Maurizio Cini

La risposta a questa domanda è: sì! E come potrebbe essere altrimenti? La dottrina giuridica ha consolidato il principio in base al quale la professione di farmacista, nell'accezione tradizionale del termine tuttora prevalente, è una libera professione che, per potere essere esercitata, necessita di un'impresa. Farmacia e farmacisti rappresentano pertanto un binomio inscindibile.
Da alcuni anni infatti si è fatto strada, con qualche mugugno e critiche marginali, il concetto di farmacia dei servizi. La salute dei cittadini è considerata dalla Costituzione del nostro Paese un bene fondamentale, e per tale motivo lo Stato, le Regioni, i Comuni organizzano una complessa rete di servizi sanitari e sociali che vanno dal medico di medicina generale alle cliniche specialistiche.
In questo quadro di attività dedicate alla salute della popolazione, le Farmacie rivestono un ruolo assai importante di intermediazione tra cittadino e medicinali, appartenente al settore della assistenza sanitaria di base.
Le Farmacie infatti sono capillarmente presenti sul territorio e accessibili da parte di ciascuno in qualsiasi momento del giorno ed in qualsiasi giorno dell'anno.
La farmacia è anche un più complesso centro di servizi per la salute, nel quale i cittadini possono usufruire di molteplici prestazioni che sono connesse alla cura, alla conoscenza di parametri fisiologici, all'informazione sanitaria, all'accesso a servizi di natura biomedica.
Fanno parte delle competenze della farmacia:
- l'approvvigionamento, la conservazione e la dispensazione dei medicinali;
- la consulenza sull'uso dei medicinali e della loro scelta;
- la preparazione estemporanea dei medicinali;
- la fornitura di servizi specialistici ed integrativi in collaborazione con le strutture del Servizio sanitario nazionale;
- la promozione ed il sostegno di iniziative volte alla tutela dei diritti dei cittadini nell'ambito dell'educazione sanitaria e della prevenzione delle malattie, dell'accesso ai servizi socio-sanitari e dell'informazione;
- la farmaco-vigilanza.


LA QUALITÀ

Alcune di queste competenze possono apparire scontate ma, come vedremo di seguito, oggi debbono essere rivisitate con la lente di ingrandimento della qualità.
Le altre invece costituiscono, oltre ad un innegabile dovere professionale, un'ancora per la farmacia che sempre più è in balia dei venti del libero mercato, della concorrenza e del pericoloso principio in base al quale la selezione la fa il consumatore, quasi la farmacia fosse un negozio di tessuti od una trattoria.
In una realtà in cui la qualità assume sempre di più un ruolo dominante nella fornitura di merci e di servizi, dove la certificazione sembra ormai diventata parte integrante di qualsiasi prodotto, la farmacia non si può sottrarre a questa logica.
Fondamentale è però che le garanzie di qualità provengano spontaneamente dalla categoria, ma non imposte per legge da chi ha della farmacia una visione dall'esterno od è animato da interessi che solo apparentemente sembrano coincidere con quelli del cittadino.
Alcuni esempi già esistono con le carte dei servizi che in alcune provincie sono state distribuite ai clienti delle farmacie.
Si tratta di una specie di contratto con il quale la farmacia si impegna ad operare fornendo, per ogni servizio disponibile, l'indicazione del fattore di qualità, l'indicatore ed il livello standard garantito.
Per fare un esempio, in una carta dei servizi le informazioni sui medicinali hanno, come fattore di qualità, la competenza del personale addetto al servizio, verificabile dal cliente mediante una targhetta, oltre al distintivo dell'ordine, apposta sul camice (indicatore) nel quale è riportato il nome del laureato ed il suo numero di iscrizione all'albo (standard).

