

La
risposta a questa domanda è: sì!
E come potrebbe essere altrimenti? La dottrina giuridica ha consolidato
il principio in base al quale la professione di farmacista, nell'accezione
tradizionale del termine tuttora prevalente, è una libera professione che,
per potere essere esercitata, necessita di un'impresa. Farmacia e farmacisti
rappresentano pertanto un binomio inscindibile.
Da alcuni anni infatti si è fatto strada, con qualche mugugno e critiche
marginali, il concetto di farmacia dei servizi. La salute dei cittadini
è considerata dalla Costituzione del nostro Paese un bene fondamentale,
e per tale motivo lo Stato, le Regioni, i Comuni organizzano una complessa
rete di servizi sanitari e sociali che vanno dal medico di medicina generale
alle cliniche specialistiche.
In questo quadro di attività dedicate alla salute della popolazione, le
Farmacie rivestono un ruolo assai importante di intermediazione tra cittadino
e medicinali, appartenente al settore della assistenza sanitaria di base.
Le Farmacie infatti sono capillarmente presenti sul territorio e accessibili
da parte di ciascuno in qualsiasi momento del giorno ed in qualsiasi giorno
dell'anno.
La farmacia è anche un più complesso centro di servizi per la salute, nel
quale i cittadini possono usufruire di molteplici prestazioni che sono connesse
alla cura, alla conoscenza di parametri fisiologici, all'informazione sanitaria,
all'accesso a servizi di natura biomedica.
Fanno parte delle competenze della farmacia:
- l'approvvigionamento, la conservazione e la dispensazione
dei medicinali;
- la consulenza sull'uso dei medicinali e della loro scelta;
- la preparazione estemporanea dei medicinali;
- la fornitura di servizi specialistici ed integrativi in collaborazione
con le strutture del Servizio sanitario nazionale;
- la promozione ed il sostegno di iniziative volte alla tutela dei diritti
dei cittadini nell'ambito dell'educazione sanitaria e della prevenzione
delle malattie, dell'accesso ai servizi socio-sanitari e dell'informazione;
- la farmaco-vigilanza.
LA QUALITÀ
Alcune di queste competenze possono apparire scontate ma, come vedremo di
seguito, oggi debbono essere rivisitate con la lente di ingrandimento della
qualità.
Le altre invece costituiscono, oltre ad un innegabile dovere professionale,
un'ancora per la farmacia che sempre più è in balia dei venti del libero
mercato, della concorrenza e del pericoloso principio in base al quale la
selezione la fa il consumatore, quasi la farmacia fosse un negozio di tessuti
od una trattoria.
In una realtà in cui la qualità assume sempre di più un ruolo dominante
nella fornitura di merci e di servizi, dove la certificazione sembra ormai
diventata parte integrante di qualsiasi prodotto, la farmacia non si può
sottrarre a questa logica.
Fondamentale è però che le garanzie di qualità provengano spontaneamente
dalla categoria, ma non imposte per legge da chi ha della farmacia una visione
dall'esterno od è animato da interessi che solo apparentemente sembrano
coincidere con quelli del cittadino.
Alcuni esempi già esistono con le carte dei servizi che in alcune provincie
sono state distribuite ai clienti delle farmacie.
Si tratta di una specie di contratto con il quale la farmacia si
impegna ad operare fornendo, per ogni servizio disponibile, l'indicazione
del fattore di qualità, l'indicatore ed il livello standard garantito.
Per fare un esempio, in una carta dei servizi le informazioni sui medicinali
hanno, come fattore di qualità, la competenza del personale addetto al servizio,
verificabile dal cliente mediante una targhetta, oltre al distintivo dell'ordine,
apposta sul camice (indicatore) nel quale è riportato il nome del laureato
ed il suo numero di iscrizione all'albo (standard).
IL RUOLO CENTRALE DELLA FARMACIA
Da molto tempo l'attenzione del Legislatore è puntata sulla farmacia. Dall'inizio
della scorsa legislatura (la XIII) sono cominciati a fiorire progetti di
legge per liberalizzare il servizio farmaceutico nel "nobile" intento di
generare la concorrenza tra le farmacie che, in tale ipotesi, potrebbe essere
solo incontrollata col risultato, facilmente prevedibile, di un abbassamento
della qualità che - allora sì! - giustificherebbe la distribuzione diretta
di tutti i farmaci etici da parte delle strutture pubbliche e, per gli OTC,
l'ingresso nella grande distribuzione.
