MAGGIO 1999 
 
   
 
Livio Caputo
Se non fosse stato per la guerra in Jugoslavia, sarebbe stato l'avvenimento dell'anno. Con il trasferimento del Parlamento tedesco dalle rive del Reno allo storico edificio del Reichstag, lunedì 19 aprile la Repubblica di Berlino è infatti subentrata dopo mezzo secolo alla Repubblica di Bonn, il baricentro della Germania unificata si è spostato di 500 km verso Est e nel principale paese dell'Unione Europea è cominciata una nuova epoca storica. Invece, tra i bagliori del conflitto nei Balcani, la cosa è passata in secondo piano,
Il trasferimento del Parlamento tedesco dalle rive del Reno a quelle della Sprea rappresenta una svolta storica per la Germania e forse anche per l'Europa. 
e la cruciale domanda su come questo secondo “ritorno a Berlino” (dopo le parentesi di Weimar e di Bonn) influenzerà il futuro della Germania è rimasta come sospesa a mezz'aria. Secondo un sondaggio dello Spiegel, solo il 13 per cento dei tedeschi ritiene che il trasloco avrà anche una valenza politica, nel senso di influire sugli orientamenti del Paese. Qualcuno afferma addirittura che la Repubblica di Berlino avrà una vita effimera, perché presto sarà soppiantata dalla Repubblica di Bruxelles, cioè da un governo federale europeo che tratterà direttamente con i Laender. Ma altri non sono così sicuri: con l'ormai imminente ingresso nell'Unione Europea di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria - sostengono - Berlino ritroverà una sua centralità anche geografica e potrebbe perciò diventare il trampolino per un nuovo Drang nach Osten, non più militare come in passato, ma economico, finanziario e culturale. Tale, comunque, da influenzare profondamente l'evoluzione dell'Europa all'inizio del Terzo millennio. Il trasferimento della capitale, a dieci anni dalla caduta del Muro, coincide, tra l'altro, con tutta una serie di eventi che - in qualche modo - ne accentuano il significato simbolico: l'avvento al potere di una generazione di politici che non ha vissuto di persona la seconda guerra mondiale e quindi è libera dal complesso di colpa che ha afflitto Adenauer, Brandt e perfino Kohl; il primo impiego bellico della Bundeswehr in un'area - i Balcani - dove la Wehrmacht hitleriana ha lasciato un funesto ricordo; una crisi economica che rimette in un certo senso in discussione il cosiddetto “modello renano”, che ha garantito la prosperità e la pace sociale della Repubblica federale per circa mezzo secolo. Perfino la decisione di insediare il Parlamento nel vecchio Reichstag, un edificio che, con il solo nome, rievoca periodi ormai tramontati della storia tedesca, ha alimentato le polemiche. Inaugurato nel 1894 per ospitare i rappresentanti della Germania unita, ma odiato dall'imperatore Guglielmo II , che lo definì di volta in volta “monumento al cattivo gusto”, “casa delle scimmie del Reich” e “fabbrica di menzogne”, fu poi teatro di avvenimenti decisivi. Quando la rivoluzione scoppiò a Berlino alla fine della prima guerra mondiale, fu da uno dei suoi balconi che Philipp Scheidemann decretò la fine dell'Impero e l'avvento della Repubblica. Quando i nazisti si affermarono nelle elezioni del 1930, fu dal suo emiciclo che Hitler sfidò per la prima volta l'Europa. Ma nell'immaginario collettivo il Reichstag è associato soprattutto all'incendio che lo distrusse il 27 febbraio 1933, appena un mese dopo la presa di potere da parte del Fuehrer. L'attentato, subito attribuito ai comunisti, servì di pretesto al regime per proclamare lo stato d'urgenza e sospendere le libertà democratiche. L'olandese Marinus Van der Lubbe, accusato di avere appiccato le fiamme, fu condannato a morte e giustiziato l'anno successivo, ma un altro imputato, il bulgaro Giorgio Dimitrov, dirigente della Terza Internazionale, riuscì durante il processo a ritorcere l'accusa contro i nazisti e fu infine prosciolto. Dodici anni dopo, il palazzo tornò a fare storia quando un soldato sovietico piantò la bandiera rossa sulle sue rovine. La relativa fotografia, con lo sfondo della città devastata dalle bombe, fece il giro del mondo e diventò il simbolo prima della vittoria dell'URSS sulla Germania, poi della stessa divisione dell'Europa in due blocchi. Nella successiva spartizione della città tra le potenze occupanti, il Reichstag finì nel settore occidentale, ma soltanto negli