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Quando parlano i numeri, e lo fanno in maniera eloquente, la grandezza di un gruppo non si può negare. E le cifre della società di basket che negli ultimi anni ha scritto le pagine più importanti della storia di questa disciplina sono eloquenti; in dodici anni altrettanti trofei. Significa non mancare mai l’appuntamento con un riconoscimento che premia costantemente il tuo lavoro. Significa dare continuità alla mentalità vincente di un club che col passare degli stagioni non ha mai smarrito la leadership. Ma soprattutto significa che a cavallo di due decenni la Virtus Bologna ha saputo cambiare, rinnovarsi e ancora cementare un quintetto sempre estremamente competitivo. L’ultima candelina accesa sulla torta Kinder si chiama Eurolega, il campionato d’Europa per club. Ma la stagione in corso non è ancora conclusa e dopo la Coppa Italia centrata a fine aprile, le “V nere” potrebbero addirittura risultare le mattatrici stagionali, qualora portassero a casa anche il campionato in corso. Sarebbe quello che nell’ambiente viene etichettato come “Grande Slam”, termine mutuato dall’ambiente tennistico per indicare il raggiungimento di tutti i traguardi più importanti nei quali si compete. Bologna la Dotta potrebbe così ulteriormente rafforzare la fama di “Basket-city”, ovvero la città che vive, respira e si “intossica” di basket. Capire cosa significa per un tifoso Virtus o Fortitudo la vittoria della propria società sfugge a parecchi studiosi della varie discipline agonistiche; non regge il paragone con il fagocitante ambiente calcistico, con il clima ad esempio di una stracittadina. E la supremazia di una delle due società, anche a livello europeo, non fa altro che rafforzare le contrapposte identità sportive, pronte a fare follie pur di poter affermare la propria superiorità. La grandezza della Kinder passa attraverso mutazioni e innovazioni sulle quali difficilmente era ipotizzabile scommettere subito. Eppure se dal gruppo che ha saputo dominare gli anni Novanta se ne vanno il presidente, Alfredo Cazzola, e l’asso indiscusso, Sasha Danilovic, è normale attendersi un periodo di pausa. Bologna ha saputo arginare ribaltoni anche clamorosi e avvicendare chi “abdicava” con forze fresche, in grado di far dimenticare i predecessori. Un esempio su tutti è Emanuel Ginobili, acquistato dalla squadra di Reggio Calabria; dopo aver visto cosa ha saputo fare il ragazzo argentino nelle recenti finali di Euroclub, chi ha il coraggio di rimpiangere Danilovic? Lo ha raccontato il neo-presidente Madrigali alla vigilia della sfida decisiva con gli spagnoli del Tau Vitoria come Sasha abbia abbandonato la nave Kinder. Il pomeriggio in campo per il consueto allenamento, la sera in sede davanti al massimo dirigente: “Mi chiamo Danilovic e da questo momento vado a fare il presidente del mio Partizan a Belgrado”. Come impatto iniziale, per chi aveva appena eredidato una società che aveva vinto tutto, non c’è male. Eppure i giocatori cambiano e il resto deve rimanere il più stabile possibile: questo il credo della Virtus, alla faccia di chi teorizza le rivoluzioni sportive per aprire cicli vincenti. Perché analizzando il fenomenale ruolino di marcia della Bologna bianconera si scopre che due (!!) Bucci e l’attuale Ettore Messina sono stati gli allenatori capaci di consegnare dodici anni di trofei. E che alla guida societaria si sono avvicendati altrettanti presidenti, prima dell’attuale Madrigali. Continuità dunque anche a livello gestionale; chissà se il messaggio non sia d’aiuto a presidenti di altre discipline che dietro un tourbillon di partenze ed arrivi cercano di nascondere la propria incapacità organizzativa. Non valgono i ragionamenti sulla peculiarità di ogni singolo sport. E nemmeno il fatto che nel basket gli equilibri all’interno di uno spogliatoio sono più semplici da gestire perché nel bene o nel male, coi cambi volanti, tutti potrebbero avere una chanche. Un gruppo però è sempre un gruppo, con malumori, dissapori e caratteri forti. In casa Kinder c’e’ un caso emblematico: Mario Jaric, giocatore arrivato dai nemici giurati della Fortitudo con l’etichetta di delusione della stagione precedente, si è rivelato poi una delle chiavi primarie nel gioco delle “V nere”. A volte dunque il campione lo si ha in casa e non si è in grado di riconoscerlo. E nella maggior parte dei casi la differenza la fa l’ambiente nel quale si mette in condizione di rendere un atleta. L’impeto e l’entusiasmo di chi vuole traguardi a tutti i costi non solo può non bastare ma anche essere controproducente. Chi pensa che gli investimenti ingenti, in ambito sportivo, possano sempre portare a dei risultati, non ha fatto i conti con il fattore imprevedibilità, che rende così affascinante il mondo dell’agonismo.

 

 

Paolo Ghisoni