I motivi alla base di tali proposte sono molteplici ed alle spinte verso
il libero mercato si aggiunge l'illusione che, alla fine, un maggior numero
di farmacie (in Italia ne abbiamo una ogni circa 3.500 abitanti) possa portare
ad una riduzione della spesa farmaceutica ipotizzando perfino una rete di
farmacie convenzionate ed una di non convenzionate gestite, queste ultime,
da qualunque farmacista iscritto all'albo lo desideri. Fortunatamente nella
scorsa Legislatura tali proposte non hanno avuto seguito ma, come vedremo
più avanti, in quella attuale la categoria dovrà avere un ruolo propositivo
attivo invece di attendere eventuali proposte destabilizzanti per poi giocare
solo in difesa, quando possibile.
Ebbene, gli sforzi fatti ed alcuni esempi sperimentali condotti in qualche
provincia hanno portato al riconoscimento, almeno in un campo, del ruolo
fondamentale della farmacia nella distribuzione capillare di tutti i medicinali.
Mi riferisco alla recente conversione in legge del D.L. 18.9.2001, n. 347
(legge 16.11.2001, n. 405) nel quale viene prevista la possibilità di stipulare
accordi con le farmacie (pubbliche e private) per la distribuzione di tutti
quei medicinali, ed altri ancora, che fino ad oggi vengono, in molte regioni,
distribuiti pressoché unicamente in forma diretta dalle Aziende Usl.
Si tratta di una possibilità, non di un obbligo, che permette però di affrontare,
in sede locale, le diverse realtà con l'effetto di mantenere nel cittadino
l'immagine culturale della farmacia in posizione centrale, posizione che
verrebbe irrimediabilmente persa nel caso di una progressiva scomparsa dei
medicinali etici dalle farmacie aperte al pubblico.
LA PROPOSTA
Si diceva del ruolo propositivo della categoria.
Ebbene a distanza di dieci anni esatti dall'ultima legge di riordino del
servizio farmaceutico, che a mio avviso ha creato più danni che benefici,
è ormai inderogabile un nuovo intervento normativo che possa fornire certezze
per un lasso di tempo sufficientemente lungo (almeno 15 anni) evitando l'emanazione
di leggine e sanatorie varie, quasi sempre ad usum delphini. Occorre
allora il coraggio (se uno non l'ha non se lo può dare, faceva dire
il Manzoni a Don Abbondio) di guardare lontano e proporre (anche indirettamente
secondo le esigenze della politica) un assetto della farmacia che, senza
scardinare in profondità l'attuale sistema, non si presti a critiche esterne.
Come fare? Quali aspetti andare a modificare? Innanzi tutto occorre fare
una scelta di campo fondamentale. Vogliamo una farmacia-servizio pubblico
oppure una farmacia commerciale? Se non si risponde a questo dilemma non
è possibile pensare a proposte credibili mostrando di volere la proverbiale
botte piena col noto seguito.
Cosa si deve intendere per farmacia-servizio pubblico? Si tratta
di un modello di farmacia simile a quello attuale ma alleggerito di alcuni
orpelli ingombranti che offrono l'alibi, a chi vuole distruggerla, per criticarne
i privilegi costituiti dalle procedure di trasmissione agli eredi
e, soprattutto, di accesso mediante meccanismi concorsuali troppo lenti
e complicati. Per contro la farmacia commerciale, essendo inevitabilmente
di libero impianto, non prevederà più la necessità di disciplinarne l'accesso
o la trasmissione tra vivi o mortis causa.
Un ibrido dei due sistemi non resisterà mai a lungo senza che se ne metta
in discussione l'esistenza stessa, per il semplice motivo che ogni volta
che verrà avanzata una giusta rivendicazione ci si troverà ad essere ricattabili
su altri aspetti. Il risultato porterebbe a subire attacchi a suon di provvedimenti
amministrativi ovvero con la presentazione di fasci di progetti di legge
che assomigliano più ad avvertimenti che a sagge espressioni di volontà
legislativa. Non fu una coincidenza il fiorire di proposte di legge di liberalizzazione
del servizio farmaceutico poco dopo le polemiche sorte a seguito dell'introduzione
dello sconto progressivo a favore delle Aziende Usl, alla fine del 1996,
e la conseguente ipotesi di passaggio all'assistenza indiretta da parte
delle farmacie.
I PROGETTI DI LEGGE
Al momento attuale sono stati presentati tre disegni di legge di riordino
del settore farmaceutico. Alcuni ricalcano in parte il testo unificato (relatrice
la Sen. Bernasconi diessina) che, nella scorsa Legislatura, occupò per molti
mesi le cronache delle riviste del settore per poi venire neutralizzato
da un nuovo progetto di legge, dal contenuto totalmente diverso, per quanto
proveniente dalla medesima parte politica (On. Giannotti). L'approccio che
questi testi fanno al settore è tuttavia sempre parziale; aggiungono al
corpo normativo esistente elementi innovativi senza abrogare o, semplicemente,
richiamare le precedenti norme creando così i presupposti per le più svariate
interpretazioni.
