Se
non fosse stato per la guerra in Jugoslavia, sarebbe stato l'avvenimento dell'anno.
Con il trasferimento del Parlamento tedesco dalle rive del Reno allo storico
edificio del Reichstag, lunedì 19 aprile la Repubblica di Berlino è
infatti subentrata dopo mezzo secolo alla Repubblica di Bonn, il baricentro
della Germania unificata si è spostato di 500 km verso Est e nel principale
paese dell'Unione Europea è cominciata una nuova epoca storica. Invece,
tra i bagliori del conflitto nei Balcani, la cosa è passata in secondo
piano,
| Il
trasferimento del Parlamento tedesco dalle rive del Reno a quelle della
Sprea rappresenta una svolta storica per la Germania e forse anche per
l'Europa. |
e la cruciale
domanda su come questo secondo “ritorno a Berlino” (dopo le parentesi di Weimar
e di Bonn) influenzerà il futuro della Germania è rimasta come
sospesa a mezz'aria. Secondo un sondaggio dello Spiegel, solo il 13 per cento
dei tedeschi ritiene che il trasloco avrà anche una valenza politica,
nel senso di influire sugli orientamenti del Paese. Qualcuno afferma addirittura
che la Repubblica di Berlino avrà una vita effimera, perché presto
sarà soppiantata dalla Repubblica di Bruxelles, cioè da un governo
federale europeo che tratterà direttamente con i Laender. Ma altri non
sono così sicuri: con l'ormai imminente ingresso
nell'Unione
Europea di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria - sostengono - Berlino ritroverà
una sua centralità anche geografica e potrebbe perciò diventare
il trampolino per un nuovo Drang nach Osten, non più militare come in
passato, ma economico, finanziario e culturale. Tale, comunque, da influenzare
profondamente l'evoluzione dell'Europa all'inizio del Terzo millennio. Il trasferimento
della capitale, a dieci anni dalla caduta del Muro, coincide, tra l'altro, con
tutta una serie di eventi che - in qualche modo - ne accentuano il significato
simbolico: l'avvento al potere di una generazione di politici che non ha vissuto
di persona la seconda guerra mondiale e quindi è libera dal complesso
di colpa che ha afflitto Adenauer, Brandt e perfino Kohl; il primo impiego bellico
della Bundeswehr in un'area - i Balcani - dove la Wehrmacht hitleriana ha lasciato
un funesto ricordo; una crisi economica che rimette in un certo senso in discussione
il cosiddetto “modello renano”, che ha garantito la prosperità e la pace
sociale della
Repubblica
federale per circa mezzo secolo. Perfino la decisione di insediare il Parlamento
nel vecchio Reichstag, un edificio che, con il solo nome, rievoca periodi ormai
tramontati della storia tedesca, ha alimentato le polemiche. Inaugurato nel
1894 per ospitare i rappresentanti della Germania unita, ma odiato dall'imperatore
Guglielmo II , che lo definì di volta in volta “monumento al cattivo
gusto”, “casa delle scimmie del Reich” e “fabbrica di menzogne”, fu poi teatro
di avvenimenti decisivi. Quando la rivoluzione scoppiò a Berlino alla
fine della prima guerra mondiale, fu da uno dei suoi balconi che Philipp Scheidemann
decretò la fine dell'Impero e l'avvento della Repubblica. Quando i nazisti
si affermarono nelle elezioni del 1930, fu dal suo emiciclo che Hitler sfidò
per la prima volta l'Europa. Ma nell'immaginario collettivo il Reichstag è
associato soprattutto all'incendio che lo distrusse il
27
febbraio 1933, appena un mese dopo la presa di potere da parte del Fuehrer.
L'attentato, subito attribuito ai comunisti, servì di pretesto al regime
per proclamare lo stato d'urgenza e sospendere le libertà democratiche.
L'olandese Marinus Van der Lubbe, accusato di avere appiccato le fiamme, fu
condannato a morte e giustiziato l'anno successivo, ma un altro imputato, il
bulgaro Giorgio Dimitrov, dirigente della Terza Internazionale, riuscì
durante il processo a ritorcere l'accusa contro i nazisti e fu infine prosciolto.
