Anno XVII-n.03-2001

 

 

 

 

 

Adriano Bassi

Nella rivisitazione del concetto di musica e di messaggio culturale che si è verificata dai primi anni del nostro secolo in poi, troviamo come ulteriore elemento di discussione il pianoforte, erede di una realtà ottocentesca, ma ancora in grado di offrire ai ricercatori e agli ascoltatori nuove e inesplorate possibilità timbriche, ritmiche e sonore. Pietro Rattalino scrive che: “Da Debussy parte l’esplorazione del nuovo, del moderno pianoforte: da Debussy, o da Ravel, visto che tra Debussy e Ravel sorge subito una garbata, ma secca querelle.” Comunque siamo ancora in fase iniziale, dove lo strumento viene manipolato partendo dalla tastiera, ricercando così regole e procedimenti alternativi legati, pur sempre, ai canoni della tradizione accademica. Nell’excursus sull’evoluzione del pianoforte nella musica contemporanea, oltre ai nomi sopracitati non si può trascurare un altro artefice quale Erik Satie, che rivisitò la letteratura pianistica ribaltando o meglio rifiutando il concetto di virtuosismo, per lasciare spazio all’emozione, alla purezza del suono e al gusto prettamente accordale. La melodia perde quel ruolo di protagonista, lasciando spazio ad altre scelte fuori dalle regole e dall’accademismo. Il pianoforte, strumento di base per le alchimie dei compositori, diventa il banco di prova delle ultime conquiste, che saranno proiettate, poi, in altre situazioni musicali. Ritornando a Satie, nel suo operato notiamo un voluto collegamento con un mondo arcaico, con l’eliminazione della polifonia, privando così la sequenza accordale della tradizionale concatenazione fra note comuni, che la regola esige. Se in Satie troviamo il corpo come conquista del messaggio musicale collegato con le scelte stilistiche dello strumento, in Ravel l’approccio è differente. Il musicista francese va alla scoperta di una sonorità trasparente, liquida, stemperando il suono ed evitando addensamenti accordali. Avviene così il procedimento contrario al discorso di Satie. La melodia ridiventa importante e il pianoforte ritorna come protagonista assoluto. Specialmente in “Jeux d’eau” si riscontra la volontà di Ravel di andare alla scoperta di effetti liquidi, che possano ben documentare il sospetto del brano in esame. E che dire di Claude Debussy? Indubbiamente il suo pianismo riflette il gusto antiromantico, anche se in un primo momento la sua esperienza fu vicina alle teorie di Chopin e di tutto quel clima culturale. Proprio per questa ragione lo strumento non fu, all’inizio, il testimone diretto della sua filosofia musicale. Il virtuosismo viene vissuto come un ulteriore tassello di un mosaico che va ad aggiungersi ad una precisa struttura. Non a caso il compositore scrisse nel 1918: “Melodia ed armonia, ecco due aspetti di un principio”. Basi di un divenire che il musicista avrebbe utilizzato per raggiungere un proprio centro stilistico, dove il timbro ora, pur sempre, il punto di partenza o di arrivo. Non ultimo in termini di importanza, fu Arnold Schoenberg, il quale dette molto spazio alla produzione pianistica, lavorando e gestendo lo strumento a partire dalla costruzione geometrica del brano. Il virtuosismo non si esplica attraverso messaggi veloci ma con una scrittura polifonica e con una lettura introspettiva della pagina. Nei suoi lavori esisteva una prefazione dettagliata che introduceva perfettamente l’interprete nel suo “iter” compositivo. Al di là della tecnica dodecafonica, egli non si interessava di seguire le mode e le direttive dell’ultimo “guru” musicale. In lui esisteva il desiderio di trovare una coniugazione fra il suo pensiero e il risultato sonoro. Se il pianoforte fosse stato il suo ideale, il prodotto del suo pensiero sarebbe stato scritto per pianoforte. Esiste una frase di Glenn Gould che chiarisce questo aspetto: “Schoenberg non scriveva contro il pianoforte, ma nemmeno può essere accusato di aver scritto per esso”. Una frase lapidaria che denota la filosofia schoenbergiana. La scrittura era la fase più importante, la tastiera era soltanto una fase finale di testimonianza sonora delle sue sperimentazioni. Ecco, quindi, prefigurarsi il concetto di “miniaturista” della brevità, dei “flash”. Una scelta che avrebbe avuto,ben presto, dei seguaci fra i suoi allievi. Nella panoramica pianistica del nostro secolo Igor Strawinskij fu un simbolo preciso di rinnovamento. Per esempio nella “Sonata” per pianoforte del 1925 la scrittura scarna, essenziale abbandona le teorie romantiche, aggiungendo alla presenza del timbro, già citato precedentemente, anche una monotonia ritmica che arricchisce il vocabolario musicale del compositore, fatto di sequenze ritmiche, frasi spezzate, scrittura verticalizzata. Concludendo: lo strumento è riuscito a passare indenne attraverso il tempo, concedendo tutto di sé. Collaboratore perfetto e in grado di diventare camaleontico, sfruttando le mille sfaccettature di una medesima medaglia. Ha saputo convivere con i vari umori e con la musica elettronica, frontiera della nostra contemporaneità. Un sintomo di longevità che ancor oggi viene avvalorata nei cartelloni concertistici.