A vent'anni e poco più dalla morte Paul Morand torna con prepotenza sul palcoscenico letterario francese.
Journal inutile (Gallimard, 390 franchi) si intitolano le sue memorie sull'onda delle Nozze di Figaro di Beaumarchais ("J'annonce un ècrit periodique...Je le nomme Journal inutile!"), due volumi per oltre 1600 pagine, un arco di tempo che va dal giugno del 1968 all'aprile del 1976.

Ancora tre mesi, poi un infarto mentre sta facendo ginnastica nella palestra dell'Automobile Club: aveva 85 anni.
Il libro è in testa alle classifiche, Le Monde e Le Figaro gli hanno dedicato i loro inserti culturali, il mensile Lire un dossier, non c'è stato settimanale che non lo abbia associato a un'inchiesta o a un dibattito. Il tono generale è: "Che grande scrittore, che brutte idee!".
Per la Francia e i francesi Morand è un caso che periodicamente si riapre. Prediletto da Proust, simbolo della modernità letteraria, campione di eleganza, dell'arte di vivere e delle tirature, ha legato il suo nome agli anni folli fra le due guerre: rappresentava la frenesia e l'esotismo, il viaggio e l'avventura. Diplomatico di carriera, nel 1940 invece di De Gaulle scelse Pétain: mal gliene incolse. Nel giro di un lustro si ritrovò sconfitto e esiliato, proscritto e dimenticato. La Francia e i francesi chiusero il caso.
Negli anni Cinquanta lo riaprirono, quello stile li incantava ancora, e intanto si era, come dire, ulteriormente rassodato e innervato. Il cronista mondano, il viaggiatore curioso e instancabile aveva lasciato il posto allo storico e al memorialista, l'essere sopravvissuto a un mondo scomparso faceva ora della sua antimodernità un elemento di novità.
Vivente, fece in tempo a entrare all'Accadémie, poco dopo la morte la Plèiade lo accolse fra i classici: la Francia e i francesi pensarono che il caso, questa volta, fosse definitivamente archiviato.
Si sbagliavano.
In segreto, e alla sua maniera, Morand lavorava per un lettore futuro che non avrebbe mai conosciuto: "I contemporanei non mi interessano, ma penso molto a quelli che verranno dopo, li amo". Così, non scrive un diario alla Gide, un monumento di carta alla sua figura: "La mia accidia, la mia debolezza resteranno sovrane, lo sento, qualsiasi desiderio abbia di correggermi. Se si rileggeranno queste note si vedrà la mancanza di stile, le negligenze, gli errori.. Appena il bagliore di un'idea e subito passo ad altro...o a niente; fretta e pigrizia". Eppure il risultato è folgorante.
Il fascino e l'imbarazzo del Journal inutile consistono nella sua scorrettezza: umana, sociale, ideologica, politica.
Nei racconti, nei romanzi, nella prosa storica, essa era raccordata e incanalata nella descrizione di un personaggio, nell'analisi di un sentimento, nella ricostruzione di un fatto o di un'epoca. Qui è allo stato brado, e la provocazione è pari alla concisione con cui viene resa, alla moltiplicazione dei piani su cui viene giocata. "Nella mia giovinezza, la donna era una questione di pelle, oggi è solo carne". "Guardate, quel gatto ha fatto amicizia con un uccellino? Non amo i costumi contro natura". "Che barba i romanzi sull'amore: si perde tempo su una perdita di tempo". "Il dolore degli altri spesso m'intenerisce, sempre mi annoia". "Non si conosce una donna che dopo averla avuta, per uno o due anni, e comunque non si conosce che il suo presente. Si ignora il suo passato, sia che lo nasconda, sia, più verosimilmente, che l'abbia dimenticato. Quanto al suo avvenire, è imprevedibile, perché quando, ancora una volta, si innamorerà, diverrà l'altro, l'amante sconosciuto che le darà la sua personalità, la ruberà". "Ho conosciuto donne possedute, altre possedenti; ma tutte possessive". "Il sesso femminile è una bocca verticale, con denti ben più terribili dell' altra". L'antifemminismo di chi è stato un beato fra le donne, si unisce all'antisemitismo e al rifiuto dell'omosessualità di chi, da Proust in poi, ebrei e omosessuali conosce bene, di molti di essi è stato amico e consigliere. "Per i pederasti, come per gli ebrei, conosciuto uno, conosciuti tutti".