Il risultato prevedibile, in caso di approvazione, è denso di contenzioso
ma, senza eccedere nel pessimismo, si può prevedere un appesantimento di
tutta la macchina amministrativa che deve dare attuazione pratica alle innovazioni
introdotte.
Curioso è che a nessuno sia ancora venuto in mente di creare un testo completamente
nuovo che disciplini in toto l'organizzazione del servizio farmaceutico
ed abroghi, espressamente, ogni precedente norma. Chissà perché? Forse anche
qui è il caso di ricordare che a sospettare si fa peccato ma….
A questo punto il lettore si chiederà che cosa proporrei in questo nuovo
testo unico del servizio farmaceutico. Certo è che la stesura richiederebbe
molto tempo e spazio ma, soprattutto, una continua consultazione con le
parti in causa: politici e farmacisti. Diversamente si otterrebbe, forse,
un bel testo ma senza alcuna possibilità di essere approvato. Gli elementi
da introdurre dovrebbero salvaguardare l'attuale sistema della programmazione
territoriale e demografica (pianta organica) introducendo però un valido
sistema per la ridistribuzione territoriale (decentramento) anche fuori
dai confini comunali. Perché, non lo si dimentichi, l'attuale effettivo
rapporto abitanti/farmacie è di circa 3.500 in perfetta sintonia con la
media europea, se non inferiore. Tale approccio potrebbe apparire troppo
conservatore ma, se lo si analizza attentamente, costituisce una vera rivoluzione,
ben più efficace di una banale riduzione del quorum.
A fronte di questa soluzione, che darebbe garanzie di continuità anche per
quanto attiene al valore delle aziende, occorre fornire alla farmacia una
maggiore componente pubblicistica, inserendo parametri qualitativi del servizio
che tengano conto delle dimensioni aziendali, facilmente individuabili sulla
base del volume d'affari.
La larga gamma di servizi già ora offerti o comunque previsti dalla legge
quali la misurazione della pressione arteriosa, i test diagnostici di prima
istanza, le prenotazioni tramite i servizi CUP e la farmaco-vigilanza, finora
non completamente entrata nelle farmacie, impone strutture e personale proporzionalmente
dimensionati.
Anche la vigilanza sul servizio farmaceutico, così come è ora organizzata
dalle Aziende Usl, non costituisce una sufficiente garanzia.
La periodicità biennale non è sempre rispettata e la preparazione degli
stessi membri delle commissioni ispettive spesso non offre adeguata competenza.
LA PRELAZIONE E LE CATENE
Un aspetto da non trascurare riguarda il destino delle farmacie comunali,
gestite nelle varie forme previste dalla legge e che comporta notevole preoccupazione,
soprattutto nelle zone d'Italia dove più alta è la loro concentrazione.
Fondamentale è che i progetti di legge prevedano l'abrogazione della norma
sulla prelazione da parte dei comuni. Due dei progetti presentati toccano
l'argomento solo sommariamente, con un approccio sbrigativo del fenomeno,
prevedendo l'alienazione delle farmacie comunali ovvero la loro gestione
mediante società miste. Se però per varie ragioni non sarà possibile smantellare
le strutture che sono sorte soprattutto con capitali stranieri, indispensabile
sarà consentire alle farmacie private un'organizzazione dei servizi adeguata
per potersi confrontare con queste realtà. Ciò dovrà avvenire in ambito
strettamente professionale con l'obiettivo unico di fornire un servizio
pubblico (o almeno di pubblica necessità) e con la mediazione delle strutture
di aggregazione già esistenti, quali sono le associazioni sindacali dei
titolari di farmacia, senza mai consentire ad ambienti economici e finanziari
di impossessarsi di quegli aspetti gestionali che attengono alle competenze
professionali del titolare. Se così non sarà, la farmacia potrà essere facilmente
accusata di guardare, al pari delle catene multinazionali, al profitto ed
alle avventure finanziarie trascurando l'obiettivo primario della tutela
della salute.
CONCLUSIONI
Alcune considerazioni fatte potranno sembrare ermetiche o lanciare dei messaggi
cifrati ma, con un po' di attenzione, si può capire come, in un comparto
delicato come quello della sanità, occorre seguire attentamente le esigenze
socioeconomiche del Paese adeguandosi progressivamente per non trovarsi,
da un giorno all'altro, a dovere affrontare impreparati problematiche nuove
alle quali anche le farmacie ad elevata organizzazione imprenditoriale potrebbero
non riuscire ad adeguarsi.
Se i suggerimenti fatti, dopo adeguata valutazione, saranno oggetto di discussione
e, soprattutto, di proposta unitaria, ritengo che una riforma duratura del
settore farmaceutico potrà nascere in questa Legislatura dando un assetto
stabile al servizio farmaceutico e potendo confermare che la farmacia
è un servizio pubblico.
Maurizio
Cini
President of the Biosphere Field
of the University Librarian System University of Bologna


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