anni Sessanta il governo di Bonn provvide al suo restauro, e - su precisa richiesta degli Alleati - evitò di utilizzarlo fino al 3 ottobre 1990, quando il Parlamento della Germania unificata vi tenne la sua prima, solenne seduta. In vista del ritorno definitivo dei deputati, il Reichstag è stato nuovamente ristrutturato negli anni Novanta e - al costo di 600 miliardi - trasformato nel Parlamento più moderno del mondo. I 669 deputati hanno a disposizione cinquecento sale ed un emiciclo di 1400 metri quadrati, cinque volte più grande della Camera dei Comuni e quasi il doppio del Congresso americano. Ma la meraviglia delle meraviglie è rappresentata dalla grande cupola di vetro dell'architetto inglese Norman Foster, completa di piattaforma panoramica per il pubblico e di un inedito “catalizzatore di luce”, che vuole essere una specie di omaggio alla trasparenza. Nonostante queste innovazioni che ne hanno cambiato il look, ben due tedeschi su tre avrebbero voluto che il Reichstag cambiasse anche nome, e diventasse, secondo logica, il Bundestag. “Al posto del vecchio Reich c'è ora una Repubblica federale, e il nome dell'edificio che ospita il Parlamento deve riflettere questo cambiamento”, disse il suo presidente Wolfgang Thierse, uno dei pochi politici della Germania orientale riuscito ad assurgere alle più alte cariche dello Stato. Sarebbe stato un altro modo per esorcizzare la storia, che i vicini della Germania avrebbero probabilmente apprezzato, ma il nuovo cancelliere socialdemocratico Schroeder si è opposto. Anche l'aquila che appare nello stemma nazionale ha traslocato senza mutazioni da un Parlamento all'altro, ma lo stesso Thierse si è sentito in dovere di precisare che “non c'è ragione di temere che, con il suo trasferimento a Berlino, l'uccello sia diventato più aggressivo”. La Germania non ha risparmiato sforzi perchè la nuova capitale sia degna del suo status di grande potenza mondiale. La ricostruzione della città, iniziata subito dopo la riunificazione, assorbe 35 mila miliardi l'anno ed è lungi dall'essere terminata. Alcune opere, come il nuovo Potsdammer Platz dell'italiano Renzo Piano, sono già diventati mete di pellegrinaggio, e sotto la foresta di gru che domina oggi il panorama cittadino stanno nascendo - con la firma dei maggiori architetti del mondo - molti altri siti di estremo interesse. Ma un conto è lo sviluppo urbanistico, un altro quello economico. Per oltre una generazione, Berlino-ovest è stata una città “assistita”, isolata al centro di un Paese comunista ed ostile, che per sopravvivere aveva bisogno di tutto: una città, sotto molti rispetti, artificiale, da cui l'industria era stata costretta ad emigrare e i cui abitanti, prigionieri com'erano dal Muro, soffrivano di claustrofobia. Dieci anni di libertà e di grandiosi investimenti non sono bastati a cancellare tutto ciò, e neppure a compensare il taglio dei sussidi governativi che, durante la guerra fredda, contribuirono a tenere in vita molte attività. Per adesso, quasi nessuna delle grandi multinazionali tedesche che una volta avevano sede a Berlino ha deciso di tornarvi, e l'unico “acquisto” veramente importante è stato, a tutt'oggi, il quartiere generale europeo della Sony, che aprirà i battenti l'anno venturo. Da cinque anni, il PIL cittadino è fermo, e nel 1998 è addirittura diminuito dello 0,4%. Moltissimi uffici, costruiti in vista di un boom, sono rimasti vuoti, ed i prezzi che erano andati alle stelle agli inizi degli anni Novanta sono tornati sotto i livelli di Francoforte e di Monaco. La riunificazione dei due settori ha influito negativamente sul tasso di disoccupazione, che - al 15 per cento - è una volta e mezzo o due quello delle altre metropoli tedesche. I tentativi di trasformare la città in una cittadella della ricerca e dell'alta tecnologia, e di attirarvi così i migliori cervelli sfornati dalle Università, cominciano a dare qualche frutto, ma faranno sentire il loro effetto solo tra qualche anno. Neppure la
Le foto ritraggono il plastico del complesso architettonico del nuovo Reichstag nella sconfinata Potsdammer Platz , uno scorcio della cupola in lavorazione e alcune immagini della Berlino riunificata. Il restauro del l'edificio è stato affidato all'architetto britannico Foster., mentre la riqualificazione della piazza è a firma dell'italiano Renzo Piano.

