MAGGIO 1999
 
   

 

 

 

 

 

 


Carlo Franza

Tutto il lavoro pittorico e scultoreo di Giovan Battista Pedrazzini artista lombardo (è nato a Secugnago di Lodi nel '33) si svolge da sempre intorno al mondo giocoso e favolistico, a un mondo naif che si nutre, come d'altronde tutta una fascia della pittura italiana di questo secolo, di una calda innocenza che sommuove l'immaginario poetico, la creatività festosa, l'intensa felicità interiore. L'arte e la poesia hanno trovato un disincantato riscontro in questo mondo amato dai bambini, secondo quella teoria del “fanciullino” cara persino a Pascoli, ed oggi questo percorso che oramai ha quasi vent'anni di attività con la presenza di numerosissime personali espositive in Italia e all'estero, una nutrita sequenza di collettive e premi e inoltre la presenza di numerosi Musei, chiarisce le scelte tematiche e soprattutto lo stile, uno stile personalissimo di Giovan Battista Pedrazzini. Anzitutto un bestiario che diviene protagonista assoluto, uno zoo di piumati e quadrupedi che paiono ritagliati in un mondo semplice, in uno sfondo che si fa universo monocromo, in un paesaggio del meraviglioso che si affida anche con ironia, spartana pittura, a una sintesi figurale che evoca una sorta di metafisico silenzio. Critici illustri come Carlo Belloli e Franco Passoni hanno già evidenziato questo immaginario bellissimo che emozionalmente vive un mondo paradisiaco, capace di sillabare i sogni, gli antichi sogni dell'uomo, che qui rivivono febbrilmente. Pedrazzini, insomma, è riuscito come pochi a ripristinare uno stile pittorico postfuturista che nonostante la ricchezza di elementi figurali, si riappropria di una campitura di toni netti, di forme in cui ogni dimensione si allinea in una contemplazione illustrativa. I paesaggi di Pedrazzini sono peculiari, si adeguano ad una crescita del colore che sale dal basso in alto, recuperando scenograficamente quel mondo minorale dove si staglia pure un dettato vegetale, alberi e piante, tronchi e fiori stilizzati. I richiami alle stagioni sono il pretesto di queste scelte poetiche e pittoriche che coincidono con quel mondo amato nei luoghi d'origine, nella bassa padana, laddove il Ticino confluisce al Po' e segnala proprio quel bestiario e quel mondo favolistico di cui prima si diceva. Ci viene in mente a proposito di Pedrazzini tutto il lavoro di Tullio Garbari, figura storica di questo nostro secolo, anche lui impegnato a rammemorare pittoricamente quel mondo contadino e fiabesco. Pedrazzini punta maggiormente alla sintesi, a raccogliere forme e colori, in una specularità ottica. Il nostro artista è anche poeta, basterebbe ricordare quel suo libro di poesia uscito a Roma nell'89 per i tipi delle edizioni antitesi, dal titolo “Oltre l'orizzonte”, lo stesso che si configura in moltissimi lavori, ponendosi tra cielo e terra, ed evidenziando una sorta di stato d'animo magico e metafisico, un brillare di luci che si accendono e si spengono quasi, per il tramite d'un crepuscolo e d'una solarità forte come se il sole fosse allo zenith. Le immagini, uccelli, cavalli, pecore che si eroicizzano come campionario all'interno di questo cielo infinito, in un gioco di suggerimenti, di voci sommesse, di silenzi palpitanti; le stesse abitazioni che sono scenografie quasi irreali; i risultati che puntano in quest'ultimo periodo verso una geometria più ossificata, ben evidenziata anche nelle sculture policrome, ci fa ritenere che l'artista ha raggiunto un suo paradiso delle forme, un luogo di curiosità molecolari. Alla poesia iniziale succede ora l'estasi della luce, dell'assoluto delle forme, esaltanti quanto più sono miraggi.

 

 

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