MAGGIO 1999 
 
  
In questo 1999, se fossero vivi, compirebbero cent'anni alcuni personaggi che ebbero un ruolo di grande importanza nella letteratura, nel cinema e nella musica: lo scrittore Ernest Hemingway, morto suicida nel 1961, premio Nobel nel 1954, il cui linguaggio narrativo rimane uno dei più alti modelli della prosa novecentesca; il regista Alfred Hitchcock, morto nel 1980, maestro ineguagliato del thrilling; il ballerino e attore Fred Astaire, morto nel 1987, elegantissimo protagonista di decine di film musicali; Duke Ellington, morto nel 1974, pianista, compositore, direttore d'orchestra, uno dei pilastri della storia del jazz. Ma nessuno di questi personaggi avrà la vastità del ricordo prevista per Jorge Luis Borges, il poeta, prosatore e saggista argentino, morto nel 1986. Per lui il presidente Menem ha proclamato il 1999 “anno del centenario di Borges”. Una grande mostra itinerante, partita da Venezia, farà il giro del mondo fino al giugno del 2000 e si concluderà a Ginevra dove il maestro argentino morì a 87 anni. Chi era Borges? Chi era quest'uomo divenuto cieco, che considerava la letteratura più vera di ogni realtà? Perché i suoi libri (“Finzioni”, L'Aleph”, “Elogio dell'ombra”, “Il manoscritto di Brodie”, “Il congresso del mondo”, “L'oro delle tigri”, “La moneta di ferro”, “Altre inquisizioni”, “Manuale di zoologia fantastica”...) continuano a renderlo unico, vicino e presente?
Ho avuto la fortuna di conoscere e intervistare Borges un giorno dell'aprile 1977, durante una sua breve sosta a Milano. Borges era una persona che avevo atteso. Per me, come per moltissimi altri lettori, il suo mondo, le sue astrali invenzioni erano state un incantesimo ossessivo. Ora era lì, davanti a me, in un grigio pomeriggio che per lui doveva essere uguale a ogni altro pomeriggio. Come ho già detto, Borges non vedeva, i suoi occhi che si spostavano seguendo il suono delle voci erano fessure aperte sul nulla. Prima dell'incontro, avevo riletto qualche poesia, e di una soprattutto cercai di farlo subito parlare. La poesia, intitolata “Cose”, pareva un elenco che sarebbe potuto continuare all'infinito: “La polvere indecifrabile che fu Shakespeare...le trasformazioni della nuvola...il rovescio del prolisso mappamondo...la tenue ragnatela della piramide...l'acciaio che Odino conficcò nell'albero...il rovescio dell'arazzo”. Perché queste “cose”, e non altre, erano rimaste indenni dentro il buio della cecità? C'era stato un qualche criterio nelle esclusioni di altre? Il mondo che scompare, impone o suggerisce scelte come nelle disposizioni di un testamento immaginario?

Borges mi ascoltò e sorrise . Poi, più che darmi una risposta, mi enunciò un suo atti di fede: “Per un poeta - disse - ogni momento della vita, ogni fatto, dovrebbe essere poetico perché, nel profondo, è magico. Questa mia frase non è meno chiara né meno misteriosa dell'universo: noi nuotiamo nel mistero e nell'ignoranza”. Presi lo spunto dai versi di un'altra poesia per chiedere a Borges se, nella sua cecità, era rimasta l'estrema traccia di qualche colore. “Il solo colore che mi resta - fu la risposta - è il giallo. Contrariamente a quanto sembra, i ciechi sentono la nostalgia del nero, delle tenebre e del rosso, perché il nero, le tenebre e il rosso appartengono alle persone che vedono. Il giallo è il colore che muore per ultimo. Io lo conservo in me, è simile a una strana nebbia. Per il resto, manca la geometria delle forme definite. Il mio mondo è impressionistico. E pensare che, quando ero vedente, gli impressionisti non mi sono mai piaciuti”.
- Lei è nato e vive in un paese di sole come l'Argentina. Da che cosa deriva la sua costante attrazione verso le lingue, i simboli, i miti delle terre del nord?
“Non dimentichi che la mia cultura di base è stata inglese, che mia madre era inglese. Per esempio, ho conosciuto Dante in inglese, frugando nella biblioteca di mio padre. E poi sono stufo di sole. Il sole ha un solo merito: dà il piacere dell'ombra”.
- Anni fa, lei ha detto: “Se in qualche modo sono ricco, lo sono più di perplessità che di certezze”. Ripeterebbe adesso la stessa dichiarazione?
“Mantengo inalterato questo ricco tesoro d'incertezza. Se in me si è modificato qualcosa, è d'altra natura. Da giovane volevo essere infelice come Amleto. Adesso non amo più l'infelicità. Vorrei, e cerco assiduamente, una serena felicità. A volte la felicità ha ragioni difficili da esprimere. A volte per essere felici basta attraversare la strada e sentire un soffio d'aria fresca”.
- Lei è famoso in tutto il mondo per alcuni simboli che sono presenti in tutta la sua opera: il labirinto e gli specchi. Non potrà mai staccarsene?
“Il labirinto è il simbolo della perplessità, e quindi ha la sua eternità. Quello degli specchi è il problema dell'identità personale e della difficoltà di trovarla: vedendoti in uno specchio non sai se sei un altro o te stesso. E adesso che sono cieco, so che lo specchio mi vede”.
- Anche il concetto dell'infinito è spesso presente nelle sue pagine. Come se lo figura? “Quando penso all'infinito, non penso allo spazio, ma alla divisibilità infinita delle cose. Anche qui ricorro al simbolo degli specchi: l'infinito come un frazionamento ininterrotto di cristalli che riflettono un'immagine senza che mai si possa esser certi che quella è l'ultima immagine”.
- Le fa paura il pensiero della morte?
“Sarebbe orribile essere immortali”.

Rividi Borges quattro anni dopo, una sera del luglio 1981, sempre a Milano, visitatore di una mostra dedicata ai labirinti. Era inevitabile che qualcuno si ponesse una triste domanda: che cosa poteva vedere? Ma la risposta stava in Borges stesso. Prima di diventare cieco, egli non aveva mai indugiato nei piaceri della memoria. Il buio lo costrinse a discendervi, e la memoria gli parve senza fondo, e riuscì a trarre fuori da quell'abisso vertiginoso “il ricordo perduto che brillò come una moneta sotto la pioggia”. Così andò quella sera alla mostra milanese. Ascoltando, toccando, immaginando, Borges riconobbe i labirinti, li vide come li potevamo vedere noi, si mosse in mezzo ad essi come l'antico Teseo. Nulla poteva essere insegnato o spiegato o svelato a Borges, se è vero che il buio è la mirabile patria del sogno e che la letteratura (lo ha detto Borges stesso) è la forma di “labirinto vivente”.

 

 
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