
Per assumere la leadership dell'Europa la Germania riunificata deve prima risolvere una serie di delicati problemi strutturali.
E’ la terza potenza economica mondiale,
il Paese più importante dell’Unione Europea, un colosso che dopo 40 anni ha
finalmente ritrovato l’unità perduta; il suo leader Gerhard Schroeder, dopo
un esordio difficile, ha un buon seguito popolare e gode di stima anche all’estero.
Eppure, la Germania attraversa un periodo di disagio e di stagnazione che
ha indotto qualcuno a ravvisare in lei il “grande malato” di quest’inizio
di millennio.
A riprova di tale affermazione, porta una serie di cifre: dalla riunificazione
ad oggi, l’economia è cresciuta al ritmo assai modesto dell’1,5% annuo; il
numero di nuovi posti di lavoro creati è inferiore alla metà della media europea;
il potere di acquisto dei suoi cittadini è addirittura in lieve diminuzione;
le stime della crescita per gli anni 2001 e 2002 sono state riviste più volte
al ribasso; nei conti pubblici si sta aprendo un buco, che mette in dubbio
la sostenibilità dei recenti tagli fiscali e l’osservanza degli impegni assunti
con l’Europa. A mano a mano che si avvicina la fine del Re Marco, che sta
per lasciare definitivamente posto all’Euro, sembra diminuire anche la fiducia
dei tedeschi nell’avvenire. Sono ricchi come gli americani, hanno le vacanze
più lunghe del mondo e un sistema pensionistico generoso come pochi: ciò nondimeno
(o forse proprio per questo) non hanno più quella spinta propulsiva che, a
suo tempo, rese leggendario il loro “miracolo” postbellico. A volere essere
maligni, si potrebbe dare la colpa di questo declino al comunismo. I problemi
della Germania, infatti, sono cominciati proprio quando, grazie al crollo
del muro di Berlino, essa ha raggiunto il suo più ambizioso e difficile traguardo:
la riunificazione tra la Repubblica federale, pilastro della NATO e della
Comunità Europea, e la Repubblica Democratica tedesca, perla del Patto di
Varsavia e Paese-vetrina del marxismo-leninismo. Tutto il processo avvenne
in maniera così tumultuosa, che non ci fu il tempo per programmarlo in maniera
razionale. Pur di cogliere al volo l’occasione offerta dalla debolezza di
Gorbaciov, furono commessi numerosi errori, tra cui quello di cambiare alla
pari i marchi orientali con quelli occidentali. Ma, soprattutto, ci fu la
sorpresa di scoprire che l’apparato economico-industriale della DDR, che pure
passava per il motore pulsante del blocco sovietico, era molto più obsoleto
e inefficiente di quanto si pensasse, e che con pochissime eccezioni le sue
imprese non erano in grado di competere sul mercato libero. L’abisso che si
era aperto tra le due Germanie durante 45 anni di divisione riguardava anche
la mentalità della gente: perfino i sassoni, considerati a suo tempo i più
laboriosi dei tedeschi, si erano adeguati al costume dei Paesi comunisti:
“Lo Stato finge di pagarmi e io fingo di lavorare”. Mantenere la promessa
di una nuova edizione del miracolo fatta da Kohl agli Ossis (il nomignolo
affibbiato agli abitanti della DDR) fu, perciò, molto più difficile del previsto.
La privatizzazione delle industrie di Stato risultò laboriosa e poco redditizia,
la ricostruzione delle infrastrutture assai costosa, la conversione all’economia
di mercato lenta e farraginosa, il riciclaggio di milioni di dipendenti pubblici
complesso anche sul piano psicologico. Ciò nonostante, grazie a una poderosa
iniezione di fondi da parte di Bonn, che è costata ai tedeschi occidentali
una sovrattassa del 4% e all’Europa intera un forte aumento del costo del
danaro, all’inizio le cose parvero funzionare. Circa 1.400.000 miliardi di
soldi pubblici (una somma pari a due terzi del pur stratosferico debito pubblico
italiano) hanno determinato, nel quinquennio successivo alla riunificazione,
tassi di sviluppo tra l’8 e il 10 per cento, con un autentico boom del settore
edilizio. Poi, tutto si è fermato. A partire dal ’97, l’economia dei cinque
Laender orientali è cresciuta in media solo dell’1,2%, contro il già abbastanza