Dodici anni dopo, il palazzo tornò a fare storia quando un soldato sovietico
piantò la bandiera rossa sulle sue rovine. La relativa fotografia, con
lo sfondo della città devastata dalle bombe, fece il giro del mondo e
diventò il simbolo prima della vittoria dell'URSS sulla Germania, poi
della stessa divisione dell'Europa in due blocchi. Nella successiva spartizione
della città tra le potenze occupanti, il Reichstag finì nel settore
occidentale, ma soltanto negli anni Sessanta il governo di Bonn
provvide
al suo restauro, e - su precisa richiesta degli Alleati - evitò di utilizzarlo
fino al 3 ottobre 1990, quando il Parlamento della Germania unificata vi tenne
la sua prima, solenne seduta. In vista del ritorno definitivo dei deputati,
il Reichstag è stato nuovamente ristrutturato negli anni Novanta e -
al costo di 600 miliardi - trasformato nel Parlamento più moderno del
mondo. I 669 deputati hanno a disposizione
cinquecento
sale ed un emiciclo di 1400 metri quadrati, cinque volte più grande della
Camera dei Comuni e quasi il doppio del Congresso americano. Ma la meraviglia
delle meraviglie è rappresentata dalla grande cupola di vetro dell'architetto
inglese Norman Foster, completa di piattaforma panoramica per il pubblico e
di un inedito “catalizzatore di luce”, che vuole essere una specie di omaggio
alla trasparenza. Nonostante queste innovazioni che ne hanno cambiato il look,
ben due tedeschi su tre avrebbero voluto che il Reichstag cambiasse anche nome,
e diventasse, secondo logica, il Bundestag. “Al posto del vecchio Reich c'è
ora una Repubblica federale, e il nome dell'edificio che ospita il Parlamento
deve riflettere questo cambiamento”, disse il suo presidente Wolfgang Thierse,
uno dei pochi politici della Germania orientale riuscito ad assurgere alle più
alte cariche dello Stato. Sarebbe stato un altro modo per esorcizzare la storia,
che i vicini della Germania avrebbero
probabilmente
apprezzato, ma il nuovo cancelliere socialdemocratico Schroeder si è
opposto. Anche l'aquila che appare nello stemma nazionale ha traslocato senza
mutazioni da un Parlamento all'altro, ma lo stesso Thierse si è sentito
in dovere di precisare che “non c'è ragione di temere che, con il suo
trasferimento a Berlino, l'uccello sia diventato più aggressivo”. La
Germania non ha risparmiato sforzi perchè la nuova capitale sia degna
del suo status di grande potenza mondiale. La ricostruzione della città,
iniziata subito dopo la riunificazione, assorbe 35 mila miliardi l'anno ed è
lungi dall'essere terminata. Alcune opere, come il nuovo Potsdammer Platz dell'italiano
Renzo Piano, sono già diventati mete di pellegrinaggio, e sotto la foresta
di gru che domina oggi il panorama cittadino stanno nascendo
-
con la firma dei maggiori architetti del mondo - molti altri siti di estremo
interesse. Ma un conto è lo sviluppo urbanistico, un altro quello economico.
Per oltre una generazione, Berlino-ovest è stata una città “assistita”,
isolata al centro di un Paese comunista ed ostile, che per sopravvivere aveva
bisogno di tutto: una città, sotto molti rispetti, artificiale, da cui
l'industria era stata costretta ad emigrare e i cui abitanti, prigionieri com'erano
dal Muro, soffrivano di claustrofobia. Dieci anni di libertà e di grandiosi
investimenti non sono
bastati
a cancellare tutto ciò, e neppure a compensare il taglio dei sussidi
governativi che, durante la guerra fredda, contribuirono a tenere in vita molte
attività. Per adesso, quasi nessuna delle grandi multinazionali tedesche
che una volta avevano sede a Berlino ha deciso di tornarvi, e l'unico “acquisto”
veramente importante è stato, a tutt'oggi, il quartiere generale europeo
della Sony, che aprirà i battenti l'anno venturo. Da cinque anni, il
PIL cittadino è fermo, e nel 1998 è addirittura diminuito dello
0,4%. Moltissimi uffici, costruiti in vista di un boom, sono rimasti vuoti,
ed i prezzi che erano andati alle stelle agli inizi degli anni Novanta sono
tornati sotto i livelli di Francoforte e di Monaco. La riunificazione dei due
settori ha influito negativamente sul tasso di disoccupazione, che - al 15 per
cento - è una volta e mezzo o due quello delle altre metropoli tedesche.
I tentativi di trasformare la città in una cittadella della ricerca e
dell'alta tecnologia, e di attirarvi così i migliori cervelli sfornati
dalle Università, cominciano a dare qualche frutto, ma faranno sentire
il loro effetto solo tra qualche anno. Neppure la
| Le foto ritraggono il plastico del complesso
architettonico del nuovo Reichstag nella sconfinata Potsdammer Platz ,
uno scorcio della cupola in lavorazione e alcune immagini della Berlino
riunificata. Il restauro del l'edificio è stato affidato all'architetto
britannico Foster., mentre la riqualificazione della piazza è a
firma dell'italiano Renzo Piano. |
speranza
di diventare una specie di ponte tra Est ed Ovest si è finora materializzata:
paradossalmente, gli unici collegamenti intercontinentali della città
sono per adesso due quasi imbarazzanti eredità della Germania comunista,
i voli per Ulan Bator e l'Avana, mentre per andare a New York o a Tokio i
berlinesi sono tuttora costretti a passare da Francoforte. La vicinanza della
città alla Polonia, e di conseguenza a tutto l'universo dell'Europa
orientale, ne ha invece fatto la meta di un forte flusso migratorio dal mondo
slavo. Alle centinaia di migliaia di turchi arrivati negli anni Settanta,
si sono così aggiunti polacchi, russi, ucraini e rumeni. Con il 12
per cento di popolazione straniera, Berlino è in testa a questa particolare
classifica, ma i suoi abitanti non ne sono affatto contenti. Gli immigrati
sono considerati responsabili non solo dell'aumento della criminalità,
ma anche del degrado di alcuni quartieri, e gli sforzi delle autorità
per promuovere una società multietnica si urtano con la diffidenza
dei berlinesi, dell'Est e dell'Ovest. Del resto, neppure la fusione dei due
settori in cui la città era divisa fino al 1989 è ancora compiuta.
