
Uno dei termini più in voga, più discussi e più pericolosi è “globalizzazione”. Contro di essa, contro il mondo ridotto a un unico per lo più indistinto mercato, si mobilita il cosiddetto “popolo di Seattle”, poi aggiornato in base a luoghi e circostanze dove “opera”, ecc. ecc. Da globalizzazione discende un doppio neologismo ancora più brutto foneticamente, ma ancora più denso semanticamente, cioè suona male ma vuol dire qualcosa di rilevante (al di là del giudizio di merito,che pospongo alla spiegazione), e cioè “glocalizzazione”, che vuol dire sì globalizzazione ma anche, in qualche modo non chiarito ma che va insieme, localizzazione. Non siete tenuti a capire, ma provo a fornirvi qualche rapido elemento. Prendiamo il traffico a Roma: è localizzazione riferirci al traffico di un quartiere, ai lavori per un tratto di metropolitana ecc., ed è localizzazione occuparsi di problemi simili in un’altra zona. Ma è ovvio che per chi si occupa dell’intiera capitale, bisogna tener d’occhio il mosaico, non la singola tesserina di quartiere, se no si risolve qui, si peggiora là, si fomenta ancora più in là….Quindi la “glocalizzazione” romana significa il rapporto tra Roma e i suoi quartieri. Figuratevi i problemi elevati a dimen sione planetaria: il traffico a Roma, i miasmi, il suo inquinamento, rimandano all’inquinamento delle città e soprattutto delle metropoli, l’inquinamento delle metropoli al rischio per il pianeta, e quindi qui la “glocalizzazione” sta per il rapporto tra la terra e i suoi abitanti e ogni singola, individuata metropoli inquinante: è globale il rischio, è locale l’esemplificazione del rischio. Detta così, non è poi tanto difficile da capire, e il problema è semmai, naturalmente, la risposta alle domande, il classico “che fare”. Vediamo “che cosa non fare”, intanto. Qualche tempo fa su “Repubblica” il primo ministro inglese, il tanto lodato e condiviso (ora meno, ma tre, quattro anni fa?) Tony Blair, deprecava i rischi dei nostri figli, a partire dai suoi, su un pianeta malato. Pensai e dissi - alla radio -: ipocrita. E infatti giorni dopo il presidente degli Stati Uniti, il figlio di un Bush minore, ha denunciato gli accordi internazionali di Kyoto per la riduzione delle emissioni di gas, come a dire “pensiamo al business, l’ambiente verrà dopo”, esattamente il contrario di quello che sosteneva il leggiadro Blair. Che dopo di ciò ha forse tuonato, ha preso delle decisioni, ha detto ai lettori di quella sua timorata invettiva “quel Bush, che mascalzone!”? Macché. Pensare che l’importanza davvero esiziale della questione (c’è qualcosa di più urgente del rischio ”uomo sulla terra”?) e l’eclatanza mediatica del gran rifiuto di Bush - che ha voluto dire “Signori, vengo eletto grazie a una serie di lobbismi, uno dei quali è quello dei grandi industriali inquinanti e quindi che volete che me ne freghi della salute del pianeta se gli accordi con i miei Elettori (certo, con la maiuscola) valgono per me assai più di quelli di Kyoto (certo, con la minuscola) - questa importanza e questa eclatanza dicevo potevano misurare la caratura di Blair, che invece è stato molto più “moscio” di Chirac e Schroeder.E allora, in epoca di globalizzazione, glocalizzazione e mercato selvaggio, tecnologicamente e scientificamente selvaggio, vi dico che quasi quasi è peggio Blair di Bush sul pianeta, almeno l’altro si fa ricoparagone con D’Alema e Berlusconi è perfettamente lecito, se si ha il coraggio intellettuale di porsi il problema…