modesto 2,2% di quelli occidentali. I tassi di disoccupazione rispettivi sono
il 18,6% e il 7,7% (un rapporto che ci ricorda quello tra il nostro Mezzogiorno
e le regioni più avanzate del Nord), benché oltre un milione di giovani siano
nel frattempo emigrati verso occidente. La delusione più grossa è stata forse
il ritardo nella nascita di una nuova classe imprenditoriale, che ha costretto
i Wessis a trasferire a Est non solo capitali, ma anche dirigenti, con la
conseguenza di farsi accusare anche di colonizzazione. Da qualche mese, ci
sono timidi segnali di ripresa, ma se anche i Laender orientali tornassero
a crescere a un ritmo doppio di quelli occidentali, passerebbero trent’anni
prima che il loro reddito pro-capite eguagliasse quello dei cugini. Ecco perché
i governanti di Sassonia, Turingia, Brandeburgo, Sachsen-Anhalt e Mecklemburgo-Pomerania
continuano a chiedere al governo centrale nuovi trasferimenti di danaro, e
Schroeder, con un occhio alle elezioni politiche del 2002, non può ignorare
il loro grido di dolore. Se le difficoltà della riunificazione sono la causa
principale della crisi tedesca, ce n’è anche un’altra, radicata nella sua
storia e sotto certi aspetti anche più difficile da rimuovere. Si tratta del
superamento del cosiddetto modello di capitalismo renano, su cui il Paese
ha costruito le sue fortune ma che, nell’era della globalizzazione e della
flessibilità, ha cominciato a mostrare la corda. Esso si regge, essenzialmente,
su quattro pilastri: la concertazione, che nel corso degli anni ha ridotto
di molto la conflittualità rispetto ai Paesi concorrenti ma che comporta una
forte partecipazione dei sindacati alle decisioni delle imprese; uno statuto
dei lavoratori molto avanzato, con ferree garanzie per gli occupati e orari
di lavoro ridotti rispetto a Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone; un apparato
previdenziale tanto generoso quanto capillare, che ha portato ai cittadini
tranquillità e benessere ma che il rapido invecchiamento della popolazione
sta rendendo insostenibile; uno stretto intreccio di interessi tra banche
e industria, che ha come conseguenza negativa una certa ingessatura del sistema.
Creato negli anni Cinquanta da Ludwig Erhard, il ministro dell’Economia di
Adenauer, con il nome di “economia sociale di mercato”, il modello tedesco
è stato perfezionato dai governi socialdemocratici degli anni Settanta e Ottanta
e ulteriormente rifinito, in senso garantista, da Helmut Kohl. Per lungo tempo,
esso è stato guardato con invidia, ed anche imitato, dai concorrenti, ma per
la massa di interessi che coinvolge si è rivelato difficilmente revisionabile.
Lo stesso Kohl, per esempio, non ha mai osato mettervi veramente mano, e un
po’ paradossalmente si è dovuto attendere l’arrivo al potere di un governo
rosso-verde perché si cominciasse a introdurre riforme che sono, in realtà,
di destra. Gerhard Schroeder ha fino adesso due fiori al suo occhiello: 1)
un taglio generalizzato delle tasse, molto citato anche in Italia, che dovrebbe
portare nei prossimi cinque anni ai cittadini risparmi per quasi centomila
miliardi e agevolare i nuovi investimenti delle imprese; 2) una riforma delle
pensioni abbastanza rivoluzionaria per la Germania, approvata anche con il
parziale concorso dell’opposizione che abbasserà nel corso del tempo i benefici
dal 70 al 67 per cento dell’ultimo stipendio e introduce per la prima volta
la previdenza integrativa privata. Ora, tuttavia, viene la parte più difficile,
la liberalizzazione del mercato del lavoro e soprattutto la revisione dei
sussidi di disoccupazione. Una delle assurdità del Paese è che, a fronte di
4 milioni circa di disoccupati, ci sono 1,5 milioni di posti di lavoro, soprattutto
per personale non qualificato, che nessuno è disposto ad accettare. Si racconta
che molti disoccupati cronici, quando obtorto collo sono costretti a fare
un colloquio di lavoro, vadano prima a bersi un bel boccale di birra in modo
da avere il fiato che puzza ed essere così respinti come alcolisti potenziali.