La consapevolezza di essere un vinto della storia, va di pari passo con l'ostinata difesa delle proprie ragioni. "Quando io morirò, morirà l'Europa. Essa è già morta. Non è più la stessa. Ma io non avrò bisogno di spiegare nulla. Guardatemi".
Oggi che il comunismo non c'è più, la guerra fredda è un ricordo e il Muro di Berlino un souvenir, fatichiamo a capire come, ancora alla fine degli anni Sessanta, la paura o l'attrazione della Sinistra in Occidente fosse il tema del giorno e come, per chi aveva vissuto la Seconda guerra mondiale nei termini di uno scontro di civiltà, si trattasse di una partita non ancora terminata.
Per la Francia, il ruolo di De Gaulle aggiungeva un elemento sulla scena, una figura carismatica di destra che per imporsi aveva dovuto negare e combattere la destra di Pétain e di Vichy, allearsi con i comunisti di Mosca e di Parigi, ritrovarseli poi avversari.
Nel diario di Morand il lettore ritrova, vent'anni dopo quei fatti, i contendenti che ancora si guardano in cagnesco e il "collaborazionista" Morand che descrive sarcastico la fine della Francia e i sogni velleitari di grande potenza dell'odiato De Gaulle, detesta lo strapotere dell'America ma ne gusta il suo impantanarsi nel Vietnam, vede il peso della Russia e la cecità che coglie gli intellettuali "democratici" quando la si deve criticare e la paragona alla condanna senza remissione comminata invece a chi ha combattuto dalla parte sbagliata, trasformato in "mostro" su cui caricare tutti i crimini di una parte sconfitta. Con il calendario fisso al 1945, le idee politiche di Morand sono solo al passato remoto.
È un revenant, un fantasma, un esule in una patria e in un mondo che non sono più i suoi, che non capisce, che non vuol capire.
Riletto oggi, sembra tutto archeologia, ma fino all'altro ieri era materia palpitante. Volendo, si potrebbe tirar fuori un florilegio di previsioni sbagliate, timori infondati, angosce esagerate: ma come non ricordare che il crollo del comunismo, appena un decennio fa, fu talmente imprevisto che le sue macerie sono cadute in testa a vincitori e vinti? Non se l'aspettavano né gli uni nègli altri, e ancora adesso si fa fatica a capire quale strada imboccare.
Il meglio del diario è altrove, come del resto fu altrove la vita del suo autore. "Ho a lungo riflettuto sull'attrazione esercitata su di me da Cohn-Bendit e dai contestatori del'68. l mio punto in comune con loro è la pigrizia. Divertirsi! Ogni rivolta comincia con l'ubriacatura e la soddisfazione fisica".
La sua vita gli appare una corsa contro il tempo: "Il tempo che ho potuto perdere durante la mia esistenza, a letto, con le donne, nei garages, con le macchine! Almeno due o tre decenni". "Quanto tempo perso a guadagnare tempo". "Un vero scrittore deve sognare la sua vita; io, la mia, ho avuto il grande torto di viverla". "L'esistenza somiglia a una battaglia contro un avversario che indietreggia senza mai fermarsi: il Tempo. Il campo di battaglia seminato di morti, a destra e a sinistra, che i vivi non si attardano a raccogliere, tanto sono occupati nell' inseguire l'invisibile avversario".
Diario di un ottuagenario che a lungo aveva fatto della forma fisica una religione, è anche la toccante constatazione dei guasti e dei disastri dell'età, le ginocchia che cedono, i denti che cadono, le rughe che avanzano. "La vecchiaia, questa morte che si muove, non è meno sinistra della rigidità dei cadaveri". "I vecchi, bambini senza avvenire". "I cimiteri sono dei depositi bagagli aeroportuali dove i viaggiatori hanno lasciato i loro corpi prima del volo".
