MAGGIO 1999 
 
 

 

 
 

 

   












Adriano Bassi

Il compositore Nino Rota appartiene a quella genia di musicisti che hanno vissuto in un momento particolare, intenso, sia nel mondo della cultura che nel mondo della musica, le manipolazioni, le rivoluzioni di una società in perenne crisi. Nato a Milano nel 1911 e morto a Roma nel 1979, egli attraversò tutti gli sconvolgimenti artistici del tempo, basando il suo modo di intendere la musica su una espressione immediata con una precisa componente legata alla ripresa della musica dell'Ottocento, rimanendo molto fedele alla melodia ed evitando complicazioni armoniche. Per tutto ciò la critica non gli fu mai favorevole, in quanto egli non seguiva le mode e gli stilemi decisi da determinate scuole di pensiero. Se dovessimo disegnare una tipologia o meglio una collocazione all'interno nel mondo codificato, potremmo citare E. Satie, K. Weill. personaggi che cercarono di fondere vari mondi, uscendo, volutamente, dai canoni dell'accademismo e tentando di formulare una terza strada basata sulla musica totale. Per esempio è facile trovare nella sua produzione rivisitazioni di mondi passati, con innesti di armonie dissonanti che regalano ai brani quel sapore di velata dissacrazione, senza spingersi ad estremizzazioni che non facevano parte del suo carattere. A tal proposito possiamo citare le “Variazioni e fuga” sul nome di J.S. Bach nel 1950 e il “Circus Walzer” e il “Walzer Carillon” del 1976 che, pur a distanza di parecchi anni gli uni dagli altri hanno in sé lo scopo di fondere il passato con il presente adottando ritmi tradizionali del valzer ma stemperati in armonie tristi e grottesche che ricordano il Circo e il fantasma di Strawinski. I valzer sopracitati del 1976 hanno fatto parte del film “Casanova”, trovando così come porto naturale l'immagine e la profonda conoscenza che Rota aveva dell'indagine filmica. Per ora mi sembra riduttivo analizzare la sua produzione legata ai films, poiché esiste un Rota non sconosciuto ma meno appariscente e poco identificabile all'immagine creata dai mass-media. Rimanendo nelle composizioni classiche possiamo ricordare le Sinfonie e gli Oratorii che ne tracciano lo stile e il nobile gusto dell'orchestrazione unito ad un indiscutibile amore per il colore. E' questo il caso della Sinfonia n. 1 scritta fra il 1935 e il 1939 che riassume in sé le tipologie delle due visioni musicali aleggianti fra il senso del bucolico e l'idea del tempo che scorre. Lo stesso Gianandrea Gavazzeni
Nino Rota inoltre.. 
nel dopoguerra divento' uno dei più prolifici e richiesti compositori di musiche per cinema, fornendo partiture a registi italiani (Soldati, Lattuada, Castellani, Monicelli, Zeffirelli, Wertmuller) e stranieri (Vidor, Clement, Bondarcuk, Coppola). Ma soprattutto con Fellini stabilì' una collaborazione congeniale ed ininterrotta (da Lo sceicco bianco, del 1952, fino a Prova d'orchestra, del 1978), culminata in Otto e mezzo, con cui vinse il Nastro d'argento della critica italiana (altri ne ottenne per Guerra e pace, del 1957, per Le notti bianche, del 1958, per Romeo e Giulietta nel 1969). Con la musica de Il Padrino, ricalcata su una sua precedente (Fortunella, 1958), conquistò nel 1974 anche il premio Oscar. Vasta fu anche la sua produzione teatrale e strumentale.