Secondo uno studio del Ministero del Lavoro della Renania-Westfalia, almeno
un quinto dei cittadini iscritti nelle liste di disoccupazione non hanno in
realtà alcuna intenzione di trovarsi un altro impiego, o perché il cumulo
dei sussidi rende loro più di uno stipendio, o perché sono ormai abbastanza
vicini alla pensione per campare di rendita e arrangiarsi con il lavoro nero,
o semplicemente perché sono troppo pigri. Schroeder si è di recente scagliato
pubblicamente contro quest’ultima categoria: “La nostra società” ha tuonato
“non prevede il diritto all’ozio. Chiunque rifiuti una ragionevole proposta
di impiego quando è in grado di lavorare deve essere sanzionato”. La sua sortita
è stata naturalmente accolta con favore dagli imprenditori, ma i sindacati
hanno storto il naso. Il sistema dei sussidi di disoccupazione risale in Germania
addirittura al 1927, prima di Hitler, ed ha ricevuto una applicazione sempre
più estesa a mano a mano che cresceva il benessere. Nessuno nega che oggi
esso sia, in molti casi, controproducente: ci sono tali e tante scappatoie,
tali e tanti trucchi per rifiutare un lavoro senza perdere il sussidio, tali
e tante formule per integrare quest’ultimo, che rifiutare posti male pagati
e magari distanti dal luogo di residenza è una reazione quasi naturale. Ma,
esattamente come nel caso delle pensioni, una riforma è indispensabile sia
per ridurre una spesa difficilmente insostenibile, sia per frenare una immigrazione
di massa che la maggioranza dei tedeschi non vede di buon occhio. L’urgenza
di procedere con riforme strutturali che taglino la spesa pubblica e aumentino
il potenziale di crescita diventa tanto maggiore, quanto più acuto è il deterioramento
della congiuntura. Le ultime cifre sono abbastanza preoccupanti, specie lo
scivolone del 3,7% della produzione industriale registrato nel mese di marzo
e il vistoso calo delle esportazioni, che sono la linfa vitale dell’industria
tedesca. In realtà, a mano a mano che l’economia si avvia a una fase sia pure
moderatamente recessiva, il compito di Schroeder di affrontare i vari tabù
del “modello renano” si fa più delicato, con rischi non indifferenti anche
per la tenuta della maggioranza. Questa è stata già messa a dura prova prima
dalla campagna di stampa contro il ministro degli Esteri Fischer, accusato
di avere avuto rapporti poco chiari con i movimenti extraparlamentari e sovversivi
del ’68, e poi dalle dimissioni a catena di alcuni ministri in seguito alla
crisi della mucca pazza. A un certo punto, sembrava addirittura che l’alleanza
rosso-verde non reggesse alla prova e che Schroeder fosse tentato di sostituire
al governo gli ambientalisti con i liberali. La fortuna del Cancelliere è,
in realtà, la debolezza dell’opposizione cristiano-democratica, incapace di
riprendersi dallo scandalo dei fondi neri che ha travolto prima il padre della
riunificazione Helmut Kohl, poi il suo successore Wolfgang Schaeuble. Nella
sua ansia di rinnovamento, il partito, pur tradizionalmente maschilista e
a prevalenza cattolica, si è affidato a una donna politica protestante e cresciuta
nella DDR: Angela Merkel, che Kohl chiamava con condiscendenza “la ragazza”.
Per quanto onesta e piena di buone intenzioni, la nuova leader si è rivelata
un mezzo disastro, e il partito è già molto scettico sull’opportunità di presentarla,
l’anno venturo, come candidata alla Cancelleria. Il guaio è che non esistono
molte alternative. Il presidente della Baviera Edmund Stoiber, incontrastato
signore del suo Land, sarebbe senz’altro il più qualificato per la guida del
Paese, ma nel resto della Germania egli risulta piuttosto impopolare; il suo
collega della Sassonia, Kurt Biedenkopf, è bravo ma troppo avanti negli anni;
il rampante capogruppo del partito al Bundestag, Friedrich Merz, è invece
ritenuto ancora troppo inesperto per essere gettato nella mischia. Nelle regioni
che amministra con successo, come il ricchissimo e tecnologicamente avanzato
Baden-Wuertemberg, la CDU continua a riscuotere ampi consensi, ma a livello
centrale dà l’impressione di navigare senza bussola, contrastando anche provvedimenti
che fanno parte da sempre del suo bagaglio ideologico. Pur con tutti i suoi
problemi, solo la Germania è in grado, in questo momento, di assumere la guida
del processo di integrazione europea, facendolo uscire dalle secche in cui
si è arenato al vertice di Nizza. Sulla necessità di procedere verso una forma
avanzata di federalismo sono sostanzialmente d’accordo sia la maggioranza,
sia l’opposizione, e Schroeder si è fatto carico il mese scorso di mettere
in orbita un progetto di Unione in parte ricalcato sulla costituzione tedesca.
La diffidenza con cui è stato accolto a Londra, Parigi e Madrid (dall’Italia,
troppo occupata con la campagna elettorale per affrontare nei particolari
una riforma di questa portata, è arrivato invece un consenso di massima) rende
peraltro il suo cammino molto difficile e rispecchia nello stesso tempo il
timore degli altri Paesi che la Germania voglia, in vista dell’allargamento
a Est, costruire un’Europa a sua immagine e somiglianza che le riuscirebbe
poi facile dominare. Anche chi non ama i tedeschi deve comunque augurarsi
che il Paese, responsabile per un terzo del prodotto della UE, sciolga al
più presto i suoi nodi e riprenda le funzioni di locomotiva. La storia ci
insegna che più la Germania è debole, più l’Europa è instabile. La stessa
integrazione dei Paesi dell’ex patto di Varsavia diventerebbe problematica
se Berlino non fosse nelle migliori condizioni per esercitare la sua leadership.
Il traguardo, naturalmente, deve essere una Germania più europea piuttosto
che un’Europa più tedesca, ma un qualche riconoscimento che, con i suoi 81
milioni di abitanti contro i 55-60 di Italia Francia e Gran Bretagna è ormai
almeno prima inter pares sarà, nel riassetto delle istituzioni europee, indispensabile.






