| MAGGIO 1999 |

Paolo Ghisoni
Lo chiamano “March Madness”. Letteralmente: Marzo di furore. Negli Stati Uniti il riferimento a questo mese dell'anno coinvolge una delle discipline più amate dal pubblico americano ovvero il basket. Fin qui nulla di strano; in un paese dove Michael Jordan, l'asso dei Chicago Bulls da poco ritiratosi, è più famoso del Papa, ci può stare che le stelle del campionato professionistico (NBA) catalizzino per quattro o più settimane l'intero interesse sportivo del paese. Eppure a marzo per gli americani esiste solo il basket dei college, quello che sul parquet di palazzetti affollatissimi assegna il titolo di campione universitario. Non è pensabile, in termini comparativi,
rapportare il colore e l'intensità con cui si vive “March Madness” a nessuna delle discipline agonistiche dei nostri Atenei. Per fornire un paragone all'altezza bisogna scomodare il Dio Pallone, che regna sovrano nella nostra penisola. Ecco alcuni numeri: alle recenti finali a quattro disputatesi a Saint Petersburg, città che si affaccia sulla costa occidentale della Florida, alle quali ho avuto la fortuna di assistere, nello splendido quanto imponente Tropicana Field, erano presenti ben 42.000 spettatori sia nella giornata dedicata alle semifinali che in quella relativa allo scontro decisivo tra Duke e U-Conn. Una cospicua fetta di pubblico, da etichettare però come “ristretta” élite di fortunati capace di procurarsi con solenne anticipo i tagliandi d'ingresso. Un contingente che in Italia un nostro stadio, comunque tra i più capienti, riuscirebbe ad attrarre solo con le partite di cartello più rinomate. Se si pensa che mediamente la Juventus, la squadra che ha ilmaggior appeal e maggior numero di tifosi, non riesce a superare le 20mila presenze nei match casalinghi al “Delle Alpi” ed è stata costretta a ripianificare la costruzione di un impianto più a misura, si ha forse pienamente la portata del fenomeno NCAA. E a maggior ragione non riusciamo ad immaginare forse nemmeno 1/100 della folla statunitense possibile presente ad una finale di un nostro campionato universitario. Per rendere ancora meglio l'effetto “March Madness” nella terra a stelle e strisce, può tornare utile anche una divertente statistica. Almeno un americano su due divorzia dalla propria moglie. Lo stesso americano medio descrive i quattro anni trascorsi all'Università come il periodo più bello della propria vita, giurando eterno amore al proprio ateneo. Messi insieme i due sondaggi aiutano a farci capire ancor più: la fedeltà del cittadino statunitense ai colori universitari è nettamente superiore a quella verso la propria consorte. Il basket giocato da questi ragazzi al massimo 22enni, possibili future stelle della NBA, è un autentico fenomeno nazional-popolare che, sempre nei limiti della correttezza sportiva, ravviva le rivalità regionali nella terra di Colombo. Partono 64 squadre da tutto il paese e attraverso l'eliminazione diretta ne arrivano solo quattro all'evento conclusivo. Uno dei pochi, insieme al SuperBowl, ovvero la finalissima del campionato di Football, capaci di fermare davvero l'America. E visto la crescente popolarità, capace di costringere gli organi decisionali a prendere in considerazione come sede delle mitiche Final Four solo impianti di capienza superiore alle 40.000 persone. Questo dopo che, fuori dalla Continental Arena di Rutherford nel New Jersey, sede delle finali 1996 e capace di accoglierne solo 20.000, i bagarini vendevano un biglietto alla cifra stratosferica di 6.000 dollari (8 milioni di allora). Inevitabile allora che altri milioni, o forse è meglio dire miliardi, ruotino attorno a questo week end al cardiopalma dove in tanti cercano le luci di un palcoscenico con prospettive allettanti. La CBS ad esempio, una delle più rinomate reti televisive americane, ha sborsato per l'esclusiva di questo torneo finale per otto anni, 1725
miliardi di dollari. Con l'attuale cambio del dollaro, la cifra che ne esce (3100 miliardi) incontrerebbe parecchie difficoltà nell'essere riportata, quanto a zeri, per esteso. Naturalmente in questo enorme bagno di folla, divertimento e dollari, non può e non deve essere trascurato anche il rovescio della medaglia. Che potrebbe meritare altrettanti titoloni ed inchieste. E' soprattutto qui che si rivela in parte la natura un po' tontolona dell'americano medio,non desideroso di indagare oltre il fenomeno NCAA e voglioso solo di vivere la propria eventuale fortissima identificazione nel territorio di un'università. Per molti le Final Four sono infatti ancora l'evento sportivo a stelle e strisce più vero e puro, dove ragazzi ventenni ancora grezzi tecnicamente, provano la scalata sociale sulla scia di grandi campioni come Jordan, Magic Johnson, Jabbar o Larry Bird, passati inevitabilmente dalle forche caudine del basket collegiale. In pochi però considerano la figura più importante che guida o meglio comanda a bacchetta i protagonisti del parquet; ovvero l'allenatore, il tanto celebrato e chiamato in causa Coach. Dire che un tecnico NCAA ha diritto di vita o di morte sui propri ragazzi può apparire eccessivo. Ma in termini virtuali, può davvero dipendere dalle volontà strategiche, dalla fiducia e dall'umore di uno di questi timonieri assoluti, la carriera e forse la vita di uno di questi cestisti in erba. La NABC, potentissima associazione allenatori, è la vera padrona del college basketball. E' lei a spartirsi, insieme alle scuole partecipanti, le fette più grosse della miliardaria torta messa sul tavolo grazie alla pubblicità e agli introiti televisivi. Sono loro che si rifanno auto, ville da sogno e guardaroba, non lasciando ai giocatori nemmeno le briciole. Molti di questi ragazzi non hanno neppure i soldi per avere i propri genitori sugli spalti ad applaudirli. Magari costretti poi ad indossare per contratto scarpe o altro, scelti naturalmente non senza qualche incentivo dal proprio coach. Queste sono le regole. D'altronde gli atleti, dopo al massimo 4 anni, passano. Chi resta è invece l'allenatore che, ogni anno, oltre ai citati onori deve caricarsi sulle spalle anche l'onere di scovare un quintetto capace di far sognare migliaia di fans. Non c'è che dire però; a quelle condizioni il gioco vale sicuramente la candela. Ma allora le follie di marzo americane lo sono in tutto e per tutto.
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