Anno XVII-n.03-2001

 

 

 

 

 

Oliviero Beha

Ma sì, parliamo di cinema in un paese che in altre stagioni sul cinema ha puntato culturalmente e produttivamente, creando onde di speciale comunicazione sociale all’interno e all’esterno del paese, facendo lievitare il neorealismo, la commedia all’italiana, gli spaghetti-western, per citare solo alcuni generi indimenticabili e per non attaccare con le liste di artisti formidabili legati all’Italia e alla settima arte. Poi da parecchi lustri è cominciato e si è sviluppato a precipizio un declino, che naturalmente non era del cinema, come non solo cinematografico era stato il suo corso d’oro.

E del resto non vi dice nulla l’espressione “E’ un cinematografo!”, oppure l’altra e più onnicomprensiva versione “E’ tutto un cinematografo”?

Una volta un’esclamazione del genere la si ascoltava spesso, per le mie orecchie soprattutto al nord, quando si voleva rendere l’idea che stava accadendo di tutto. Il cinema, lo spettacolo sullo schermo, la platea, la galleria degli astanti significavano il massimo dell’eccitazione, tradotto nella vita reale.

Ed in effetti il cinema è ancora questo, nei casi migliori, è sempre metacinema, è un veicolo sul quale si viaggia, grazie al quale si sogna, si pensa, si associa ecc. E’ insomma uno straordinario “pretesto”, e come tale viene adoperato da chi ne conosce la grammatica e la sintassi, in primis il regista ma poi tutti gli addetti a una produzione, un pretesto per dire qualcosa, di bello o di brutto, ma qualcosa che è “fuori del cinematografo”.

Qualche caso,in questi ultimi tempi sotto gli occhi di tutti e quindi di un’attualità che colpisce al cuore il significato del cinema sia in senso stretto che mediato, casi che potrebbero quasi prescindere da un commento: il primo, tragico episodio è quello del film “Hannibal”, e dello studente diciassettenne di Sesto San Giovanni che ha ucciso con il coltellino la sua ex fidanzatina.

Un orrore, che naturalmente rimanda a tutt’altre considerazioni. Eppure che in tanti abbiano notato che i due ragazzi avevano appena visto quel film insieme, e insieme erano rimasti colpiti da una scena analoga, non può non rimandare a presenze tremende nell’immaginario collettivo, specie in quello di un adolescente in età critica. E pensare che lo stesso film, o meglio la stessa figura da mitologia contemporanea di Hannibal Lecter, viene citato dal candidato premier del centro-sinistra Francesco Rutelli per dare contro a Bossi, sulla falsariga perfino troppo scontata di un’imitazione televisiva: opponetevi ad Hannibal/Bossi, proclama Rutelli, senza rendersi conto che comunque Hannibal è un genio, sia pure del male, e così dicendo lui sta facendo a Bossi un grande favore comunicazionale.

E infatti Bossi, che deve possedere un quoziente intellettuale superiore, si guarda bene dal chiamare Rutelli Alberto Sordi, seguendo gli stilemi delle stesse imitazioni tv, perché comunque al di là della parodia lo ingrandirebbe nell’immaginario collettivo.

Il secondo caso metacinematografico è quello de “La tigre e il dragone”, che si basa su un immaginario da videogames: certo, un film articolato dalla grande sapienza di Ang Lee, l’ormai famoso regista di Taiwan, ricamato su di un tessuto onirico-femminista alluso con una forza e insieme una delicatezza impastate magistralmente, costruito quasi fosse un prototipo cino-western, come fece appunto trentacinque anni fa Sergio Leone con gli spaghetti. Ma di fondo è davvero il film dei videogiochi, e ad essi rimanda.

C’è poi “L’ultimo bacio”, quasi-capolavoro di Gabriele Muccino: qui trovate il nocciolo duro, forse di mandorla vista la sua amarezza, di una crisi di comunicazione tra generazioni e all’interno di una generazione, quella dei trentenni, in un film serio, vero, giusto. E certa mente abile, ma non tanto da farlo sembrare più furbo che altro. Bisogna saperla maneggiare, un’idea da macchina da presa.

Non solo un film, quindi. E ancora tra i casi la fiaba romanesca gay de “Le fate ignoranti”, che costringe chi ha gli strumenti culturali per farlo a interrogarsi sull’omosessualità mia, tua, sua, nostra ecc., declinata con una levità che cattura e appoggiata sul talento del regista turcocapitolino Ozpetek. E un discorso ancora più complesso, totale meriterebbe l’ultimo film di Nanni Moretti, ”La stanza del figlio”, riflessione dolorante sull’esistenza, o esistenziale sul dolore, fate voi. Un capolavoro, nelle corde di un autore sopravvissuto in tempi come questi.

Quindi, nell’ordine: l’immaginario collettivo legato al male e alla genialità in un film,la civiltà dei videogames in un altro, le trappole intergenerazionali in un altro ancora, l’esterno di un interno di un esterno di una comune gay nell’altro, perché ci siamo e perché ci siamo e ci tocca soffrire nell’ultimo Moretti.

Considerate come possa circolare il pensiero tra l’orrore di Hannibal,le guerriere di Lee, l’esistenzialismo collettivo di Muccino, l’uomo/donna del turco,la morte alla Nanni Moretti: è questa “circolazione” il soffio che alita culturalmente attraverso le sale, è questo il senso metafilmico che si chiede a una simile arte,insomma è questo che intendo quando -cito- sostengo che la vita sia proprio”un vero cinematografo!”.