scrisse riguardo alla presente sinfonia: “Eccolo allora, il bilancio, a cose fatte, rivelare che la Sinfonia di Rota, almeno per tre quarti, è composizione riuscita, vivente da sola, senza riferimenti formali e senza parentele immediate. Proprio per l'enunciazione inventiva in rapporto alle esigenze tra le quali ci si trova stavolta, c'è il primo tema del primo tempo a dare l'idea esatta, a dare un nucleo lessicale che sembra essere lo scopo del comporre. Un tema leggiadro, legato, fatto di intervalli di quarta (caratteristici in Rota) e poi le note vicine, ritmato in una sorta di fluida cantilena, paesistica e spirituale, come di chi guarda le cose soltanto per un interno dettato di sentimenti e parole. Lo sguardo abituale, in Rota, il magro occhio, la sua vista immediata. Timbri pastorali, a dar vena orchestrale a questa melodia: oboe e clarinetti all'unisono, fagotti e corni sotto, e appena il poco metallo di accordi pizzicati a incidere le giunture tematiche e i lassi. Come il tema prosegue, con una discreta abbondanza che è già prova di legittimità per il sinfonismo di Rota, è già modo suo, oramai, preso l'avvio, di tirar su tempo di sinfonia e dargli una ragione poetica di esistere: in rapporto al musicista, e a quanto egli ha fatto sin qui di composizioni musicali. (1) E che dire della Sonata per violino e pianoforte del 1939? Si tratta di una testimonianza diretta dei riflessi di sonorità nuove, nelle quali si collocano due mondi diametralmente opposti e cioè ritmi scheggiati, frammenti e melodie romantiche, lievi dove il senso dell'articolo e del “deja vu” fa da contrasto con le tensioni dei due strumenti tra di loro dialoganti. Un altro elemento non certo minore fu la parte dedicata al teatro d'opera, grande sfida del Maestro con se stesso e con tutta la ricchissima letteratura presente. V'è da notare che nella tipologia operistica perseguita da Rota si possono riscontrare alcuni dettagli che fanno del musicista un pioniere in assoluto, poiché all'interno della sua ricerca è facile riscontrare un unico mondo e l'esempio più significativo è identificabile nel lavoro: “Il Cappello di paglia di Firenze”. Commedia in 4 atti su libretto proprio in collaborazione con la madre Ernesta, nel quale trova uno stile basato sul vaudeville dell'800 con un intenso intreccio di scene, ricca di una profonda vena melodica, ritmi di marcia, valzer e ballabili simili alla leggerezza di Offenbach. Rota sceglie delle precise formule di pensiero allontanandosi dalle dure sonorità della Scuola di Vienna, gettandosi in citazioni rossiniane e dell'opera buffa in genere. Tutto ciò a dimostrazione che nel Maestro il passato non viene abbandonato o archiviato come un percorso finito e corroso, ma lo fa rivivere e pulsare in completa collaborazione con le sonorità del proprio vivere quotidiano. Passare dal teatro d'opera al film il passo è breve, poiché dare colore musicale al dialogo e riprendere con la macchina da presa i sentimenti, le evocazioni e le storie del melodramma poteva risultare naturale, come poi è stato per il nostro Nino Rota. Non analizzeremo certamente i films da lui musicati, poiché già li conosciamo avendoli anche metabolizzati; mi sembra però opportuno e doveroso sottolineare che il senso di scavo, di approfondimento e di scarnificazione del suono di fronte all'immagine è stato perfetto e incisivo al punto tale da creare un tutt'uno indiscindibile, riproponendo nella mente e negli occhi del pubblico quella arcana e seducente porzione della storia legata al mondo della Tragedia greca, nella quale la voce dell'attore era base di dialogo e contemporaneamente colonna sonora della storia. Ecco, nella musica di Rota troviamo logicamente ampliato e modernizzatoquesto rapporto. In sintesi il Maestro ha fatto della semplicità un “modus vivendi” che partito dalle prime esperienze giovanili ha continuato inalterato in età più avanzata, passando attraverso ad una miriade di situazioni diverse e continuando con coerenza nella ricerca dell'essenza della musica, al di là delle mode, delle tradizioni di mercato o di fumosi giochi di potere.

 

 
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