




Madonna col Bambino Benedicente
Olio su tavola, 91,4 x 64,6 cm
Collezione privata
| MAGGIO 1999 |
Gianfranco Malafarina
La carne è triste”, scrisse Mallarmé. “La bellezza è amara”, replicò Rimbaud. Parole profetiche, che ancora ben si attagliano a questi nostri tempi di diete feroci, di modelle diafane e angelicate, di vocazioni anoressiche a un corpo ascetico e filiforme. Ma ci fu un tempo (e qui a Ferrara è un gioia per gli occhi poterlo constatare), in cui il corpo della donna poteva esibire una sua bellezza neghittosa e opulenta, debordare in un trionfo di carne felice ed esuberante, ignara di costrizioni penitenziali e di paradigmi irraggiungibili. Un tempo in cui il corpo, femminile e maschile, non era il veicolo simbolico di uno spiritualismo gnostico o di un dinamismo efficientista, ma il sano, euforico, impudico contenitore di una sacrosanta gioia di vivere. Rubens e la sua scuola sono stati, per antonomasia, i cantori di questa particolare sensibilità barocca verso l'esultanza della carne, il contraltare nordico di quel grand guignol vetero e neotestamentario che della carne viva dell'uomo, a sud delle Alpi, frequentava invece – ad opera del Caravaggio e dei suoi seguaci – la linea d'ombra, il versante oscuro della morte e della putrefazione annidato nelle pieghe dei corpi più esibiti e gloriosi. Anche il colore, che oggi i nostri stilisti pervicacemente castigano anche nelle donne dopo aver tentato invano di imporlo al mondo maschile, era al servizio, a quel tempo, di una esplicita coreografia della figura, e quando il nero, sempre in agguato negli ambienti cattolici, non imponeva il suo obolo di contrizione, le stoffe, i costumi, le infinite, cangianti parvenze delle fogge e dei tessuti esaltavano con malizia quelle membra ben tornite replicandone e moltiplicandone i procaci allettamenti. Tutto questo nei Paesi Bassi meridionali, dove fino
al 1585, anno della riconquista di Anversa da parte di Alessandro Farnese in nome del re di Spagna, il calvinismo aveva determinato un clima ben diverso, imponendo tra l'altro l'esclusione quasi totale delle opere d'arte dai luoghi di culto. In pochi anni la situazione cambia totalmente, e saliti al potere gli arciduchi Alberto e Isabella d'Asburgo, i pittori fiamminghi - capeggiati da Rubens e dalla sua scuola – diventano in breve gli interpreti degli ideali eroici di corte, trasmettendone ilmessaggio politico, religioso e dinastico. Arte come propaganda, dunque, ma quale arte in fondo non lo è. Dal misticismo teocratico dell'arte bizantina alla centralità dell'uomo propria del Rinascimento, dal sentimentalismo borghese della pittura ottocentesca al moderno culto dell'individuo, tutta l'arte divulga e propaga, più o meno consapevolmente, lo spirito del suo tempo, e il barocco fiammingo non è da meno. Quindi ecco soggetti religiosi impaginati, in piena Controriforma, in modo da imporre la verità del dogma tramite la commozione e la meraviglia. Scene mitologiche e di genere intrise di richiami moraleggianti spesso contraddetti da sensuali attrattive muliebri o da scherzose notazioni di costume. Nature morte altrettanto allusive ma di sontuosa raffinatezza. Ritratti da parata in cui il ruolo pubblico degli effigiati spesso soverchia l'indagine psicologica. Insomma, lo spaccato a tutto campo di una società fiera ed aristocratica, ben decisa a veicolare, con le immagini dei suoi più dotati artisti, un intero sistema ideologico e di potere.
Rubens e il suo secolo
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
28 marzo – 27 giugno 1999
Aperto tutti i giorni, ore 9.00 – 19.00 Ingresso
L. 12.000 Catalogo Ferrara Arte
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