speranza di diventare una specie di ponte tra Est ed Ovest si è finora materializzata: paradossalmente, gli unici collegamenti intercontinentali della città sono per adesso due quasi imbarazzanti eredità della Germania comunista, i voli per Ulan Bator e l'Avana, mentre per andare a New York o a Tokio i berlinesi sono tuttora costretti a passare da Francoforte. La vicinanza della città alla Polonia, e di conseguenza a tutto l'universo dell'Europa orientale, ne ha invece fatto la meta di un forte flusso migratorio dal mondo slavo. Alle centinaia di migliaia di turchi arrivati negli anni Settanta, si sono così aggiunti polacchi, russi, ucraini e rumeni. Con il 12 per cento di popolazione straniera, Berlino è in testa a questa particolare classifica, ma i suoi abitanti non ne sono affatto contenti. Gli immigrati sono considerati responsabili non solo dell'aumento della criminalità, ma anche del degrado di alcuni quartieri, e gli sforzi delle autorità per promuovere una società multietnica si urtano con la diffidenza dei berlinesi, dell'Est e dell'Ovest. Del resto, neppure la fusione dei due settori in cui la città era divisa fino al 1989 è ancora compiuta. Alla gioia irrefrenabile che gli “orientali” manifestarono all'atto della caduta del Muro è presto subentrato un misto di gelosia, di risentimento e di irritazione. Passata l'euforia per avere infine ottenuto l'accesso ai beni di consumo e alle libertà democratiche dell'Occidente, gli abitanti dell'ex Berlino-est sono irritati per il predominio economico dei cosiddetti “Wessies”, per il loro superiore potere di acquisto, per la loro sistematica occupazione dei posti di comando. In conseguenza della riunificazione, molti di loro hanno perduto il posto di lavoro - poco remunerato ma sicuro - che il regime comunista gli assicurava, e hanno dovuto accontentarsi della pensione o riciclarsi in nuove attività più precarie. Per reazione, nelle ultime elezioni un terzo di loro ha votato per il Partito del Socialismo democratico, erede diretto del vecchio PC. Nell'arco dei due prossimi anni, si trasferiranno definitivamente a Berlino anche la Cancelleria e i ministeri federali, con relativo flusso da Bonn di circa 50.000 burocrati. I berlinesi DOC non sono particolarmente entusiasti di questa invasione, perché temono che I nuovi arrivati tenteranno di imporre il loro stile di vita un po' provinciale a quello scapigliato e cosmopolita oggi prevalente. Ma il mix potrebbe avere anche qualche vantaggio: “I berlinesi”, dice lo scrittore Peter Schneider” tendono a giudicare i bonnensi sempliciotti di campagna incapaci di muoversi in una metropoli di quattro milioni di abitanti. Ma questi stessi berlinesi, sempre pronti a prendersi gioco degli altri, tendono a dimenticare che la città di cui vanno giustamente fieri ha a sua volta innumerevoli difetti, e nonostante le sue ambizioni non è neppure lontanamente paragonabile a una Londra o a una Parigi. I lunghi anni di isolamento, la sistematica fuga dell'intellighenzia, una amministrazione che ricalcava molti difetti del socialismo reale dominante al di là del Muro, non ci consentono per ora di competere a questo livello. Se i bonnensi capissero lo spirito della città, potrebbero aiutare a recuperare, almeno in parte, il terreno perduto”. Quella di doversi misurare, d'ora in avanti, con le grandi capitali europee sta diventando per i berlinesi una specie di ossessione. Ora che, con la riunificazione, la Germania è diventata il Paese no1 dell'Unione, i tedeschi ritengono che Berlino debba aspirare, nel secolo che sta per iniziare, a un analogo primato tra le grandi città del continente. La rincorsa non sarà facile, anche per ragioni storiche. Mentre Londra, Parigi e naturalmente Roma vantano oltre duemila anni di storia, Berlino è stata fondata alla fine del XIII secolo, ha cominciato a svilupparsi solo alla fine del XVII e non ha assunto il ruolo di grande capitale fino al regno di Federico II il grande di Prussia. Nei duecento anni successivi, sotto il segno della dinastia Hohenzollern, la città visse una fase di straordinaria espansione urbanistica, prima copiando la Francia, poi dando vita al cosiddetto “stile guglielmino”, infine creando tra le due guerre una architettura moderna di avanguardia che il mondo intero le invidiò. Anche Hitler, attraverso Albert Speer, cercò di lasciare la sua impronta sulla città, ma non ne ebbe il tempo. La guerra, comunque, fece quasi tabula rasa, e la diversa ricostruzione delle due Berlino nel dopoguerra, fatta in parte in economia, ha dato vita a una città un po' schizofrenica e comunque molto diversa da quella imperiale. L'eredità più importante è forse quella artistica, perchè buona parte delle opere hanno potuto essere salvate dalla distruzione e la fusione delle pinacoteche rivali dell'Est e dell'Ovest hanno permesso di costituire un Museo di straordinaria ricchezza. Per il resto, non rimane che aspettare che l'attuale, un po' disordinato dinamismo della città abbia il modo di sedimentare. Come ha dichiarato Renzo Piano, “Disegnare una città è un compito quasi impossibile, perché quello che rende bella una città è quanto non può essere disegnato. A rendere bella una città, è solo il tempo”.

 
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