IL RUOLO CENTRALE DELLA FARMACIA

Da molto tempo l'attenzione del Legislatore è puntata sulla farmacia. Dall'inizio della scorsa legislatura (la XIII) sono cominciati a fiorire progetti di legge per liberalizzare il servizio farmaceutico nel "nobile" intento di generare la concorrenza tra le farmacie che, in tale ipotesi, potrebbe essere solo incontrollata col risultato, facilmente prevedibile, di un abbassamento della qualità che - allora sì! - giustificherebbe la distribuzione diretta di tutti i farmaci etici da parte delle strutture pubbliche e, per gli OTC, l'ingresso nella grande distribuzione.
I motivi alla base di tali proposte sono molteplici ed alle spinte verso il libero mercato si aggiunge l'illusione che, alla fine, un maggior numero di farmacie (in Italia ne abbiamo una ogni circa 3.500 abitanti) possa portare ad una riduzione della spesa farmaceutica ipotizzando perfino una rete di farmacie convenzionate ed una di non convenzionate gestite, queste ultime, da qualunque farmacista iscritto all'albo lo desideri. Fortunatamente nella scorsa Legislatura tali proposte non hanno avuto seguito ma, come vedremo più avanti, in quella attuale la categoria dovrà avere un ruolo propositivo attivo invece di attendere eventuali proposte destabilizzanti per poi giocare solo in difesa, quando possibile.
Ebbene, gli sforzi fatti ed alcuni esempi sperimentali condotti in qualche provincia hanno portato al riconoscimento, almeno in un campo, del ruolo fondamentale della farmacia nella distribuzione capillare di tutti i medicinali. Mi riferisco alla recente conversione in legge del D.L. 18.9.2001, n. 347 (legge 16.11.2001, n. 405) nel quale viene prevista la possibilità di stipulare accordi con le farmacie (pubbliche e private) per la distribuzione di tutti quei medicinali, ed altri ancora, che fino ad oggi vengono, in molte regioni, distribuiti pressoché unicamente in forma diretta dalle Aziende Usl.
Si tratta di una possibilità, non di un obbligo, che permette però di affrontare, in sede locale, le diverse realtà con l'effetto di mantenere nel cittadino l'immagine culturale della farmacia in posizione centrale, posizione che verrebbe irrimediabilmente persa nel caso di una progressiva scomparsa dei medicinali etici dalle farmacie aperte al pubblico.

LA PROPOSTA
Si diceva del ruolo propositivo della categoria.
Ebbene a distanza di dieci anni esatti dall'ultima legge di riordino del servizio farmaceutico, che a mio avviso ha creato più danni che benefici, è ormai inderogabile un nuovo intervento normativo che possa fornire certezze per un lasso di tempo sufficientemente lungo (almeno 15 anni) evitando l'emanazione di leggine e sanatorie varie, quasi sempre ad usum delphini. Occorre allora il coraggio (se uno non l'ha non se lo può dare, faceva dire il Manzoni a Don Abbondio) di guardare lontano e proporre (anche indirettamente secondo le esigenze della politica) un assetto della farmacia che, senza scardinare in profondità l'attuale sistema, non si presti a critiche esterne.
Come fare? Quali aspetti andare a modificare? Innanzi tutto occorre fare una scelta di campo fondamentale. Vogliamo una farmacia-servizio pubblico oppure una farmacia commerciale? Se non si risponde a questo dilemma non è possibile pensare a proposte credibili mostrando di volere la proverbiale botte piena col noto seguito.
Cosa si deve intendere per farmacia-servizio pubblico? Si tratta di un modello di farmacia simile a quello attuale ma alleggerito di alcuni orpelli ingombranti che offrono l'alibi, a chi vuole distruggerla, per criticarne i privilegi costituiti dalle procedure di trasmissione agli eredi e, soprattutto, di accesso mediante meccanismi concorsuali troppo lenti e complicati. Per contro la farmacia commerciale, essendo inevitabilmente di libero impianto, non prevederà più la necessità di disciplinarne l'accesso o la trasmissione tra vivi o mortis causa.
Un ibrido dei due sistemi non resisterà mai a lungo senza che se ne metta in discussione l'esistenza stessa, per il semplice motivo che ogni volta che verrà avanzata una giusta rivendicazione ci si troverà ad essere ricattabili su altri aspetti. Il risultato porterebbe a subire attacchi a suon di provvedimenti amministrativi ovvero con la presentazione di fasci di progetti di legge che assomigliano più ad avvertimenti che a sagge espressioni di volontà legislativa. Non fu una coincidenza il fiorire di proposte di legge di liberalizzazione del servizio farmaceutico poco dopo le polemiche sorte a seguito dell'introduzione dello sconto progressivo a favore delle Aziende Usl, alla fine del 1996, e la conseguente ipotesi di passaggio all'assistenza indiretta da parte delle farmacie.