Alla gioia irrefrenabile che gli “orientali” manifestarono all'atto della
caduta del Muro è presto subentrato un misto di gelosia, di risentimento
e di irritazione. Passata l'euforia per avere infine ottenuto l'accesso ai
beni di consumo e alle libertà democratiche dell'Occidente, gli abitanti
dell'ex Berlino-est sono irritati per il predominio economico dei cosiddetti
“Wessies”, per il loro superiore potere di acquisto, per la loro sistematica
occupazione dei posti di comando. In conseguenza della riunificazione, molti
di loro hanno perduto il posto di lavoro - poco remunerato ma sicuro - che
il regime comunista gli assicurava, e hanno dovuto accontentarsi della pensione
o riciclarsi in nuove attività più precarie. Per reazione, nelle
ultime elezioni un terzo di loro ha votato per il Partito del Socialismo democratico,
erede diretto del vecchio PC. Nell'arco dei due prossimi anni, si trasferiranno
definitivamente a Berlino anche la Cancelleria e i ministeri federali, con
relativo flusso da Bonn di circa 50.000 burocrati. I berlinesi DOC non sono
particolarmente entusiasti di questa invasione, perché temono che I
nuovi arrivati tenteranno di imporre il loro stile di vita un po' provinciale
a quello scapigliato e cosmopolita oggi prevalente. Ma il mix potrebbe avere
anche qualche vantaggio: “I berlinesi”, dice lo scrittore Peter Schneider”
tendono a giudicare i bonnensi sempliciotti di campagna incapaci di muoversi
in una metropoli di quattro milioni di abitanti. Ma questi stessi berlinesi,
sempre pronti a prendersi gioco degli altri, tendono a dimenticare che la
città di cui vanno giustamente fieri ha a sua volta innumerevoli difetti,
e nonostante le sue ambizioni non è neppure lontanamente paragonabile
a una Londra o a una Parigi. I lunghi anni di isolamento, la sistematica fuga
dell'intellighenzia, una amministrazione che ricalcava molti difetti del socialismo
reale dominante al di là del Muro, non ci consentono per ora di competere
a questo livello. Se i bonnensi capissero lo spirito della città, potrebbero
aiutare a recuperare, almeno in parte, il terreno perduto”. Quella di doversi
misurare, d'ora in avanti, con le grandi capitali europee sta diventando per
i berlinesi una specie di ossessione. Ora che, con la riunificazione, la Germania
è diventata il Paese no1 dell'Unione, i tedeschi ritengono che Berlino
debba aspirare, nel secolo che sta per iniziare, a un analogo primato tra
le grandi città del continente. La rincorsa non sarà facile,
anche per ragioni storiche. Mentre Londra, Parigi e naturalmente Roma vantano
oltre duemila anni di storia, Berlino è stata fondata alla fine del
XIII secolo, ha cominciato a svilupparsi solo alla fine del XVII e non ha
assunto il ruolo di grande capitale fino al regno di Federico II il grande
di Prussia. Nei duecento anni successivi, sotto il segno della dinastia Hohenzollern,
la città visse una fase di straordinaria espansione urbanistica, prima
copiando la Francia, poi dando vita al cosiddetto “stile guglielmino”, infine
creando tra le due guerre una architettura moderna di avanguardia che il mondo
intero le invidiò. Anche Hitler, attraverso Albert Speer, cercò
di lasciare la sua impronta sulla città, ma non ne ebbe il tempo. La
guerra, comunque, fece quasi tabula rasa, e la diversa ricostruzione delle
due Berlino nel dopoguerra, fatta in parte in economia, ha dato vita a una
città un po' schizofrenica e comunque molto diversa da quella imperiale.
L'eredità più importante è forse quella artistica, perchè
buona parte delle opere hanno potuto essere salvate dalla distruzione e la
fusione delle pinacoteche rivali dell'Est e dell'Ovest hanno permesso di costituire
un Museo di straordinaria ricchezza. Per il resto, non rimane che aspettare
che l'attuale, un po' disordinato dinamismo della città abbia il modo
di sedimentare. Come ha dichiarato Renzo Piano, “Disegnare una città
è un compito quasi impossibile, perché quello che rende bella
una città è quanto non può essere disegnato. A rendere
bella una città, è solo il tempo”.
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