratori, si è resa conto che, volendo destinare l’0.5% di risorse, sebbene la riduzione dell’0.5% sulla crescita del prodotto interno pro capite può non sembrare eccessiva, nel giro di una generazione, invece, determina un incremento a fronte di un stesso periodo temporale con la presenza dell’AIDS del 56% e senza la presenza di questa malattia dell’81%. E’ evidente un effetto cumulativo determinato sull’economia di questi paesi, che per paradosso, non si riscontra secondo criteri di valutazione standard di macroeconomia, perché secondo la fredda logica del rapporto domanda offerta, nella maggior parte delle economie africane la grande disponibilità di forza lavoro implica che le vittime dell’AIDS vengano rimpiazzate facilmente, senza perdita di produttività.
Manca in questi paesi una cultura centrale delle questioni del benessere umano, della qualità e del valore della vita stessa. Diversi sono i problemi quindi che nascono dalla diversità delle esigenze, dai comportamenti, dalle necessità, dalle priorità di fasce così diverse nelle popolazioni dei vari angoli del mondo. Altro caso eclatante è la situazione in Zambia dove 800.000 bambini sono rimasti orfani. L’epidemia sta sterminando una generazione. Qui la parola futuro “rappresenta il tempo che il Virus concede dal contagio alla morte”.


Si ritiene che ci siano a Lusaka per strada circa diecimila bambini. Lusaka capitale della martoriata nazione dello Zambia, dove su neanche 9 milioni di abitanti si calcola che almeno 800.000 bambini siano rimasti orfani di almeno un genitore per HIV di questi orfani, circa diecimila è stimato vivano per strada nella capitale. Emmanuel Kasonde, un ex ministro delle Finanze da poco insediato alla presidenza del Consiglio emergenza anti-AIDS dello Zambia, presenta dati angoscianti, smentisce i rilevamenti ufficiali che stimano sieropositivo il 2% della popolazione dai 15 ai 49 anni. “Da quel che vedo in giro raddoppierei le percentuali. Finché non metteremo in rete i rilevamenti, non sapremo definire le proporzioni della catastrofe, né potremo stabilire quanto ci vorrà per invertire il trend. Ai miei tempi l’aspettativa di vita era di 55 anni, ora è scesa a 37”. Così in un paese poverissimo come lo Zambia (undicesimo Paese più povero del mondo, con un reddito pro capite di 320 dollari) che vede decimata la sua generazione sessualmente e lavorativamente attiva, chi ha una nonna se la tiene stretta, in questo gap generazionale che inghiotte i genitori è l’unica ancora di salvezza. Ma deve essere vecchia: se è troppo giovane, quindi sessualmente attiva è a rischio pure lei.
Il governo confida sul ruolo degli insegnanti per diffondere la prevenzione, ma anche questi sono spessissimo sieropositivi o ammalati come gli altri cittadini, tanto che non è difficile trovare in cattedra per l’assenza di qualche professore gli allievi più grandi ed esperti. Nell’Africa Subsahariana il futuro è un optional. Ritorniamo invece in Europa dove la situazione è completamente diversa. Dobbiamo fare i conti come detto all’inizio di questo “rapporto” con realtà diverse e nuove altre esigenze. Emergenza intesa anche come prevenzione, strategia e studio di quella patologia umana che sono diventate espressione della interazione virus HIV-ospite, e che sono condizionate dalla risposta immune, o meglio, dalla diversa gradazione e qualità di quest’ultima.
Si costruisce ancora una volta un circuito virologia–immunologia-patologia che imbriglia la salute dell’uomo e che invita ad un clima di maggiore consapevolezza politica e sociale intorno a questo grande problema mondiale.

CENTRO DI RIFERIMENTO AIDS REGIONE CAMPANIA (Ce.rif.A.R.C.)
Direttore scientifico: Oreste Perrella
E.R. Magaldi, G. Belli, V. Borrelli, R. De Caro, S. De Rosa, B. Gentile, V. Lanzetta, D. Mariniello, M. Muto, A. Orlando, S. Piccininno, W. Tiani