I PROGETTI DI LEGGE
Al momento attuale sono stati presentati tre disegni di legge di riordino del settore farmaceutico. Alcuni ricalcano in parte il testo unificato (relatrice la Sen. Bernasconi diessina) che, nella scorsa Legislatura, occupò per molti mesi le cronache delle riviste del settore per poi venire neutralizzato da un nuovo progetto di legge, dal contenuto totalmente diverso, per quanto proveniente dalla medesima parte politica (On. Giannotti). L'approccio che questi testi fanno al settore è tuttavia sempre parziale; aggiungono al corpo normativo esistente elementi innovativi senza abrogare o, semplicemente, richiamare le precedenti norme creando così i presupposti per le più svariate interpretazioni.
Il risultato prevedibile, in caso di approvazione, è denso di contenzioso ma, senza eccedere nel pessimismo, si può prevedere un appesantimento di tutta la macchina amministrativa che deve dare attuazione pratica alle innovazioni introdotte.
Curioso è che a nessuno sia ancora venuto in mente di creare un testo completamente nuovo che disciplini in toto l'organizzazione del servizio farmaceutico ed abroghi, espressamente, ogni precedente norma. Chissà perché? Forse anche qui è il caso di ricordare che a sospettare si fa peccato ma….
A questo punto il lettore si chiederà che cosa proporrei in questo nuovo testo unico del servizio farmaceutico. Certo è che la stesura richiederebbe molto tempo e spazio ma, soprattutto, una continua consultazione con le parti in causa: politici e farmacisti. Diversamente si otterrebbe, forse, un bel testo ma senza alcuna possibilità di essere approvato. Gli elementi da introdurre dovrebbero salvaguardare l'attuale sistema della programmazione territoriale e demografica (pianta organica) introducendo però un valido sistema per la ridistribuzione territoriale (decentramento) anche fuori dai confini comunali. Perché, non lo si dimentichi, l'attuale effettivo rapporto abitanti/farmacie è di circa 3.500 in perfetta sintonia con la media europea, se non inferiore. Tale approccio potrebbe apparire troppo conservatore ma, se lo si analizza attentamente, costituisce una vera rivoluzione, ben più efficace di una banale riduzione del quorum.
A fronte di questa soluzione, che darebbe garanzie di continuità anche per quanto attiene al valore delle aziende, occorre fornire alla farmacia una maggiore componente pubblicistica, inserendo parametri qualitativi del servizio che tengano conto delle dimensioni aziendali, facilmente individuabili sulla base del volume d'affari.
La larga gamma di servizi già ora offerti o comunque previsti dalla legge quali la misurazione della pressione arteriosa, i test diagnostici di prima istanza, le prenotazioni tramite i servizi CUP e la farmaco-vigilanza, finora non completamente entrata nelle farmacie, impone strutture e personale proporzionalmente dimensionati.
Anche la vigilanza sul servizio farmaceutico, così come è ora organizzata dalle Aziende Usl, non costituisce una sufficiente garanzia.
La periodicità biennale non è sempre rispettata e la preparazione degli stessi membri delle commissioni ispettive spesso non offre adeguata competenza.

LA PRELAZIONE E LE CATENE

Un aspetto da non trascurare riguarda il destino delle farmacie comunali, gestite nelle varie forme previste dalla legge e che comporta notevole preoccupazione, soprattutto nelle zone d'Italia dove più alta è la loro concentrazione.
Fondamentale è che i progetti di legge prevedano l'abrogazione della norma sulla prelazione da parte dei comuni. Due dei progetti presentati toccano l'argomento solo sommariamente, con un approccio sbrigativo del fenomeno, prevedendo l'alienazione delle farmacie comunali ovvero la loro gestione mediante società miste. Se però per varie ragioni non sarà possibile smantellare le strutture che sono sorte soprattutto con capitali stranieri, indispensabile sarà consentire alle farmacie private un'organizzazione dei servizi adeguata per potersi confrontare con queste realtà. Ciò dovrà avvenire in ambito strettamente professionale con l'obiettivo unico di fornire un servizio pubblico (o almeno di pubblica necessità) e con la mediazione delle strutture di aggregazione già esistenti, quali sono le associazioni sindacali dei titolari di farmacia, senza mai consentire ad ambienti economici e finanziari di impossessarsi di quegli aspetti gestionali che attengono alle competenze professionali del titolare. Se così non sarà, la farmacia potrà essere facilmente accusata di guardare, al pari delle catene multinazionali, al profitto ed alle avventure finanziarie trascurando l'obiettivo primario della tutela della salute.

CONCLUSIONI
Alcune considerazioni fatte potranno sembrare ermetiche o lanciare dei messaggi cifrati ma, con un po' di attenzione, si può capire come, in un comparto delicato come quello della sanità, occorre seguire attentamente le esigenze socioeconomiche del Paese adeguandosi progressivamente per non trovarsi, da un giorno all'altro, a dovere affrontare impreparati problematiche nuove alle quali anche le farmacie ad elevata organizzazione imprenditoriale potrebbero non riuscire ad adeguarsi.
Se i suggerimenti fatti, dopo adeguata valutazione, saranno oggetto di discussione e, soprattutto, di proposta unitaria, ritengo che una riforma duratura del settore farmaceutico potrà nascere in questa Legislatura dando un assetto stabile al servizio farmaceutico e potendo confermare che la farmacia è un servizio pubblico.

Maurizio Cini
President of the Biosphere Field
of the University Librarian System University of Bologna


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