Diario di uno scrittore, è l'incredibile lista di letture, considerazioni, citazioni, comparazioni, giudizi, consigli, definizioni. In dieci righe riassume Proust come nessuno aveva fatto prima.
"E' come se dicesse: 'Sono nato in una classe superiore, sono di un ambiente privilegiato, sono stato abbandonato da tutti, non ho potuto guadagnarmi da vivere. Sono un riassunto di ciò che c'è di eccellente in due razze. E, contemporaneamente, sono al gradino più basso della sfortuna e della miseria umana. Ebreo e pederasta: due volte proscritto per il mondo vero. Così, una doppia vita: fra i privilegiati e in mezzo ai dannati. Abbraccio tutte le condizioni'".
In due inquadra Voltaire: "Un miracolo. Essere, allo stesso tempo, il narratore più divertente e il drammaturgo più noioso". In tre spiega la contemporaneità in materia d'arte: "Pittori che si sforzano di dimenticare come si dipinge, cantanti fieri di non saper cantare, scrittori che si piccano di ignorare lo stile". Con un particolare coglie un modo d'essere: "Portava il suo vestito come una nazione la bandiera il giorno dell'indipendenza". "Indossava i suoi vizi come delle perle".
Con una frase riassume una scelta: "Amavo il rituale cattolico perché mi teneva caldo. Oggi, quegli altari spogli, quel prete che dà le spalle a Dio, è il Nord protestante".
"I Romani, al tempo dei Cesari, si suicidavano con la facilità dei giapponesi. La morte non era allora ciò che poi ne hanno fatto i cristiani".
Diario di un seduttore, è un lungo e tenero atto d'amore per la donna di una vita, la principessa Hélene Soutzo, sua moglie per più di mezzo secolo, più anziana di lui di dieci anni, morta la quale si spegnerà come una candela a cui viene tolta la fiamma.
"Odiava le cliniche, gli ospedali, la plebe, la miseria, i lavori manuali: non per aridità di cuore, nessuno lo aveva più caldo, ma per educazione, tradizione. Ha visto sempre grande".
Hélene è la sua àncora e la sua bussola, per certi versi la sua componente maschile.
Ben nata, intelligentissima, altera, colta crudamente crudele, in lei c'è tutto lo spirito beffardo di una società mondana e intellettuale condannata all'estinzione.
"Non abbiamo rinnegato né Petain né Laval, non abbiamo domandato perdono a De Gaulle, cosa che ci sarebbe stata facile, possiamo morire a testa alta". "Ai miei tempi la pederastia era un vizio, oggi è una professione". "I poveri! Che muoiano senza lamentarsi! Non hanno avuto niente, perché rimpiangere ciò che si lasciano dietro?"
Quando la malattia la ferisce sempre più, la cecità, l'immobilità, commenta: "La peggiore delle malattie sarebbe non morire".
"Non amo il malato che guarisce".
"Vorrei spegnermi come si spegne una sveglia". A lui non resta che piangerla: "Singhiozzando le chiedo perdono, rimproverandola solo di avermi amato, io che non sono che una merda. Quando si è infedeli per una vita, arriva il giorno in cui si è disarmati e vergognosi davanti all'altro che ha giocato lealmente una partita dove tu hai imbrogliato".
Nel tracciare l'ultimo bilancio, Morand non cerca scusanti: "Rispetto ad altre vite ciò che ho fatto può sembrare insignificante o mediocre, ma è immenso, fu colossale, se si considera la mediocrità della mia persona, la mia stupidità, le mie pigrizie, la mia volgarità, l'avanzare a tentoni, alla cieca".
A cena, ormai solo, nell'hotel particulier di rue Charles Floquet che Hélene aveva fatto costruire e arredato, il salone di 18 metri di lunghezza, "come quelli dei palazzi veneziani che lei amava", la vetrata di sei metri per quattro "che aveva fatto copiare dal 'ritiro' di Carlo V a Granada", il palazzo gli appare sinistro. "Freddo la notte. Rose appassite. Prime nebbie di autunno: tutto è morto".
Il "vagamondo" è arrivato alla fine del suo viaggio.

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